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La black music ha trovato il suo maestro: Michael Kiwanuka - BergamoNews

Musica

Il discomane

La black music ha trovato il suo maestro: Michael Kiwanuka

Con il suo terzo album che porta il suo nome, Kiwanuka compie una sorta di miracolo riuscendo a giungere a una sintesi tra passato e presente. parola di Discomane che recensisce anche il concerto del Fabrique

Artista: Michael Kiwanuka
Titolo: Kiwanuka
Voto: ****1/2

Aspettavo con ansia il nuovo lavoro di Michael Kiwanuka che è oggi uno dei miei artisti preferiti. Kiwanuka è il suo terzo disco, dopo Home Again del 2012, una riscoperta del soul anni ’70, e Love & Hate del 2016, un capolavoro assoluto, vincitore di numerosi premi e soprattutto famoso per aver prestato una delle sue canzoni alla colonna sonora di Big Little Lies, la serie HBO di grande successo, con un cast di attrici di prim’ordine, tra cui Nicole Kidman, Reese Witherspoon e Zoe Kravitz, figlia di Lenny. In mezzo un disco dal vivo, Out Loud del 2018, per nulla trascurabile, scaricabile dalle più note piattaforme digitali.

E se il primo lavoro, Home Again, poteva a tutti gli affetti considerarsi opera acerba che però evidenziava alcune canzoni di grande pregio, già il successivo Love & hate ha proiettato l’artista nell’empireo musicale mondiale e nelle pieghe più intime del mio cuore. Love and Hate da una parte è opera fortemente legata alla tradizione della black music e dall’altra è scevra da qualsiasi vincolo stilistico essendo invece aperta a un crogiuolo di influenze che vanno dal soul, alla canzone d’autore, al progressive ed è pervaso da un amore per nulla velato verso alcune sonorità tipiche dei Pink Floyd; il disco ha dalla sua una manciata di composizioni complesse, spesso nella forma di mini suite, fatte di differenti stratificazioni di generi musicali e, su tutte, il brano, posto all’inizio del lavoro Cold Little Heart, per il quale termine di capolavoro non è un’esagerazione.

Quindi dicevo, l’attesa per il nuovo lavoro era alta e non solo quella mia.

Quest’estate finalmente esce il singolo You ain’t the problem, da apripista all’ascita dell’album, che a un primo ascolto trovo assai deludente: il coretto, perché così mi suona, che caratterizza l’intera traccia è frivolo e la composizione in genere non mi convince, troppo distante dalle strutture e dalle armonie raffinate del disco precedente; ed è così che dopo il primo ascolto metto da parte il brano, deluso, senza più aver la voglia di prestargli nuovamente attenzione.

La delusione viene poi confermata dalla copertina e dal titolo della nuova uscita: l’immagine di un sovrano addobbato come un albero di Natale (la copertina è di Markeidric Walker, un giovane artista emergente) e il titolo dato dal solo cognome mi sembrano forme di esibizionismo distanti dall’artista che avevo conosciuto ed apprezzato sino a quel momento.

Ma mi ricrederò in fretta, in occasione di un’intervista durante la quale l’artista dichiarerà: “L’album precedente proveniva da un luogo introspettivo come fosse stato una terapia, credo. Quest’ultimo disco invece rispecchia il sentirmi a mio agio per quello che sono. Come potrei essere audace e sfidare me stesso e l’ascoltatore? Si tratta di auto-accettazione in un modo più trionfante che malinconico.  È un album che esplora cosa significa essere un essere umano oggi. Quando ho firmato per la prima volta un contratto discografico, la gente mi chiedeva: ‘Allora, come ti chiameranno?’. E non ci ho mai pensato: chiamarmi Johnny Thunders o quello che è, come i cantanti del passato. Questo album è qualcosa di provocatorio; mi sto impegnando per quello che sono  e non voglio avere un alter ego, o diventare Sasha Fierce o Ziggy Stardust, anche se tutti mi dicono che devo essere questo, quello o l’altro. Posso semplicemente essere
Michael Kiwanuka”.

Quindi l’apparente pomposità del titolo e della cover in realtà rappresentavano un messaggio sotteso. Erano i mezzi per affermare la propria identità, i segnali dell’urgenza di produrre musica che non necessariamente fosse la deriva di qualcosa, l’esigenza di proporsi quale elemento catalizzatore della black music odierna, una sorta di identificazione che però non è presunzione, al contrario è voglia di confronto.

L’artista pur utilizzando modalità di espressione, a prima vista, criticabili non si nasconde dietro alter-ego o personaggi di fantasia. La sua musica è quella che oggi noi ascoltiamo, non è il compromesso con le esigenze di mercato; se ci piace bene ma non sarà il nostro giudizio a cambiare l’artista.

Kiwanuka con il suo terzo album, prodotto in modo geniale da Danger Mouse e Inflo, il medesimo team del disco precedente, si pone al centro di tutta la scena black, coagulando e sintetizzando le diverse influenze e i generi in cui questa si declina: dal (new) soul al rap, alla musica d’autore, passando ancora una volta per le progressive e tutta la scena inglese degli anni ’70.

Kiwanuka, suona come un disco del passato, pur essendo modernissimo nei temi, anche musicali: è la convergenza tra il mondo analogico prestato a quello digitale, è il cross over ideale tra passato, presente e futuro. È in particolare un disco profondo, ottimamente suonato. Le canzoni hanno tutte una lunghezza maggiore rispetto a quella che l’industria discografica oggi sopporta, spesso sono dotate di parti solo musicali che fanno da prologo a quelle cantate, e può capitare che in alcuni brani si possano trovare più temi, più canzoni concentrate in un unico titolo.

Il suono è ovunque caldo e l’ascoltatore viene avvolto dalla prima all’ultima traccia, ogni canzone ha un forte impatto scenografico ed è in grado di richiamare la mente al passato glorioso di tutta la black music, della musica anche di protesta, pur mantenendo una sua modernità di fondo. Gli strumenti, quelli veri sono i protagonisti indiscussi di ogni brano, le orchestrazioni sono spesso ricche e il suono della chitarra o del piano quasi sempre presenti.

Si inizia con You ain’t the problem (il singolo di quest’estate, che rappresenta una sorta di affermazione identitaria) che se ai tempi della sua uscita non mi aveva convinto, oggi sì. L’apparente leggerezza lascia il posto all’evidenza delle radici che si riscontrano nel ritmo delle percussioni, piuttosto che nei cori, che richiamano tutta la cultura (non solo musicale) della black exploitation, che hanno in Curtis Mayfield, Isaac Hayes, Bill Withers, Bobby Womack, Marvin Gaye (quest’ultimo forse sopra gli altri) i riferimenti più evidenti; sono i suoni, questi , del ghetto dove lo spirito della cultura afroamericana ha il suo culmine.

Stessa atmosfera della traccia seguente, Rolling. Il brano è ritmato, tutta la black music degli anni ’70, quella più impegnata è condensata qui, Marvin Gaye presente in ogni nota, gli “stop and go” tra ritmo e aperture sinfoniche e melodiche sono spiazzanti ma del tutto efficaci. I due brani posti all’apertura per certi versi hanno la medesima matrice culturale, la stessa ispirazione, ma
se qualcuno pensasse di aver già interpretato lo spirito dell’intero lavoro si sbaglierebbe di grosso.

La terza traccia del disco I’ve been Dazed, in realtà è qualcosa di profondamente diverso, ha forti connotati gospel, e si sviluppa in modo solenne, grazie alla presenza di una sezione d’archi in primo piano che si avvicenda con un coro maestoso. È un brano che va ascoltato con attenzione e possibilmente a volume alto per farsi coinvolgere completamente.

Ancor più spiazzante è la successiva Piano Joint, secondo me il capolavoro del disco, divisa in due parti. La prima, essenzialmente strumentale, è basata sull’avvicendarsi del suono di una chitarra molto pinkfloydiana e di un piano che scandisce note isolate, la seconda, più cantata, ha una melodia memorabile. Ancora strumenti che danno calore al suono, nel caso piano e arpa, riempiono la breve composizione Another Human being, un piccolo bozzetto strumentale che introduce Living in Denial, un brano più legato alle radici black, sulla falsa riga di You ain’t the problem.

Hero (intro) anticipa una nuova parte del lavoro, ed è un brano ancora una volta lento con la chitarra in primo piano: poche note, solenni, un modo di cantare scandito per poco più di un minuto, necessario per far da prologo a Hero, che è un’accelerazione della traccia precedente, dagli accenti ancora fortemente ancorati alla tradizione musicale della black expoitation, estremamente coinvolgente e con il suono della chitarra elettrica in prima piano.

Dopodiché il ritmo scende, torna il suono di strumenti classici: è l’introduzione di Hard to Say Goodbye, ancora con la chitarra protagonista, un coro molto anni ’70 che all’improvviso lascia la scena ad un arrangiamento basato solamente sul suono di una chitarra acustica tanto da far sembrare la sequenza casuale, salvo un finale nuovamente orchestrale che riprende il filo interrotto.

Suoni più moderni sono quelli di Final Days, grazie alla presenza del del ritmo scandito della batteria elettronica, che fa da contraltare ai ricami della chitarra elettrica, sino a quando almeno, la voce di Kiwanuka torna ad essere protagonista, più graffiante del solito, più nasale che altrove.

Interlude (Loving the People) introduce l’ultima parte del disco: una voce robotica distesa su un tappeto sonoro dolcissimo e, al termine del brano, su una chitarra che ricorda da vicino alcune peripezie sonore di Prince: è il prologo alle ultime due canzoni del disco

Solid Ground è maestosa, inizia lieve con solo la voce e il piano in sottofondo, al quale si aggiunge presto una tastiera molto progressive sino a che il tutto sfocia in un arrangiamento più corposo e stratificato. È forse l’unico brano dove affiora un pizzico di noia.

Chiude il lavoro Light, una composizione dolcissima e molto scenografica che chiude degnamente quello che, a mio parere, è il miglior lavoro del 2019.

Con il suo terzo album Michael Kiwanuka compie una sorta di miracolo riuscendo a giungere a una sintesi tra passato e presente e, forse senza volerlo, ergendosi quale rappresentante comune di tutta la scena black, per nulla tralasciando le influenze di molta della musica bianca della seconda parte del secolo scorso. Il suo terzo album è un capolavoro, forse ancor più di Love & Hate che alle mie orecchie pareva già un grande disco.

Il concerto

michael kiwanuka

Qualche sera fa, precisamente il 7 dicembre, ho assistito al concerto che Michael Kiwanuka ha tenuto al Fabrique di Milano, per l’occasione pieno fino all’inverosimile. Pubblico quanto mai vario ed eterogeneo: dal giovane al maturo (non ero il più anziano), dal rampante all’alternativo e anche un paio di famiglie. Tutti lì in attesa dell’evento, perché era tale l’aria che si respirava.

Al di là della scomodità di assistere a un concerto, per l’intera sua durata, in piedi, delle difficoltà ad accedere ai due bar presenti in sala per avere un momento di sollievo, si è trattato di uno spettacolo meraviglioso dove il soul man ha rispolverato tutti i brani dei tre dischi pubblicati con una particolare attenzione all’ultimo album.

Sul palco si è presentato con una band priva di sezione fiati, ma con due coriste molto brave. Nessuno effetto scenico particolare e lo stesso look dei musicisti, Kiwanuka compreso, del tutto informale. Tra un brano e l’altro a volte poche parole di ringraziamento, nessuna autoreferenzialità, nessuna celebrazione, nessun atteggiamento da divo. E questo atteggiamento ha pagato: il pubblico sedotto dalla semplicità e dall’umiltà dell’artista l’ha seguito per tutto il concerto con affetto e devozione tributandogli vere e proprie ovazioni. Lui ha ripagato con un set fatto di canzoni memorabili, interpretate meravigliosamente.

I brani, frequentemente, sono stati presentati in versione più essenziale che su disco, ma in alcuni casi, la versione più scarna, ha convinto tutti come per You ain’t the Problem.

Il calore del pubblico è stato notevole e credo che il successo riscosso consentirà a quelli come me di rivedere l’artista in location più comoda. E se qualcuno se lo è perso, il consiglio vivissimo è di approfittare della prossima occasione e di correre a comprare il biglietto perché Kiwanuka dal vivo è una vera forza della natura.

Legenda giudizio

***** da isola deserta
**** eccellente
*** buono
** mediocre
* pessimo

 

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