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Legge: le tutele dei parlamentari sono ancora necessarie? - BergamoNews
Lo sguardo di beppe

Legge: le tutele dei parlamentari sono ancora necessarie?

Quando penso all'articolo della Costituzione che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, mi prende un certo sconforto

Quando penso all’articolo della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, mi prende un certo sconforto. Così dovrebbe essere, ma se esaminiamo i dati di fatto, ci rendiamo conto immediatamente che le cose non stanno proprio nei termini che la Costituzione auspica a proposito di uguaglianza.

L’articolo 96 della Costituzione stabilisce che “Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale“.

È probabile che l’articolo 96 sia stato scritto in un periodo della storia Italiana nel quale si riteneva necessaria o consigliabile questa cautela nei confronti dei ministri o dei parlamentari.

Questo riguardo nei confronti dei suddetti parlamentari, riguardo che io attualmente chiamo privilegio, come collima con il fatto che tutti i cittadini devono essere considerati uguali di fronte alla legge? Evidentemente qualcuno si sente costituzionalmente più uguale degli altri. Quale povero mortale, cittadino di rango ordinario non assurto al bengodi del Parlamento, ha diritto ad una previa autorizzazione della categoria di appartenenza, prima di essere rinviato al giudizio della magistratura ordinaria?

Se un professionista, iscritto all’albo di pertinenza della sua professione commette un reato, non viene sottoposto al giudizio preventivo di una commissione di suoi pari che abbia il potere di decidere se consegnarlo alla magistratura ordinaria o di impedire che venga processato. Nella peggiore delle ipotesi viene cancellato dall’albo di appartenenza. I medici, gli ingegneri, i commercialisti e tante altre categorie hanno un albo al quale si iscrivono, ma “ l’ordine”, vale a dire il parlamento delle differenti categorie, non può impedire che un professionista venga sottoposto al giudizio della magistratura ordinaria.

Quindi, perché mai i ministri e i parlamentari, persone incaricate di gestire l’interesse della nazione, devono avere questa cintura di sicurezza rispetto alla gente per la quale lavorano? Dove sta la giustificazione di questo atteggiamento riguardevole nei loro confronti?

Cerchiamo di non avvalorare teoremi strani secondo i quali, soffiare sul fuoco di un sospetto da parte dell’oppositore di un ministro o di un parlamentare, sia sufficiente a consegnarlo nelle mani della magistratura. Un giudice, prima di decidere un rinvio a giudizio, indaga e se non trova nessun illecito nella condotta della persona segnalata o denunciata, non porta a giudizio il supposto colpevole.

La procedura di salvaguardia dei nostri parlamentari prevede i seguenti step: “Ricevuti gli atti, il tribunale dei ministri entro 90 giorni, compiute indagini preliminari e sentito il pubblico ministero, può decidere l’archiviazione – nel qual caso il decreto non è impugnabile – oppure la trasmissione degli atti con una relazione motivata al procuratore della Repubblica, affinché chieda l’autorizzazione a procedere. L’autorizzazione è chiesta alla Camera di appartenenza degli inquisiti (nel caso di Salvini il Senato – ndr), anche se alcuni di loro non sono membri del
parlamento. La Camera competente – sulla base dell’istruttoria condotta dall’apposita giunta – può negare, a maggioranza assoluta, l’autorizzazione ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico.”

Ed è questo il quesito da sciogliere nel caso relativo al rinvio a giudizio di Matteo Salvini.

Quindi, perché tanta paura? Se gli atti dimostreranno che sussiste un accanimento verso gli immigrati finalizzato solo alla conquista di elettorato e non al preminente interesse della nazione, dovrà accettare la condanna e rassegnarsi alla sua sorte, come accade a tutti i cittadini “normali”, non protetti dall’airbag del tribunale dei ministri. Se si dimostrerà il contrario, allora verrà prosciolto dall’accusa e l’assoluzione o il non luogo a procedere torneranno a suo vantaggio personale e politico.

Però… che dice l’antico proverbio? “Cane non mangia cane”. Riporto, a conforto del proverbio citato, la spiegazione riportata da una sito internet, esplicativa di questo antico modo di dire: “L’espressione ‘cane non mangia cane’ viene usata quando si vuole significare che tra due persone simili non ci si fa la guerra. Di solito in italiano questa espressione è usata con un significato ancora più stretto, infatti, si suole usarla quando si vuole intendere una cerchia di persone potenti, importanti, nella quale non ci sarà mai un’azione forte di uno contro l’altro”.

A livello politico, spesso si è visto usufruire di scambi del tipo: io do una mano a te in questa occasione e tu dai una mano a me, qualora mi serva. Questa volta sembra e sottolineo sembra, non sia andata così. Ma sarà proprio corrispondente al vero ciò che appare? Le manovre politiche hanno un che di misterioso che sfugge, spesso, anche agli occhi più attenti e critici.

Su entrambi i fronti, non mancano persone di scarsa dignità e con un senso molto approssimativo della giustizia. E allora, per decoro del Parlamento, non sarebbe giusto, qualora sussistano le condizioni, espellere indagati e condannati dal Parlamento e dai partiti e come accade a noi poveri mortali, gente comune, affidarli al giudizio degli organi competenti, senza cinture protettive?

In caso di conclamata innocenza, potranno essere reintegrati nel loro ruolo. So che si scatenerà un vespaio di pro e di contro su questa provocazione, ma mi piacerebbe che il popolo, tanto
invocato da tutti e altrettanto da tutti ignorato nei provvedimenti concreti, si esprimesse in merito al conservare per i suoi rappresentanti, nominati ormai da tempo dai capi-bastone, questo privilegio non da poco. Nel nostro parlamento siedono più di un centinaio di persone inquisite /condannate/assolte per prescrizione del fatto compiuto.

Non lo ritengo giusto, ma così van le cose in casa nostra. Anche altrove? Altrove non mi interessa. È questa casa nostra, l’Italia.

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