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Morto Giampaolo Pansa: l’intervista all’uscita, tra le polemiche, de “Il sangue dei vinti”

Proprio all'uscita de Il sangue dei vinti, precisamente il giorno dopo, il 15 ottobre del 2003 la direttrice di Bergamonews, Rosella del Castello, allora cronista per L'Eco di Bergamo, lo ha intervistato. Vi riproponiamo quell'articolo.

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Giampaolo Pansa, tra i più importanti protagonisti del giornalismo del Novecento, è morto domenica notte a 84 anni. Stava poco bene da alcuni mesi ed era ricoverato in una clinica romana. Pansa era nato a Casale Monferrato il primo ottobre del 1935. Aveva scritto per molte testate tra cui La Stampa, Il Giorno, Epoca, L’Espresso, Repubblica, Il Messaggero, il Corriere della Sera, Panorama. Memorabili i suoi reportage sulla Strage del Vajont, sullʼattentato di Piazza Fontana e sullo scandalo Lockheed.

Lungo e importante il sodalizio con Eugenio Scalfari: di Repubblica fu vicedirettore e de L’Espresso condirettore. La verve pungente di cronista e rubrichista la ripropone anche in molti libri dedicati soprattutto al mondo dei giornali: “Comprati e venduti“, “Carte false“, “Lo sfascio“, “Il malloppo“, “Carta straccia”.

Negli anni 2000 Pansa intensifica l’attività di saggista con una fitta produzione di libri che spesso fanno discutere perché mettono in discussione alcuni risvolti della Resistenza (in particolare Il sangue dei vinti). La guerra partigiana era stato un argomento al centro della sua tesi di laurea in Scienze Politiche , quando era stato allievo dello storico Alessandro Galante Garrone.

Proprio all’uscita de Il sangue dei vinti, precisamente il giorno dopo, il 15 ottobre del 2003 la direttrice di Bergamonews, Rosella del Castello, allora cronista per L’Eco di Bergamo, lo ha intervistato. Vi riproponiamo quell’articolo.

È un ingenuo ma non troppo, Giampaolo Pansa. È un ingenuo quando guarda il mondo con gli occhi curiosi di un bambino che scopre pian piano, con stupore, quel che accade o è accaduto. Peraltro l’ha detto a chiare lettere quando ha dato a uno dei suoi best seller storici proprio il titolo di Romanzo di un ingenuo.

Però non è poi così ingenuo da non sapere a cosa sarebbe andato incontro ripercorrendo quello che è uno dei momenti più rimossi della storia italiana: il periodo immediatamente successivo al 25 aprile del 1945, il post-Liberazione, le vendette partigiane sui fascisti a quel punto sconfitti.

Non poteva non immaginare che Il sangue dei vinti (uscito ieri per la Sperling & Kupfer) avrebbe scatenato accuse e polemiche, con la sua messa a nudo di una verità cancellata dagli antifascisti, volontariamente dimenticata. La verità su alcune (quasi un migliaio) delle ventimila vittime della resa dei conti, delle soppressioni senza processo, delle torture, delle botte e delle cattiverie subite da tanti in odor di fascismo o di sostegno al regime. Polemiche che immancabilmente sono arrivate, ancor prima dell’uscita del libro.

Se le aspettava, vero?

Lo sapevo, certo che lo sapevo. E dico subito che delle polemiche sono felice. Anzi uno dei sentimenti da cui sono partito per la stesura del romanzo è stato proprio quello di dare per scontate queste critiche. Certo non pensavo che i miei detrattori sarebbero arrivati a tanto. Manca solo che mi accusino di aver rubato il Duomo di Milano per regalarlo a Berlusconi, e poi m’hanno detto di tutto.

Vergognoso, intempestivo, revisionista: cosa risponde a questi attacchi?

Rispondo che sono accuse pazzesche che vengono da una sinistra vecchia, quella vecchissima sinistra che mette alla berlina chi non è in linea con uno strano codice, assurdo e incomprensibile. Ma rispondo anche con un vecchio detto: “la vendetta è un piatto che si gusta freddo”.

Cosa intende dire?

Che per ora li lascio parlare, poi racconterò, a bocce ferme, di questo e di quello. Come Aldo “Iso” Aniasi, già sindaco socialista di Milano che io conosco come le mie tasche e che mi ha dato addirittura del “falsario”. Quell’accusa gli verrà ricacciata in gola a tempo debito.

Ma il Pansa che conosciamo, giornalista e storico antifascista e di sinistra, non è nuovo a prese di posizione controcorrente. Basta ricordare gli attacchi che subì dagli intellettuali comunisti e dai colleghi “rossi” all’epoca delle BR quando non si accodò al coro di chi riconduceva strategie e uomini del terrorismo alla destra o a complotti dei sevizi segreti…

Certo che sono abituato ad andare controcorrente. Il mio Bestiario (la rubrica che tiene su L’espresso, rivista di cui è condirettore) mantiene i suoi numerosi lettori proprio perché ogni volta sorprende. Nulla è scontato per me. Ricordo che ai tempi di Marco Barbone hanno tentato di farmi la pelle. Non ci sono riusciti, però.

Certo non voleva solo stupire scrivendo un libro come questo.

La sorpresa non è il mio obiettivo finale, ovvio. Questo romanzo è la prosecuzione dell’ultimo che ho scritto e che pure mi ha portato una sfilza di critiche. I figli dell’Aquila cercava di raccontare senza pregiudizi chi scelse la Repubblica di Salò. Da mezzo secolo, dai tempi della tesi di laurea mi occupo di questo periodo storico, della seconda guerra mondiale. Mi dovevo fermare? Mi potevo fermare? Perché, mi sono chiesto, altri Paesi d’Europa come la Francia e la Spagna descrivono senza tabù anche gli eventi più bui, come quelli successivi al franchismo, e noi invece continuiamo a nascondere?.

Con che stato d’animo si è messo a raccontare queste atrocità?

Il mio primo sentimento era legato alla volontà di non sbagliare. Il 1945 e il 1946 sono un terreno franoso, difficilissimo. Anche per uno come me che appena arriva in una città entra in libreria e si fa dare tutti i testi di storia del periodo in quella zona. Certo posso aver commesso qualche errore, d’altronde ho raccontato decine, centinaia di omicidi, se non arrivo a mille poco ci manca. Ecco lo stato d’animo di partenza è stato quello di mettere insieme un buon lavoro, come di solito noi piemontesi riteniamo di poter fare.

Un racconto il più possibile corretto dunque, ma non le può bastare.

Ho anche voluto evitare di costruire una horror story, ho omesso volontariamente quei particolari che potessero suscitare interessi morbosi.

Eppure il suo libro è definito drammatico e terribile.

Perché i fatti che racconta sono terribili. La sequenza dei fatti ti prende alla gola: sono eventi tragici accaduti a Schio, a Padova, in Romagna, a Cuneo, a Torino, in Liguria, in Emilia, in Lombardia. Una sequenza ininterrotta di storie violente: uccisioni, sevizie, stupri, brutalità estrema. Un insieme di storie che insieme fanno la storia.

C’è anche una parte bergamasca, dove racconta dei 43 giovani repubblichini uccisi il 28 aprile del ’45 a Rovetta.

Sono poche righe, ma ci sono alcune pagine che ripercorrono una serie di passaggi in terra bergamasca, pagine in gran parte attinte da uno studio completo della casa editrice “Settimo sigillo” di Roma.

Polemiche a parte, pensa che il suo “racconto verità” sarà utile, ai giovani in particolare?

Se i più giovani avranno voglia di leggerlo si potranno rendere conto di una cosa che nemmeno io ho capito ma che mi è stata sottolineata da un amico, un Verde, e cioè che questo il mio libro più pacifista in assoluto. Strano, perché io mi ritengo un guerriero riluttante , ma giustamente mi hanno fatto notare che Il sangue dei vinti è la dimostrazione chiara non solo delle atrocità portate dalla guerra, ma anche degli orrori del dopoguerra. Più pacifista di così….

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