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L’Europa necessita di leggi, esercito, scuole comuni e di una nuova coscienza

I nostri giovani, in fondo, stanno crescendo un po’ così: cittadini del mondo, disinvoltamente laici, antideologici. Si tratta semplicemente di dare loro una ragione per cui, invece che apolidi, si sentano cittadini d’Europa

Eccoci, dunque, giunti alla fine del nostro brevissimo viaggio dentro l’Europa comunitaria: siamo partiti da qualche vaga e ingenua idea di fratellanza continentale e siamo approdati agli accordi, molto tecnici, di Maastricht, di Nizza, di Lisbona, che hanno regolamentato un’enorme serie di prerogative comunitarie.

Quello che, forse, non abbiamo fatto è stato, piuttosto, riflettere su cosa significhi, oggi, per ognuno di noi, essere membro dell’UE: la cittadinanza europea, insomma. Gli accordi presi, nel corso dei decenni, dai nostri governanti, in fondo, hanno cambiato radicalmente i nostri costumi, la nostra mentalità, il nostro bilancio, tanto statale quanto familiare.

Ma quanto ci hanno resi più Europei? Che cos’è, per noi, l’Europa? Un remoto palcoscenico internazionale? Una burocrazia grigia? Oppure un sentimento, un’aspirazione, un’identità comune?

Mi verrebbe da dire che l’Europa del 2020 sia un po’ di tutto questo e altro ancora: in una società che tende sempre di più a radicalizzare i propri estremi, con un’immensa zona grigia che tira a campare a prescindere, l’Europa potrebbe essere la via di fuga, la salvezza.

Dico potrebbe, perché, di fatto, nella distribuzione di diritti e doveri, all’interno dell’UE, vi sono evidentissime storture: glissando su quello che pare sia stato l’errore fondamentale dell’UE nel cercare di cavalcare la crisi economica del 2008, ovvero la politica di austerità che, alla fine, ha fatto il gioco degli antieuropeisti, oltre a produrre gravi danni alle economie più danneggiate dalla rigidità.

Eppure, l’Europa è ancora l’unica strada percorribile, a mio parere: solo che ce ne vorrebbe di più e, al contempo, di meno. Ci vorrebbe una confederazione più simile ad uno stato federale: gli Stati Uniti d’Europa, solo mezzo per sostenere la gara globale coi colossi cinese, statunitense, russo, indiano.

Insomma, una rifondazione europea, su base federale: una costituzione davvero superprimaria. Allo stesso tempo, bisognerebbe sottrarre il governo esclusivo dell’UE a finanzieri ed economisti, dando reale peso a quelle istituzioni comunitarie che, pur esistendo sulla carta, non contano nulla politicamente: istituzioni giuridiche, culturali, umanitarie, che sono poco più che costosi baracconi.

In definitiva, cosa manca all’UE per diventare uno stato federale: per cominciare, come dicevamo, leggi comuni, ovvero leggi che, pur mantenendo le legislazioni dei singoli stati membri, fossero vincolanti a livello federale. Poi, un esercito europeo: non contingenti multinazionali formati a percentuali, ma forze armate uniche, con uniche scelte tecnologiche, strategiche, selettive.

E, ancora, un unico sistema educativo: scuole e università equivalenti e equipollenti. Il che eliminerebbe le odiose classifiche OCSE, che servono a fare titoloni sui giornali, ma che non cambiano di una virgola il nostro declino. Ma la cosa che più manca e più sarebbe necessaria, per arrivare agli Stati Uniti d’Europa è una nuova coscienza europea: il definitivo superamento della mentalità novecentesca a favore di un’idea di comunità statale e nazionale veramente continentale, nel rispetto delle prerogative di tutti e con l’idea di un obbiettivo davvero comune a tutti.

I nostri giovani, in fondo, stanno crescendo un po’ così: cittadini del mondo, disinvoltamente laici, antideologici. Si tratta semplicemente di dare loro una ragione per cui, invece che apolidi, si sentano cittadini d’Europa: e questa ragione può partire soltanto dalla nostra storia.

Una storia, certamente, di guerre, di scontri terribili, di divisioni e di scismi: ma anche una storia di comune civiltà, di grandi conquiste culturali e sociali. Quella storia che ci ha sempre fatto sentire europei, anche quando l’Europa era soltanto un sogno rarefatto e lontanissimo. Quella storia che dobbiamo restituire alle nuove generazioni, affinchè non crescano orfane della propria identità.

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