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“Severino era unico: mi stavo iscrivendo a Matematica, lessi un suo saggio, virai su Filosofia”

Il filosofo bergamasco Piermaria Lupo Pasini ricorda il grande accademico e intellettuale scomparso venerdì 17 gennaio all’età di novant’anni

“Emanuele Severino era unico: la vastità e la profondità del suo pensiero sono irripetibili”. Così il filosofo bergamasco Piermaria Lupo Pasini ricorda il grande accademico e intellettuale scomparso venerdì 17 gennaio all’età di novant’anni.

A contraddistinguerlo erano una notevole preparazione, una cultura straordinaria che abbinava a una spiccata cordialità. Lupo Pasini evidenzia: “È stato un grandissimo filosofo e ha sempre trattato la filosofia con i guanti evitando di utilizzare frasi ridondanti, geniali o stridulanti: era un logico perfetto e andava dritto dove lo portava la ragione. Sul piano personale, era gentilissimo, ascoltava sempre tutti con pazienza, anche quando gli venivano poste domande semplici che magari per lui saranno state scontate”.

Un aneddoto rende l’idea del fascino che il pensiero di Severino riusciva a esercitare. Lupo Pasini rammenta: “Intrapresi i miei studi alla facoltà di filosofia proprio grazie a lui. Avevo intenzione di iscrivermi a matematica ma la sera prima di recarmi all’università una mia amica tornò dalla Cattolica di Milano con alcuni libri e mi disse che era stanca: avrebbe dovuto sostenere un esame ma non capiva nulla di quei testi. Tra questi volumi c’era “Essenza del nichilismo”, una raccolta di articoli di Severino per l’appello di istituzioni di filosofia. Conoscendo la mia passione per quest’ambito di studi, me lo diede: mentre ero sul treno lessi “Ritornare a Parmenide” e quando scesi mi iscrissi a filosofia. Il mio amore per la filosofia rigorosa scaturì da quelle pagine: dopo questa lettura mi interessavano poco le altre filosofie molto edulcorate, che sono opinioni più o meno intelligenti, magari scritte bene ma non rigorose. Questa è la sua peculiarità: se leggi Severino e lo studi, lo comprendi e ne segui l’atteggiamento mentale, ti porta a essere razionale e rigoroso nella vita. Era intelligentissimo, basta pensare che a 15-16 anni aveva già pubblicato il suo primo libro “La coscienza”, dedicato a musica e filosofia, mentre a 19 anni ha scritto “Heidegger e la metafisica”, ma non ostentava agli altri la sua intelligenza. Dal punto di vista caratteriale, era una persona molto riservata, non amava apparire: era uno studioso e quello che doveva dire lo scriveva nei suoi libri. Negli ultimi decenni lo contattassero da moltissime città per tenere conferenze, partecipava per gentilezza ma non amava mostrarsi. La ragione era semplice: il succo della sua filosofia consiste nel fondare in maniera incontrovertibile ogni affermazione e negli incontri non si riesce a fare altro che enunciare delle tesi ma l’enunciazione di un concetto senza una dimostrazione è un’opinione come un’altra. Nei libri, invece, si può fondare e dimostrare ogni argomentazione. Si può dire che intervenendo alle conferenze tradiva se stesso, ma era gentile e non si sottraeva”.

Lupo Pasini lo ha ascoltato diverse volte: “Nel 1969 mi iscrissi alla Cattolica perché Severino insegnava lì, ma non riuscii ad averlo come docente perché proprio quell’anno dovette lasciarla e si trasferì a Venezia. Quando ho svolto il servizio militare, però, sono stato in Friuli e spesso ho partecipato alle sue lezioni: ascoltarlo era molto affascinante e le aule erano sempre piene. Ho avuto come insegnante il suo maestro, Gustavo Bontadini, una figura a cui era molto legato anche se hanno avuto la più alta diatriba filosofica quando Severino pubblicò le sue tesi. È stata una discussione meravigliosa, piena di rispetto e dai contenuti elevati, una battaglia filosofica come quelle che ormai non si vedono più”.

Lo spessore di questo filosofo era notevole e Lupo Pasini non vede possibili eredi: “Era unico, non ha successori: ci sono diversi professori e assistenti che lo ripetono ma un pensiero così compiuto è irripetibile e svilupparlo ulteriormente sembra impossibile. Inoltre penso che la sua filosofia sia molto inattuale e sarà dimenticata, magari verrà riscoperta tra anni, decenni o secoli. L’opera di Severino si basa sulla potenza del pensiero che ha espresso, un rigore che lascia allibiti ma certamente non è una filosofia alla moda. Ora che purtroppo non c’è più si potrà scoprire come fosse una persona infinitamente religiosa, un aspetto che non era possibile approfondire quando era in vita perchè tagliava corto sull’argomento. Cornelio Fabbro, uno dei tre inquisitori del processo che venne effettuato al Sant’Uffizio, lo tacciò di essere il più ateo dei filosofi di tutti i tempi. In realtà era di una religiosità profondissima: riscrisse la religione cristiana/cattolica in termini laici, non istituzionali, diversi dalle costruzioni mitiche delle religioni, ma per lui il paradiso, l’eternità e la gloria, la gioia paradisiaca ci sono così come l’immortalità, il concetto di vedere faccia a faccia Dio, l’essere totale. Tutte queste figure e metafore le ha rigorizzate a suo modo ma sono presenti nella sua filosofia. Anzi, la sopravvivenza dopo la morte viene legata a un paradiso inimmaginabile”.

Infine, Lupo Pasini denota lo spessore di Severino: “Fare confronti è difficile, ma la sua statura è paragonabile a quella di Hegel e Heidegger. Aveva una potenza e una vastità di pensiero notevole: riusciva a combinare la profondità con la sottigliezza partendo da un unico punto che sviluppava a spirale. Potrà essere ammirato ma non si diffonderà a livello popolare in termini filosofici, perchè la sua non è una corrente di filosofia analitica come quelle che vanno di moda oggi e non si tratta nemmeno di post-fenomenologia dove si parla di tutto, anche con opinioni brillanti e intuizioni interessanti. Severino non ha una filosofia che piaccia perché non affronta le faccende del nostro mondo, le ha trattate per esempio parlando di capitalismo e tecnica, ma questa è l’analisi della superficie, mentre il suo nucleo è un’analisi più approfondita, che guarda al fondamento ed è più impegnativa. Anche i critici di Severino fanno molta difficoltà perché per capirlo bisogna studiare i suoi libri teoretici che richiedono attenzione e tempo. Bisognerebbe partire dalla “Struttura originaria” che è il libro più difficile di tutta la sua produzione ma lo hanno letto in pochissimi, poi tutto si dipana. Penso che al di là del clamore di questi giorni, la sua filosofia verrà messa da parte e magari riscoperta un indomani, ma è morto avendo compiuto tutto: dal punto di vista filosofico, non gli restava da dire altro. Ha concluso la sua filosofia e tutto ciò che poteva sviluppare e gliene dobbiamo rendere merito”.

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