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La piccola Irma non sente: i compagni dell’asilo imparano la lingua dei segni e cantano in Lis alla recita di Natale fotogallery video

Tutti e 118 hanno cantato in LIS la canzone finale. La coordinatrice Michela Valtulini: “Per noi e per la nostra scuola è un valore aggiunto”

Un bell’esempio di inclusione che arriva dai più piccoli, a testimonianza del fatto che i bambini vedono la diversità non come un ostacolo, ma come un normale modo d’essere. Ed è così che i bambini della Scuola dell’Infanzia di Villongo San Filastro hanno imparato a rapportarsi a Irma, compagna sorda, attraverso la lingua dei segni. Ne hanno anche dato prova cantando in LIS, fra le altre, la canzone di Natale alla recita di sabato 21 dicembre.

Asilo di Villongo, i bimbi imparano la lingua dei segni per Irma, compagna sorda

Per scoprire come questo sistema di integrazione è strutturato, e per approfondire il tema della sordità, basta passare qualche ora alla Scuola dell’Infanzia e abbiamo seguito la recita di Natale in compagnia di bimbi, maestre e assistenti.

Ma prima di iniziare è doveroso fare alcune specifiche sul tema della sordità, per sfatare falsi miti e per poter guardare alla vicenda con almeno le conoscenze basilari. Nel far ciò ci guideranno le indicazioni forniteci da Irene Bertolani, assistente alla comunicazione di Irma.

SORDO, NON SORDOMUTO. Innanzitutto bisogna precisare che, diversamente da ciò che si tende a pensare, la parola “sordomuto” per riferirsi a persone come Irma costituisce un errore grave. La terminologia corretta richiede l’uso del termine “sordo”, e questo per due ragioni. La prima è l’assenza di correlazione fra sordità e mutismo: quest’ultimo non è dovuto alla condizione di sordità, e un bambino sordo infatti, attraverso la riabilitazione logopedica, potrebbe imparare a parlare.

La seconda ragione riguarda l’uso dispregiativo che negli ultimi anni è stato fatto del termine “sordomuto”, quasi impiegato come insulto verso le persone non udenti. Al punto tale che dal 2006 la parola è abolita per legge, e sostituita proprio dall’espressione “sordo”.

LINGUA, NON LINGUAGGIO. La lingua dei segni è una lingua – ovvero un codice comunicativo che organizza un sistema di segni – al pari dell’italiano, dell’inglese o del dialetto bergamasco. La LIS è infatti normata da una propria grammatica, ha corsi specifici ai quali riferirsi per il suo apprendimento e i suoi praticanti non sono esenti dal commettere errori, esattamente come lo sono per noi dire “gli ho detto” per riferirsi a una persona di sesso femminile o non sapere quando usare il condizionale.

La sordità, in generale, si articola in vari gradi, e più il grado è elevato più questo inficerà sulla capacità di poter imparare a parlare. Si va dalla sordità lieve, corrispondente a una soglia uditiva che va dai 20 ai 40 decibel, a quella moderata (dai 40 ai 70 decibel), fino ad arrivare alla sordità grave (70-95 decibel) e infine a quella profonda (dai 96 decibel in poi). Le persone udenti si collocano nella soglia uditiva 0-20 decibel.

Irma è una bambina russa di 5 anni proveniente da una famiglia composta interamente da sordi: dal papà alla mamma fino alla sorella maggiore Amelia, che ora frequenta la Scuola Primaria ma che prima di lei aveva vissuto il medesimo meccanismo di inclusione alla Scuola Paritaria di Villongo.

Nello specifico Irma è sorda profonda, il grado più elevato nella scala. La bambina in realtà è in grado di emettere alcuni suoni – rivela la sua maestra Giuliana Acunzo -, ovvero quasi tutti quelli vocalici più determinati suoni consonantici, ed è in grado di dire con la voce, oltre al proprio nome, alcune parole quali “aspetta”, “basta” e i nomi di alcuni animali e colori; ma per il suo tipo di sordità dovrà impegnarsi di più per imparare a parlare.

I suoni che ha imparato a riprodurre infatti sono frutto di esercizio con i terapisti che la seguono. Irma inoltre emette anche altri suoni, ma che sono del tutto casuali. La sua condizione di sordità, ad ogni modo, non è stata percepita come un ostacolo alla comunicazione fra le aule della Scuola dell’Infanzia di Villongo San Filastro; al contrario, “la conoscenza della LIS è diventata un ulteriore valore aggiunto alla scuola”, come afferma la coordinatrice Michela Valtulini.

La maestra Giuliana e i bambini con il tempo si sono adeguati imparando la lingua dei segni, con l’aiuto degli assistenti alla comunicazione di Amelia prima e di Irma ora. Ma sono soprattutto i piccini ad aver fatto i passi più grandi. Chiaramente non tutti sono in grado di comunicare con Irma e non tutti allo stesso modo, ma su un totale di 118 alunni le maestre stimano che un 30-40% abbia appreso parecchi segni.

I più bravi sono per certo i 23 compagni di classe di Irma (sia i piccolini di 3 anni che i grandi di 5), più quasi tutti i grandi delle altre sezioni, cioè i coetanei di Irma con cui partecipa ai laboratori per età.

La maestra Giuliana, insegnante di Irma nella classe dei Blu, dice che “ovviamente non tutti i bambini sono in egual modo predisposti all’apprendimento di un codice comunicativo come questo; e poi alcuni sono timidi, perciò a volte si vergognano a parlare in LIS, ma ci sono due sue coetanee, Anna e Arianna, che sanno facilmente comunicare con lei”.

Passando qualche ora in compagnia dei bambini dei Blu abbiamo potuto osservare vari elementi caratteristici di questa lingua attraverso le azioni di Irma. Per prima cosa lei (così come ciascun bambino sordo) ha attribuito ad ognuno dei compagni un segno-nome, vale a dire un unico segno in LIS con cui identificare ciascuno, per fare in modo che la comunicazione sia più immediata senza dover segnare ogni singola lettera dei nomi dei compagni o senza doverli toccare per richiamare la loro attenzione.

E pochi minuti dopo essere arrivato anche l’autore di questo articolo aveva già un segno-nome: un tocco di mano sulla spalla sinistra, probabilmente perché mi aveva visto appoggiato con la spalla alla porta dell’aula quando sono arrivato.

Un altro elemento che colpisce, inoltre, è la forte fisicità nel modo di Irma di interagire con i compagni: un rapporto carico di abbracci, di baci e di tocchi di mano. Ci siamo chiesti se fosse una sua peculiarità come bambina o se fosse una caratteristica comune dei bambini sordi. La risposta è a metà strada. Il contatto fisico è per un bambino sordo il modo più rapido di attirare l’attenzione dei compagni, ma quella di Irma è sicuramente anche una peculiarità caratteriale.

Di lei infatti spiccano la prestanza atletica e la grande fisicità, evidente nei momenti in cui, anche all’improvviso, si getta con forza fra le braccia della maestra per un abbraccio. E lo conferma anche Irene Bertolani, sua assistente alla comunicazione: “È una bambina energica e dotatissima a livello motorio. Già da più piccola riusciva a fare esercizi fisici che i suoi compagni avevano difficoltà a eseguire”.

A livello caratteriale invece emerge il suo sguardo vispo e deciso, talvolta accigliato. In effetti, confessa Irene: “Irma è una bambina che sa benissimo cosa vuole e soprattutto cosa non vuole. E nonostante la sua differenza rispetto ai compagni, che potrebbe portarla ad autoconsiderarsi diversa da loro al punto d’isolarsi, ha al contrario un carattere così forte da permetterle di essere presente in maniera molto vivace all’interno della classe. Si mette in gioco al pari dei propri compagni”.

Sì, perché anche i compagni si mettono in gioco, e nel vero senso della parola. Per la recita finale, infatti, tutti i 118 bambini della scuola si sono messi alla prova imparando la canzone di Natale nella lingua dei segni. E non hanno avuto nemmeno bisogno di molto tempo per farlo. “È bastata una settimana di prove, più o meno, per far imparare la canzone ai bambini – afferma la maestra Giuliana – . Loro si divertono un sacco e non impiegano molto, perché seguono noi maestre e ci imitano”. Il risultato è stato garantito sabato 21 dicembre alla recita di fine anno, raccogliendo gli applausi fieri dei genitori, che sono “sempre entusiasti di quest’attenzione all’inclusione da parte della nostra scuola” ci dice infine la maestra di Irma.

Ma in generale i bambini svolgono attività quotidiane insieme ad Irma in classe, seguiti dalla maestra Giuliana che in ogni momento della giornata contemporaneamente parla e segna in LIS, i bambini seguono un laboratorio con l’assistente Irene durante il quale apprendono a comunicare nella lingua dei segni.

Questo perché Irma, proprio come tutti i bambini sordi della sua età all’interno di un contesto di persone udenti, non è pienamente autonoma in ambito comunicativo poiché, come spiega l’assistente, “i suoi coetanei sanno segnare abbastanza bene e hanno un segnato molto ricco per la loro età, ma la bambina non può capire tutto ciò che il compagno le dice, o le vuole dire, e pertanto comunicare qualunque messaggio. In generale però la comunicazione basica è efficace, soprattutto riguardo gli argomenti che maggiormente interessano i bambini, quali il gioco e ciò che avviene a casa nelle loro famiglie”.

Ed è in questo che la presenza dell’assistente alla comunicazione è fondamentale. Con il suo laboratorio Irene, almeno 3 giorni su 5 alla settimana e per un tempo che va dalla mezz’ora all’ora al giorno, prepara delle attività a tema (le ultime, ad esempio, sul Natale e sulla famiglia) in cui far fare ai bambini qualcosa di pratico e di divertente, come creare il libro dei colori o simulare scene della vita quotidiana, insegnando loro al contempo segni e frasi nuove. “È un laboratorio interattivo. I bambini ne sono super incuriositi e affascinati, perché la lingua dei segni è una lingua visiva e fisica, che permette di sfruttare quasi tutto il corpo.

All’inizio i bambini lo percepiscono come un gioco, ma ora ce ne sono alcuni che riescono addirittura a parlare e a segnare contemporaneamente, e che a volte tornano a casa e insegnano ciò che hanno imparato ai propri genitori” commenta Irene.

A confermarlo sono Alessandro e Cristina, genitori di Arianna, una delle bambine che sa comunicare meglio con Irma. Arianna ha anche una sorella maggiore, Rebecca, che frequenta le elementari e che ha frequentato l’asilo nella stessa classe di Amelia, sorella di Irma. “È una cosa bellissima e assolutamente positiva, che anzi vorremmo le nostre figlie non perdessero una volta finito l’asilo o le scuole” dice papà Alessandro, rivelando anche che “spesso a casa le nostre bambine segnano fra di loro. A volte non sappiamo cosa si dicano, ma altre sono loro a insegnarci qualche segno e ora ne conosciamo qualcuno anche noi”.

La difficoltà ad apprendere la LIS per dei bambini così piccoli però non è indifferente, anche perché “a quell’età hanno dei limiti con la motricità fine delle mani che caratterizza la lingua dei segni” spiega Irene; ma aggiunge che “anche i bambini di 3 anni, che fanno fatica a segnare, hanno già imparato che Irma non va chiamata a voce, ma che devono toccarla o eseguire un gesto a loro noto per farlo”.

E relativamente ai bambini più grandi e al loro apprendimento della LIS sottolinea che “ciò che è importante non è imparare il segno in sé. Se un bambino, ad esempio, non è in grado di dire giallo nella lingua dei segni, non deve sforzarsi di ricordarlo, anche perché a quel punto sarebbe per lui frustrante, ma deve rendere visibile a Irma ciò che vuole comunicare, quindi mimando, disegnando o indicando qualcosa di giallo.  È importante che non si blocchino al segno o alla frase, ma che riescano a rendere visivo alla bambina qualsiasi cosa vogliano comunicarle”.

Il lavoro che è stato fatto e che viene fatto quotidianamente dalle maestre, dai bambini e dagli assistenti è enorme. “I bambini non vengono mai lasciati soli nella comunicazione con Irma dato che la bambina non è autonoma a livello comunicativo” commenta Irene, che ci fa capire anche come l’assistente alla comunicazione, per un bambino sordo, sia fondamentale: “Ovviamente io, da specialista, ho la possibilità di modificare per Irma i messaggi in LIS traducendoli in varie modalità qualora non le fossero chiari come espressi dagli altri. Ed è una cosa che la maestra o i bambini non hanno la competenza per poter fare”.

Nasce spontanea, per una persona udente e non abituata a questo tipo di comunicazione così diversa da quella verbale, la curiosità nel chiedersi se e quali benefici la lingua dei segni possa apportare ai suoi praticanti. E le risposte – ancora una volta dateci da Irene Bertolani – sono affascinanti e stimolanti: “La lingua dei segni aumenta l’attenzione, i bambini si focalizzano meglio e molto di più all’ascolto della maestra che parla e a me che segno. La LIS inoltre permette di capire meglio il concetto di ciò che si sta esprimendo perché lo si mette in pratica, dato che la lingua dei segni spesso mostra il movimento di un’azione”.

In più, la pratica della lingua dei segni in bambini così piccoli incrementa proprio l’abilità nella motricità fine su cui si fonda. E ancora: “Si è studiato che i bambini che sin da piccoli usano la lingua dei segni stimolano e attivano delle parti del cervello che non sono attivate e stimolate dal linguaggio verbale”.

Ma le conseguenze positive si manifestano non solamente a livello cognitivo, bensì anche sul piano dei rapporti umani e sociali, in quanto: “Si tratta di bambini che da grandi avranno la possibilità di essere sensibili alle diversità in maniera del tutto spontanea e naturale. Diventeranno adulti che non giudicano. Il pregiudizio sarà scavalcato senza bisogno di essere spiegato”.

Per chiudere, Irene Bertolani invita alla riflessione: “La sordità non dovrebbe essere vista come una disabilità. A volte si pensa che i sordi non possano fare ciò che anche gli udenti fanno, come guidare o viaggiare, mentre invece fanno tutto tranquillamente. Il sordo diventa disabile quando non possiede gli strumenti per comunicare, quando la società non è in grado di offrirgli ciò di cui ha bisogno”.

La contestazione di Giovanni Danesi, direttore del Dipartimento di Neuroscienze, direttore dell’Unità Operativa ORL e Microchirurgia della Base Cranica all’ASST Papa Giovanni di Bergamo

Secondo le dichiarazioni di Irene Bertolani: il bambino senza linguaggio sarebbe tale non perché sordo totale, come Irma, bensì per caso e potrebbe parlare con aiuto di una logopedista. In realtà la piccola Irma non avrà mai una qualche sorta di linguaggio proprio perché sorda profonda! Se la piccola avesse un impianto cocleare in grado davvero di farle percepire i suoni e le parole potrebbe avere una vera riabilitazione e sviluppare un linguaggio in grado di dare capacità relazionali vere.

Il sordomutismo è una condizione destinata a sparire grazie ai programmi di screening uditivo neo natale e alla successiva apposizione di protesi acustiche precoci o di impianto cocleare anche entro i 12 mesi di vita. Solo così i piccoli potranno udire compiutamente e sviluppare un linguaggio normale.

Dichiarare che la sordità non è una disabilità lascia sgomenti: i costi sociali di tale menomazione sensoriale sono di 600 miliardi di dollari negli Usa e una cifra molto rilevante in Italia. Cosa vorrebbe dire che il sordo poiché guida non va considerato una persona con problemi relazionali rilevanti e di giusto inserimento nel tessuto sociale. La sordità va combattuta e prevenuta perché solo così avremo persone senza handicap limitanti. Solo le resistenze corporative di alcune associazioni fanno si che ancora vi siano bambini che pur sordo profondi non vengono fatti curare e non possano fruire dell’impianto cocleare garanzia di sviluppo di un linguaggio e di una vita di relazione normali. Fa specie leggere un articolo così fuorviante e lontano dalla realtà scientifica attuale. Faccio notare che in Regione Lombardia è attivo il Network Rete Udito nato per prevenire e curare la sordità e che la Regione stessa ha eletto alcuni centri ospedalieri di riferimento per l’apposizione dell’impianto cocleare tra cui il nostro ospedale Papà Giovanni di cui dirigo la Unità Operativa di Otoriolaringoiatria centro di III livello per la diagnosi e la cura della sordità infantile. Saremo lieti di prenderci cura di Irma e valutare la possibilità di una vera riabilitazione in grado di darle un linguaggio vero.

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