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Nazionalismo e internazionalismo: punti deboli dell'unificazione europea - BergamoNews

Unione Europea: la storia

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Nazionalismo e internazionalismo: punti deboli dell’unificazione europea

Questo, mi sento di dire, è mancato all’Europa: la creazione di una “societas” europea, in cui non solo si condividessero gli interessi, ai massimi livelli, ma che prevedesse anche un’integrazione culturale ai minimi.

Nazionalismo e internazionalismo: queste furono e, in un certo senso, sono ancora le due anime del pensiero politico moderno.

Nel XIX secolo, per dirla in breve, si cominciò a guardare il mondo con due lenti deformanti, uguali e contrarie. Uguali, perché entrambe colorate di un utopia, talvolta fanatica, e nutrita di certezze incrollabili. Contrarie perché immaginavano una carta planetaria concepita in modi radicalmente diversi: una mappa con tanti territori di colori differenti, la prima.

Una piramide, anzi uno ziqqurat, con alla base il popolo oppresso e al vertice gli oppressori, la seconda. Da una parte, si voleva difendere, con una fortissima carica sciovinista, ogni prerogativa nazionale: dalle frontiere all’omogeneità etnica, religiosa e culturale. Dall’altra parte, si volevano abbattere le frontiere, per creare una società mondiale in cui, non il passaporto, ma la classe sociale, determinasse le appartenenze. Inutile dire che, dalla contrapposizione di queste due teorie politiche e, paradossalmente, anche dai casi in cui si mescolarono, come avvenne per il socialismo nazionale italiano (ovvero il fascismo) e il nazionalsocialismo tedesco, derivarono catastrofi immani, per il mondo, e per l’Europa in particolare.

Nonostante questo, quando di trattò di pensare concretamente a una trasformazione della CEE in qualcosa di più articolato e stringente, che avviasse i popoli europei verso una fusione anche politica, inevitabilmente, queste due pulsioni tornarono prepotentemente a galla: evidentemente, non erano bastate due guerre mondiali per vaccinare i politici europei in questo senso. Perciò, possiamo anticipare l’idea che l’Europa nacque monca, da questo punto di vista: si vollero unificare moltissimi strumenti politico-amministrativi, si aprirono le frontiere interne, ma, sotto la cenere, ha continuato a covare la vecchia massima del commodoro Decatur: right or wrong, our Country! E qui sta il busillis: qui si complica enormemente quel secondo pilastro dell’UE, che prevede una politica estera comune.

Perché, per avere effettivamente, una politica estera comune, bisogna che quella parola “country” intenda l’Europa come stato federale, ovvero un’Europa plurinazionale, ma in cui tutti gli stati membri, operino, in un certo senso, il più tradizionale “sacrificium nationis”: quello che caratterizzava, per capirci, i sudditi dell’Impero asburgico. Viceversa, nel sentimento nazionale degli Europei, pare che sopravviva, tenacemente e pervicacemente, l’idea che l’UE sia una specie di grande piazza bancaria, di mercato comune, come agli inizi, ma che permangano, parallelamente, interessi nazionali specifici, che non sono solo d’ostacolo a una comune strategia politica, ma si trovano perfino in conflitto l’uno con l’altro: argomento questo che mena acqua al mulino degli antieuropeisti, naturalmente.

Insomma, al di là dei proclami e delle buone intenzioni, questo benedetto secondo pilastro è tutt’altro che robustamente piantato nel cuore dell’Europa: è, anzi, il vero punto debole dell’intero processo di unificazione continentale. E qui, prima di tornare a raccontare la cronistoria dell’UE, dobbiamo, per un momento, tornare al federalismo utopico di Ventotene. Uno stato federale nasce, evidentemente, da un patto: “foedus” è parola latina che indica un’alleanza, ovvero la creazione di una “societas” internazionale.

Questo, mi sento di dire, è mancato all’Europa: la creazione di una “societas” europea, in cui non solo si condividessero gli interessi, ai massimi livelli, ma che prevedesse anche un’integrazione culturale ai minimi. L’Europa, in definitiva, è nata nei felpati salotti della politica e dell’economia, ma le è mancato un afflato popolare, che affratellasse gli Europei sulla base di un comune retaggio. Prova ne sia che, ovunque, nell’UE, prosperano i localismi e verzicano le microculture.

Questo, in conclusione, è avvenuto proprio perché si è cercata una sintesi tra i due grandi sistemi di pensiero politico novecenteschi, quello nazionalista e quello internazionalista, senza cercare un loro superamento. Prossimamente, cercheremo di spiegare attraverso quali passi si sia giunti a questa, più o meno riuscita, sintesi, con la nascita dell’Unione Europea. Prima, però, occorre parlare dell’evento che ha spalancato le porte all’Europa di oggi: la caduta dei regimi comunisti dell’Est.

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