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Se la morte di un campione fa dimenticare la Shoah

Cronaca di come la morte di un campione abbia messo in secondo piano giornata della Memoria

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Beninteso, Kobe Bryant era un gigante, umanamente e sportivamente parlando.

Tralasciando le imprese incredibili compiute sul parquet di gioco, lo statunitense è stato per anni in prima linea nel supporto verso i più deboli, coloro che la società aveva dimenticato da tempo, aiutando milioni di persone ad uscire da situazioni difficili con la sua celebre “Mamba Mentality”.

“Se non credi in te stesso, chi ci crederà?” era solito dire, perché lui credeva in te anche quando nessun’altro lo faceva.

In tanti, grazie a lui, hanno esultato, si sono esaltati, hanno sognato, hanno pianto e, forse più di tutto, hanno provato emozioni, perché lui era questo: un artista che, palla alla mano, incantava tutti.

A questo punto però la domanda è semplice: com’è possibile che la scomparsa di un campione abbia fatto dimenticare a molti, con una punta di triste ironia, la giornata della Memoria?

La notizia della morte di Kobe, insieme alla figlia Gigi di soli 13 anni ed altre 7 persone, è infatti arrivata in Italia nella prima serata del 26 gennaio propagandosi rumorosamente per tutta la notte fino al giorno successivo, il 27, in cui la scomparsa di un gigante ha sostituito con molta, troppa, facilità la scomparsa di tanti “piccoli”.

Sui social non si parla d’altro, in moltissimi hanno manifestato, tra post, IG Stories, cinguettii e così via, il proprio cordoglio per la tragica dipartita di qualcuno che per loro era un idolo, una fonte d’ispirazione, ma davvero è bastato così poco per cancellare, almeno in parte, quella che da anni è la giornata del ricordo delle vittime della Shoah e che da sempre rappresenta un baluardo inossidabile, almeno in teoria, contro l’odio razziale ed una testimonianza diretta di cosa l’essere umano sia capace di fare?

Probabilmente sì ed è una sconfitta per tutti.

Vero è che la tristezza non funziona “a slot” e che in molti sono in grado di manifestare cordoglio per due eventi contemporaneamente ma ciò che stupisce è la superficialità con cui ormai si affronta un tema come quello del ricordo della Shoah, visto da troppi alla stregua di un anniversario qualunque, come ce ne sono tanti, vuoto e pro forma, nulla di più.

Magari danno quel film che tanto fa piangere vostra madre su Rai1, magari a scuola c’è stato un minutino di silenzio, magari i vostri genitori vi hanno portati ad un comizio di ricordo per le vittime della vostra città, ma siamo sicuri che sia sufficiente questo perché le persone non dimentichino?

Bryant deve essere ricordato per ciò che è sempre stato: un campione, ed è sacrosanto che sia così, ma sarebbe saggio tenere a mente che oltre a questa, esistono anche altre tragedie, che è bene non siano dimenticate.

Mai.

Vivere in un mondo in cui, per quanto possa valere, l’hashtag più in voga su Twitter il 27 gennaio è #ripkobe, seguito da #holocaustmemorialday è davvero avvilente e se è vero che l’olocausto rappresenta una macchia indelebile nella storia dell’umanità, dimenticarlo lo sarebbe altrettanto.

Perché tutti sappiamo a cosa è condannato colui che dimentica il proprio passato.

“L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.” Primo Levi

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