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Pia Locatelli: le donne fondamentali nella costruzione dell’UE

Senza di loro molte conquiste politiche e sociali difficilmente avrebbero visto la luce

Il nuovo anno si apre su uno scenario europeo nuovo: per la prima volta due istituzioni chiave dell’Europa vedranno al comando due donne: Ursula von der Leyen è la nuova presidente della Commissione europea e Christine Lagarde succede a Mario Draghi come presidente della Banca Centrale Europea.

È una bella novità che ci siano donne a guidare la politica europea, ma è una novità relativa perché le donne hanno svolto un ruolo importante sia nella costruzione del progetto unitario europeo, sia nella definizione delle politiche, ma a loro non sono stati né riconosciuti i meriti, né data la visibilità che ebbero i colleghi maschi.

Le madri fondatrici dell’UE

Abbiamo sempre sentito parlare dei padri fondatori dell’Europa, ne conosciamo i nomi e i volti; al manifesto di Ventotene associamo le figure di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni; se allarghiamo l’orizzonte oltre i confini nazionali, si affacciano i nomi di Jean Monnet, di Robert Schuman, di Konrad Adenauer. Pochi invece ricordano le donne che hanno svolto un ruolo importante nella costruzione europea, vere madri d’Europa: Ursula Hirschman, Ada Rossi, Luis Weiss, Eliane Vogel Polsky, Simone Weil… e le altre numerose donne che, nel Parlamento e nelle istituzioni europee, hanno contribuito alla nascita della Comunità, poi Unione europea, alla sua evoluzione, alla promozione di politiche di parità e pari opportunità nei Paesi membri.

Senza di loro molte conquiste politiche e sociali difficilmente avrebbero visto la luce.

Ursula Hirschman fu di certo la prima. Moglie del socialista Eugenio Colorni, al confino per le sue idee antifasciste, lo seguì a Ventotene e, dopo aver contribuito alla stesura del Manifesto, rientrò dall’isola portando con sé il testo del documento che diffuse negli ambienti antifascisti con l’aiuto di Gigliola e Fiorella Spinelli, sorelle di Altiero, e di Ada Rossi. Insieme ad Ada Rossi, moglie di Ernesto Rossi, conosciuta durante le sue visite a Ventotene, Ursula Hirschman organizzò la prima riunione costitutiva del Movimento federalista a Milano. Era il 1943.

Sia Ursula, sia Ada non si limitarono a essere mogli o compagne di padri dell’Europa, furono piuttosto artefici paritarie di quel progetto europeo che vedrà la luce con la firma dei Trattati di Roma del 1957; soprattutto grazie a loro l’Europa fu un’arena privilegiata per la parità delle donne nel mondo del lavoro, una promotrice di politiche per le pari opportunità, uno spazio politico destinato ad ampliarsi. Lo testimonia l’articolo 119 del Trattato di Roma che sancisce la parità salariale tra uomini e donne; soprattutto lo conferma la battaglia di Eliane Vogel-Polsky, l’avvocata che portò alla Corte di giustizia delle Comunità europee la questione della diretta applicabilità dell’art.119 sulla parità salariale.

Nessuna firma di donna nei Trattati di Roma

Ma le donne europee dovettero lottare per affermarsi: nonostante i contributi delle madri fondatrici, nessuna donna partecipò alla stesura e alla firma dei Trattati di Roma. Nel primo Parlamento europeo (Assemblea) istituito nel marzo 1958, attraverso un’elezione di secondo grado dei parlamenti nazionali, le donne si contavano sulle dita di una mano. Nei vent’anni di vita di questa Assemblea solo 31 donne ne fecero parte.

Pia Locatelli europa

Ci sono voluti più di vent’anni perché nel 1979 il Parlamento europeo venisse eletto attraverso il voto diretto di cittadini e cittadine degli allora nove Paesi membri, stabilendo un effettivo rapporto di rappresentanza politica. Dei 410 parlamentari eletti nel primo Parlamento, 69 erano donne. A questo risultato, apprezzabile per i tempi, contribuì sicuramente il movimento Femmes pour l’Europe, fondato nel 1975 da Ursula Hirschmann con l’obiettivo di unire le donne in battaglie comuni.

E se ne sentirono gli effetti: viene elaborato il primo Programma d’azione sociale che dedica una particolare attenzione alle donne; viene approvata la direttiva che prevede l’applicazione del principio della parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminili e impegna gli Stati membri a eliminare le discriminazioni di sesso derivanti da disposizioni legislative regolamentari o amministrative. Altre direttive, regolamenti, raccomandazioni vengono approvati negli anni successivi per realizzare il principio della parità di trattamento nel lavoro, volano per l’allargamento della parità a molti altri ambiti.

Il suffragio universale e Simone Veil

Con le prime elezioni del Parlamento europeo a suffragio universale del 1979 Simone Veil viene eletta presidente del Parlamento europeo. Ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz, femminista convinta, era stata per cinque anni ministro della Sanità del governo Chirac e aveva portato avanti una serie di politiche a favore della contraccezione, per la ricerca sui vaccini, per l’assistenza ai disabili…. Simone Veil è sopprattutotricordata per la sua legge del 1974 sull’interruzione volontaria di gravidanza in Francia, primo paese cattolico a legalizzare l’aborto. Nel suo discorso di insediamento a presidente del Parlamento europeo, Simone Veil rilanciò un discorso politico volto a fare dell’istituzione da lei presieduta il motore dell’integrazione.

Nel primo giorno di vita del Parlamento europeo, a fianco di Simone Veil c’era un’altra donna, l’ottantaseienne Louise Weiss, altra «madre» europea, che già dagli anni Venti aveva intravisto le possibilità della costruzione di un’Europa comune, di un mercato unitario e perfino di un’unica moneta. Con loro altre 67 donne parlamentari; tra di loro le italiane Susanna Agnelli, Maria Fabrizia Baduel Glorioso, Carla Barbarella, Emma Bonino, Tullia Carettoni, Maria Luisa Cassanmagnago, Luciana Castellina, Paola Gaiotti, Nilde Iotti, Maria Antonietta Macciocchi e Vera Squarcialupi.

Nel nuovo Parlamento venne presto istituita una Commissione, presieduta dalla eurodeputata francese Yvette Roudy, che nel 1981 produsse un report sulla condizione delle donne in Europa; fu un’altra eurodeputata francese, Marie Claude Vayssade, a presiedere la Commissione d’inchiesta sulla situazione delle donne. Nel luglio 1984 venne istituita la Commissione permanente sui diritti delle donne, oggi Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere che, sin dal momento della sua costituzione ha svolto un ruolo decisivo nella definizione e nella promozione dei diritti delle donne nell’Ue

I decenni scandirono il ritmo sempre più incalzante delle politiche europee per la parità e le pari opportunità. Se negli anni Settanta e Ottanta la legislazione e la giurisprudenza hanno contribuito a rafforzare il principio di uguaglianza tra donne e uomini e la sua applicazione soprattutto nel mondo del lavoro, più tardi gli ambiti di intervento si moltiplicarono e investirono i nuovi ambiti di quelle che ora definiamo “politiche di genere”: la partecipazione delle donne alla vita politica, la lotta alla violenza e al traffico di essere umani, in primis le donne, le politiche di conciliazione tra vita familiare e lavorativa, la condivisione del lavoro di cura e delle responsabilità familiari, il gender budgeting, il ruolo delle donne nei media, le politiche di genere nell’ambito delle politiche di sviluppo e delle relazioni esterne, le donne migranti; in tutti questi settori le istituzioni europee assunsero iniziative e spronarono le legislazioni nazionali.

Coi Paesi scandinavi più donne e welfare

L’entrata nell’Unione dei Paesi scandinavi porterà nel Parlamento un numero elevato di donne e una lunga tradizione di welfare state attento alle donne. La percentuale delle eurodeputate proseguirà con un trend positivo, passando dal 15,2 del 1979 al 19,9 del 1989, al 35,5 del 2009, al 40,4 delle elezioni del maggio scorso.

Gli anni Novanta furono anni di grande fervore e di nuove elaborazioni: il concetto di gender mainstreaming, ossia l’introduzione della prospettiva di genere in tutte le politiche, viene portato dalla delegazione della UE, guidata dalla spagnola Cristina Alberdi, come contributo originale alla IV Conferenza Mondiale sulle Donne delle Nazioni Unite, la Conferenza di Pechino del settembre 1995.

Il mainstreaming di genere e l’empowerment delle donne costituirono la cifra distintiva della conferenza di Pechino. Migliaia di donne delle Istituzioni e delle ONG elaborarono la Piattaforma di Azione che continua a essere punto di riferimento del femminismo mondiale. Con Pechino il mainstreaming di genere diventa pratica politica e la Commissione europea emana un documento nel quale si afferma che bisogna mobilitare esplicitamente sull’obiettivo della parità il complesso delle politiche, introducendo in modo attivo e visibile, all’atto stesso della loro concezione, la valutazione degli effetti che esse possono avere sulla vita delle donne e degli uomini.

La parità nel 1997

Il riconoscimento formale della “parità tra uomini e donne” arriva con il Trattato di Amsterdam (1997) che entrerà in vigore il 1° gennaio 1999. Dopo Amsterdam, Nizza che adotta la Carta dei diritti fondamentali; ed infine i Trattati di Lisbona entrati in vigore il 1° dicembre 2009: con essi la parità tra donne e uomini viene riconosciuta tra i valori dell’Unione europea e la Carta dei diritti fondamentali, adottata a Nizza, diventa giuridicamente vincolante, essendo stata compresa come parte integrante dei Trattati.

Il nuovo millennio venne segnato dalla definizione della strategia di Lisbona, ispirata a una nuova “filosofia” che intendeva rendere l’economia europea la più competitiva e dinamica del mondo attraverso un insieme di politiche ispirate alla conoscenza, alla coesione sociale e alla sostenibilità ambientale. Ne fu ispiratrice soprattutto l’economista portoghese Maria João Rodrigues e promotore il governo portoghese guidato da Antonio Guterres, oggi Segretario Generale delle Nazioni Unite, allora titolare della presidenza pro-tempore della Ue.

L’aumento del tasso di occupazione fu insieme impegno e obiettivo, difficile da conseguire in particolare quello femminile, per la scarsità di servizi per conciliare vita professionale e familiare.

Agli Stati membri l’Unione europea, nel Consiglio di Barcellona del marzo 2002, chiese di garantire servizi educativi all’infanzia per il 33 per cento della fascia d’età 0-3 anni e per il 90 per cento dai tre anni fino all’obbligo scolastico. La commissaria Anna Diamantopoulou, titolare del portafoglio Occupazione e affari sociali, fu in prima linea dentro e fuori il Parlamento europeo perché le percentuali indicate a Barcellona diventassero realtà.

Lotta alla violenza sulle donne

Anche la lotta alla violenza sulle donne vide l’Europa protagonista con i programmi Daphne che si susseguirono con stanziamenti maggiori nel tempo, confermando il bisogno di questi interventi e insieme il loro successo. Con essi la violenza sulle donne, un vergognoso tabù passato sotto silenzio troppo a lungo, entra nell’agenda europea. Iniziatrice dell’impegno contro la violenza della Commissione europea fu Anita Gradin, titolare del portafoglio Immigrazione, giustizia e affari interni, ex ministra della difesa svedese e presidente della Internazionale Socialista Donne.

Il dibattito sulla violenza contro le donne fu un importante punto di svolta nell’agenda europea con l’avvio di politiche per combattere il traffico di essere umani di cui le donne sono le prime vittime, un impegno che comporta la promozione e protezione dei diritti umani, la lotta al crimine organizzato, le politiche di cooperazione e sviluppo rivolte alle donne, la gestione dei flussi migratori che avrebbero interessato l’Europa negli anni a venire.

Ho sempre sostenuto che l’Europa conviene alle donne; lo dico anche oggi ma con maggiore prudenza, perché la vita è diventata difficile anche per l’Unione europea, meno impegnata di prima sulle politiche di genere.

Stiamo vivendo un periodo di difficoltà, che si è dapprima manifestato con il naufragio del Trattato costituzionale del 2005, difficoltà accentuate dall’ingresso dei Paesi dell’ex blocco sovietico: la loro timidezza sul fronte delle politiche sociali ed una certa diffidenza nei confronti delle politiche di genere, considerate un portato delle imposizioni statali dei passati regimi, hanno contribuito a frenare il processo di integrazione e a indebolire le politiche di genere. La crisi economica e la disoccupazione, il terrorismo internazionale e l’aumento dei flussi migratori hanno fatto il resto.

I tagli al welfare, che quasi tutti i paesi dell’Unione hanno adottato per rientrare nei parametri di Maastricht, secondo molti imposti da Bruxelles, ma di fatto condivisi dai diversi Stati membri all’atto della loro approvazione, hanno ulteriormente compromesso la qualità della vita delle donne, che sempre più devono farsi carico delle attività di cura della famiglia, di figli e figlie, di genitori anziani. Molte donne sono state costrette a “tornare a casa”, a rinunciare all’occupazione per farsi carico di situazioni alle quali lo Stato risponde in modo insufficiente. Ne era consapevole la passata Commissione europea che nell’ultimo report sull’uguaglianza tra uomini e donne spiega come la crisi – insieme alla marginalizzazione causata dalle politiche di austerità – abbia bloccato il processo verso l’indipendenza economica delle donne.

La nuova commissione e il momento difficile

Ne è certamente consapevole la nuova Commissione europea presieduta da Ursula Von de Leyen che con determinazione ha guidato le consultazioni per la formazione della nuova Commissione ora composta da 13 donne e 14 uomini. Il suo impegno per una composizione equilibrata di uomini e donne dell’istituzione da lei guidata è indice di una volontà di promozione delle politiche di genere e di assegnazione di ruolo alle donne nel governo delle istituzioni europee. Alla maltese Helena Dalli è stata affidata la delega esclusiva alla pari opportunità, una novità assoluta nella storia della Commissione europea.

Ne è altrettanto consapevole il nuovo Parlamento che vede una presenza di 307 deputate, pari al 40,4%, una percentuale ben al di sopra della media mondiale ed europea dei parlamenti nazionali. La stessa percentuale vale per delegazione italiana, che comprende 30 deputate. Questi numeri costituiscono per noi, figlie e nipoti delle madri fondatrici d’Europa, una partenza con il piede giusto. Ma noi, che continuiamo a mantenere le madri d’Europa come modello di riferimento per le nostre azioni, siamo consapevoli che, insieme ai numeri ci vogliono le politiche perché i numeri contano ma soprattutto pesano le politiche.

Ci auguriamo che le madri d’Europa ispirino la nuova Commissione e il nuovo Parlamento per costruire una nuova Europa democratica, paritaria, inclusiva, solidale, della buona e piena occupazione.

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