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Minacciò con mazza da baseball impiegata poste, Cassazione: non è oltraggio a pubblico ufficiale

Il malfunzionamento del bancomat scatenò l'ira di un bergamasco residente a Bolzano. La curiosa vicenda riportata dal Corriere dell'Alto Adige

Lo scorso agosto aveva minacciato gli impiegati di un ufficio postale a Bolzano. Il bergamasco “Joe DiMaggio” (nome di fantasia) lo ha fatto servendosi di una mazza da baseball perché non riusciva a prelevare i soldi dal bancomat. Constatando che sul suo conto non era ancora stata accredita una somma da lui attesa, ha sbottato. Fermato, è stato denunciato per minaccia a pubblico ufficiale.

Come riporta il Corriere dell’Alto Adige, DiMaggio ha considerato colpevoli del disguido i dipendenti dell’ufficio postale, nella fattispecie un’impiegata. Lui stesso ha contattato la polizia, dichiarandosi pronto a farsi giustizia da solo se l’ufficio postale non avesse assecondato le sue richieste. Nel tentativo di ricondurlo a più miti consigli, il bergamasco ha brandito la mazza da baseball, senza fortunatamente utilizzarla. Giudicato per direttissima, è stato sottoposto a obbligo di firma.

Per la minaccia a pubblico ufficiale l’uomo, residente a Bolzano, tramite il suo avvocato è ricorso in Cassazione che in una sentenza di fine 2019 ha stabilito che “il dipendente in servizio presso un ufficio postale che svolge attività di tipo bancario/finanziario (cosiddetto “bancoposta” ndr) non riveste la qualità di persona incaricata di pubblico servizio o di pubblico ufficiale, in quanto le relative attività sono chiaramente distinte dai servizi postali, sia perché disciplinate da differenti e specifiche normative di settore, sia perché separate dal punto di vista organizzativo e contabile”.

In parole semplici l’impiegata in questione non può essere considerato un pubblico ufficiale al pari delle forze armate o di polizia italiane, i vigili del fuoco, i piloti d’aereo, i comandanti di nave, o degli stessi componenti dell’ufficio elettorale di sezione ed i rappresentanti di lista in caso di elezioni.

“La qualifica di incaricato di pubblico servizio – si legge nella sentenza – è stata sempre riconosciuta alle figure di dipendenti dell’ente Poste italiane in relazione all’espletamento dei servizi postali tipici, laddove le loro attività siano caratterizzate in concreto dall’esercizio di funzioni di certificazione, dunque non esplicative di semplici mansioni d’ordine, vale a dire di mansioni meramente esecutive, prive di qualsivoglia carattere di discrezionalità e di autonomia decisionale. Al contrario, l’addetto allo sportello dell’ufficio postale che si occupi della erogazione di somme di denaro ai titolari di conti correnti esplica un incarico che non comporta l’esercizio di poteri certificatori, essendo la sua posizione assimilabile a quella di un qualunque sportellista di una agenzia bancaria privata, non rappresentando l’attività bancaria svolta dalle Poste Italiane s.p.a. un pubblico servizio ma attività privata, al pari di quella svolta dalle banche”.

La dipendente Bancoposta è, quindi, stata equiparata ad un bancario. La sentenza precisa che “per la qualifica degli addetti ai servizi di bancoposta si deve necessariamente tenere conto della natura delle funzioni loro affidate, con la conseguenza che assume rilievo l’attività in concreto svolta e che si deve, perciò, escludere la qualità di incaricato di pubblico servizio rispetto al personale dell’ufficio postale addetto al servizio di bancoposta che non afferisca allo specifico settore della raccolta del risparmio postale, ovvero quella effettuata unicamente attraverso libretti di risparmio postale e buoni postali fruttiferi”.

Ne consegue che la condotta ascritta al buon Joe DiMaggio non può essere ricondotta al reato di minaccia al pubblico ufficiale. Ordinanza annullata, quindi, “con rinvio, al fine di procedere ad una nuova e diversa qualificazione giuridica” e verifica “se i fatti possano essere riqualificati secondo un diverso titolo di reato compatibile con i limiti edittali previsti per l’applicazione della misura cautelare personale disposta nei confronti dell’imputato”.

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