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Omicidio di Marisa: dopo l’ergastolo suo marito fa ricorso in appello

Secondo l'avvocato di Arjoun non c'è stata premeditazione, così come non ci furono maltrattamenti né violenze sessuali nei confronti della 25enne

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Non c’è stata premeditazione, così come non ci furono maltrattamenti né violenze sessuali. Con queste motivazioni l’avvocato Daniela Serughetti ha presentato ricorso in appello dopo l’ergastolo inflitto al 36enne Ezzedine Arjoun. Il tunisino era stato condannato il 15 novembre per l’omicidio della moglie Marisa Sartori, uccisa a coltellate il 2 febbraio 2019 a Curno, a soli 25 anni.

Alla giovane parrucchiera, che aveva deciso di porre fine al matrimonio e per questo era tornata a vivere con i suoi genitori, fu fatale un fendente al cuore. Il 36enne ferì in modo grave anche la sorella minore della vittima, Deborha, 23 anni, che aveva inutilmente tentato di difendere Marisa dall’aggressione.

Dopo l’omicidio, mentre Deborha era riuscita a dare l’allarme, Ezzedine si era allontanato, per poi presentarsi in caserma a Ponte San Pietro con le mani ancora sporche di sangue e costituirsi ai carabinieri. Da allora è rinchiuso nella casa circondariale di Bergamo.

Nel corso del processo, celebrato con rito abbreviato, il giudice dell’udienza preliminare Massimiliano Magliacani aveva riconosciuto le aggravanti contestate dal pubblico ministero Fabrizio Gaverini. Dalla premeditazione a quella dei futili motivi, i maltrattamenti, la violenza sessuale e il porto d’armi.

Secondo l’avvocato Serughetti però non ci sarebbe stata premeditazione quella sera. L’omicidio sarebbe sfociato per un raptus di Ezzedine, che, non si sarebbe recato nel garage della casa dei genitori della 25enne con l’intenzione di ucciderla.

Non ci sarebbe, inoltre, nessuna prova che l’uomo si sia portato da casa il coltello utilizzato per colpire mortalmente la moglie, ma potrebbe averlo trovato trovato nei box o per strada.

Stando al legale, non sussisterebbe neppure l’accusa di maltrattamenti, non essendoci prove o testimoni di ciò. Secondo l’avvocato era vero che lui la seguiva al lavoro e l’attendeva sotto casa, ma al limite si potrebbe ipotizzare il reato di stalking.

Non sarebbe nemmeno provata la violenza sessuale, in quanto agli atti ci sarebbe solo la dichiarazione della vittima, che, sempre secondo i difensore, comparirebbe solo nella denuncia-querela depositata tre giorni prima il delitto.

Il difensore di Arjoun ha anche rinnovato alla Corte d’appello di Brescia, che non ha ancora fissato la data dell’udienza, la richiesta di disporre una perizia psichiatrica sull’impatto per stabilirne la capacità di intendere e volere. Una proposta che era stata respinta dal gup Magliacani.

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