La storia

Lidia, testimone della Shoah, ricorda come si salvò a Dossello di Albino

Lidia Gallico e i mesi da profuga ebrea vissuti con la famiglia a Dossello di Albino

C’è una testimone della Shoah che ha un forte legame con Bergamo, in particolare con Albino e ancor più con Dossello, uno dei paesi del Comune, situato nella Valle del Lujo. Si chiama Lidia Gallico: compirà 88 anni il prossimo 13 luglio e ricorda con molti particolari il breve ma intenso periodo che visse da profuga dapprima con i suoi genitori Enzo e Tina, poi con una famiglia di parenti, pure ebrei, i Goldstaub, in un casolare di Dossello, vicino a Casale.

Ad ospitarli in casa, cedendo loro i locali in cui viveva con la moglie Elisabetta e i 5 figli, fu Edoardo Nicoli, più conosciuto come “ol Barbù”.

Ai superstiti di quell’esperienza il Comune di Albino concesse la cittadinanza onoraria: sono Lidia Gallico, Emma e Franco Goldstaub, rispettivamente di 77 e 83 anni.

I coniugi Nicoli che aprirono le porte della loro abitazione sono stati iscritti nei Giusti fra le Nazioni; al parroco don Angelo Zois che propiziò la sistemazione in casa Nicoli e tenne i contatti con i profughi fino all’espatrio è stata dedicata una targa collocata in quella chiesa che durante la guerra fu aperta più giorni agli sfollati per paura dei bombardamenti.

Lidia Gallico abita a Mantova con il marito Ippolito Cazzaniga Donesmondi e con le tre figlie Eleonora, Cecilia e Lorenza e le loro famiglie, con 5 nipoti.

Dopo aver custodito dentro sé per decenni i ricordi della sua lacerante storia, ha deciso di ripercorrerla e di metterla nero su bianco, con l’aiuto di una storica, Maria Bacchi. È nato così il libro “Una bambina in fuga”, pubblicato da Gilgamesh Edizioni.

L’ho raggiunta nella sua casa a Mantova per ripercorrere insieme i momenti salienti e segnanti della sua esistenza dal momento del precipitoso distacco per sfuggire ai rastrellamenti dei fascisti con arrivo a Dossello, successivo espatrio in Svizzera e infine il rientro nella città virgiliana dopo la liberazione. Qui di seguito l’intervista integrale completa con questa coraggiosa protagonista di un’odissea dal settembre 1943 fino al 13 luglio 1945 quando tornò in Italia, ritrovando la sua casa intatta, quasi un miracolo tra cumuli di macerie.

Livia gallico
La visita più recente di Lidia Gallico a Dossello con due figli dei coniugi Nicoli che accolsero la sua famiglia e quella dei cugini Goldstaub, entrambe profughe perché perseguitate dai fascisti a Mantova e a Milano. Da sinistra: Emma Goldstaub, Edgardo e Osanna Nicoli, quindi Lidia Gallico fra le figlie Eleonora e Lorenza

L’INTERVISTA

Se drammatica era stata la partenza verso l’ignoto nel 1943, avventuroso fu il ritorno da Chiasso prima su un autocarro militare fino a Como, poi su un camion, quindi in treno fino a Mantova. Lidia parla riflessiva, ogni tanto fa pause di riflessione, pondera le parole, scandisce: “Non so bene come fu vissuto dai miei genitori l’esilio in Svizzera: dopo la guerra, preferirono il silenzio. Per me e la mia famiglia e per migliaia come noi, la Svizzera è stata la salvezza. Io non posso che dire bene del trattamento ricevuto”. Le suore dell’Istituto Santa Maria a Bellinzona sapevano che era ebrea e la lasciarono una grande libertà, dispensandola da ogni pratica religiosa, con qualche invidia da parte delle altre allieve, che dovevano alzarsi prima per andare a Messa.

“Quando accadde quello che avrei dovuto vivere e che poi segnò l’esistenza mia e della mia famiglia, io ero una ragazza di 11 anni. Vivevo con i miei genitori giorni tranquilli. Con loro io mi sentivo sicura e protetta, anche se percepivo che la situazione andava appesantendosi”.

Il papà, Enzo, faceva il medico condotto, professione che avrebbe svolto poi anche in alcuni centri rifugiati a Balerna, poi a Lugano; la mamma, Tina Rimini era casalinga.

Quei cupi segnali: leggi razziali e confisca dei beni

Le leggi razziali del 1938, la segregazione scolastica, la confisca dei beni ebraici furono tutti cupi segnali di un clima che si stava appesantendo con intimidazioni di ogni genere. Il cerchio si stringeva, si intensificavano misure e interventi mirati a rendere gli ebrei estranei al corpo sociale e politico a cui appartengono.

Incombeva l’ora di fuggire in cerca di salvezza. L’inizio di una lunga odissea, fatta di spostamenti, distacchi, lacerazioni. Prima partì il padre che si nascose a Castellucchio, poi dovettero farlo anche la moglie e la figlia.

Ma anche qui non erano al sicuro. Altra fuga, stavolta verso Bergamo, più precisamente ad Albino, dove si era già acquartierata una famiglia di cugini, i Goldstaub: Vittorio, di 74 anni, con il figlio Alberto di 36, la sua giovane moglie Luciana Levi di 29 e i figli Franco di 7, Giulio di 3 ed Emma di 1. Dapprima la famiglia di Enzo e Tina con Lidia poi i cugini si sistemarono in una casa contadina nella frazione di Dossello, ospiti di Elisabetta ed Edoardo Nicoli detto “Barbù”, grazie all’interessamento del giovane parroco don Angelo Zois.

“Qui vivemmo quasi 5 mesi ricchi anche di spensieratezza e di giochi, nel verde, senza scuola e senza compiti, andando a raccogliere more, nespole, mele e pere e anche la legna per scaldarci alla stufa. Una vita da contadini, nella gioia di essere sani e salvi. La famiglia Nicoli, con 5 figli vicini di età, ci accolse con il cuore. Fu un incontro commovente. Gli altri ci avevano cacciato da Mantova, loro ci prendevano in casa, addirittura cedendoci i locali dove vivevano per farci stare comodi. Umanità e generosità come fossimo stati amici da una vita. Io strinsi amicizia con Osanna, che aveva due anni più di me e con i due figli più piccoli. È rimasto un tempo scolpito nella memoria e nel cuore, indimenticabile. All’inizio ci trovammo spaesati e tra gli immaginabili disagi. Il salto fu enorme per i miei genitori. Non c’erano né acqua né luce, si illuminava con una lampada a carburo e a lume di candela. Lunghe notti di buio e di silenzio, fino al mattino quando si preparava e cuoceva il pane. Il Barbù, mio padre e suo cugino Alberto provvedevano ai viveri, le madri facevano le pulizie e cucinavano. Nessuno voleva parlare della guerra, di quello che stava accadendo, eravamo già troppo in pensiero e non era il caso di accrescere l’angoscia. Di sera, per avere notizie, in gran segreto si andava dal parroco a sentire Radio Londra”.

”Un triste giorno, però, Edoardo Nicoli tornò a casa trafelato. Ci disse che c’era un gruppo di soldati tedeschi in perlustrazione e che dovevamo nasconderci. Noi bambini ci inginocchiammo sotto le finestre per non farci vedere, trattenendo anche il fiato. Sentimmo i passi avvicinarsi e poi allontanarsi, le loro parole, noi lì rannicchiati, fino a quando il pericolo si allontanò. Non entrarono in casa, ma per giorni ci rimasero addosso quel sinistro suono di scarponi chiodati e una grande paura sia per noi sia per la famiglia che ci accolse e il parroco, che rischiavano grosso”.

Era però un preciso campanello d’allarme. Ci fu un veloce consiglio di famiglia, cui parteciparono il Barbù e il parroco don Zois. Prima che sorgesse l’alba del 23 gennaio 1944 “ci rimettemmo in viaggio nella clandestinità e nell’insicurezza, noi verso la Svizzera, i Goldstaub verso Milano, tra baci, abbracci e lacrime. Chissà dove avrebbe condotto il destino”. Il traghettatore volle 25 mila lire a testa per l’espatrio (Lidia e famiglia si salvarono, i Godstaub persero Vittorio e una sua figlia, Ernesta Vittorina nei campi di concentramento).

“Varcato la frontiera di notte, una donna ci indicò dove andare”

“Arrivammo alla frontiera con la Svizzera il 25 gennaio – ricostruisce Lidia – dopo due giorni molto impegnativi, fatti in treno, a tappe per non dare troppo nell’occhio. La prima sera facemmo sosta in un paese di cui non ricordo il nome, dove ci rifocillarono, dandoci letti di fortuna. L’indomani, sempre in treno arrivammo a Chiasso, dove conoscemmo un avvocato di Milano che sarebbe venuto nel Ticino con noi. La notte del 25 gennaio era buia, senza luna, con neve ovunque. Facevamo fatica a tenere il passo dei nostri passatori. Dopo un’ora di cammino, finalmente il confine. C’era la rete, c’erano anche tedeschi e provammo attimi di sussulto, ma evidentemente le nostre guide avevano preso qualche accordo, tanto che in un punto convenuto qualcuno sollevò la rete, alla quale erano attaccati campanelli per scoraggiare entrate. Dopo un’altra camminata, senza una meta precisa e nell’oscurità, avvistammo una casa isolata con una timida luce. Lì suonammo il campanello e una donna ci indicò la strada per raggiungere la polizia. Sulle prime le guardie volevano respingerci e non credevano che fossimo ebrei. Fu un colloquio molto serrato, alla fine mio padre la spuntò. Dopo 5 ore in una stanza fredda, senza mobili e senza sedie, papà, mamma ed io fummo accompagnati nel più vicino centro di raccolta da un gruppo di soldati, uno dei quali impietosito mi donò una mela”.

Lidia ha ben presente quel primo impatto, dove si dormiva vestiti, tra lunghe file di pagliericci su cui erano stese molte persone: “Le porte furono chiuse a chiave dietro di noi; nel totale silenzio si aspettava di conoscere la nostra sorte, fra ricordi e speranze”.

Dopo soste in altri campi di accoglienza, i Gallico furono assegnati alla Villa Vescovile di Balerna, paese dove oggi c’è parroco un bergamasco, don Gianpietro Ministrini.

“Fu molto struggente il momento della separazione dai miei genitori. Io, figlia unica, non ero mai stata lontana da loro più di due giorni e adesso dovevo essere ospitata all’Istituto S. Maria di Bellinzona, mentre papà e mamma furono assegnati prima all’albergo Majestic di Lugano e poi all’albergo Eldorado di Castagnola. Soprattutto all’inizio non fu facile, mi ci volle un bel po’ di spirito di adattamento. Non avvertivo fino in fondo, tranne che in qualche momento, il trauma dello strappo. Mi dovetti abituare presto, comunque, ad accettare quello che la vita mi stava presentando”.

Sono ormai passati 75 anni. Forse anche Lidia in qualche modo ha voluto fare come i suoi genitori: non ha mai voluto rivivere il suo dramma fino agli anni Novanta, forse per il preminente desiderio di ripartire con una vita normale. A 60 anni suonati ha ripreso in mano anche i suoi lontani fogli di diario. Sospira: “Nessuno in Svizzera mi ha mai offeso o discriminata perché ebrea. Piuttosto fui umiliata dalle leggi fasciste, che calpestarono la dignità umana. La storia dovrebbe essere maestra di vita, ma non sempre impariamo come dovremmo. Del resto basta guardare quanto odio c’è in giro, quante barriere. No, non è un bel momento e neppure un bel mondo”.

Parafrasando Primo Levi, oggi Lidia suggella così la sua odissea: “Chi è stato perseguitato, lo è per sempre”.

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