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Il 12 dicembre 1969: “Impossibile scordare dov’eravamo quando giunse la notizia della bomba”

Cinquant'anni. Ma per molti il ricordo è ancora così chiaro e vivo, stampato nella memoria come solo per rarissimi eventi è successo: le torri gemelle, il rapimento Moro, la caduta del Muro di Berlino. Carlo Salvioni, Carlo Simoncini e Claudio Merati, che sono tra i protagonisti di un convegno in programma sabato 14 dicembre, ci raccontano i loro ricordi

Cinquant’anni. Ma per molti il ricordo è ancora così chiaro e vivo, come fosse ieri. La strage di piazza Fontana, è stampata nella memoria come solo per rarissimi eventi non strettamente personali è successo: le torri gemelle, il rapimento Moro, la caduta del Muro di Berlino e davvero pochi altri. Non ci si dimentica quel momento, alle 16.37 del 12 dicembre 1969, o poco dopo quando la notizia divenne di pubblico dominio.

Dov’erano, cosa stavano facendo, come hanno appreso della bomba Carlo Salvioni, Carlo Simoncini e Claudio Merati, che sono tra i protagonisti di un convegno in programma sabato 14 dicembre alla sala del Mutuo Soccorso di Bergamo? Ce lo raccontano.

Carlo Salvioni (Comitato bergamasco antifascista): “Per il pomeriggio del 12 dicembre 1969 la sezione cittadina del PSI, di cui ero allora il segretario politico, aveva indetto un convegno sul diritto alla casa. Relatore della giornata era il deputato milanese Michele Achilli, architetto ed esperto di problemi urbanistici ed edilizi. La riunione, aperta al pubblico, si svolgeva nel ridotto del Teatro Donizetti. A un certo momento dei lavori, entrò in sala un usciere del teatro e, rivoltosi all’on. Achilli, gli disse che era desiderato al telefono per una chiamata da Milano. All’epoca non c’erano i cellulari. Achilli si alzò e andò a rispondere alla chiamata. Dopo pochi momenti rientrò nella sala con il viso sconvolto, si scusò coi presenti e disse che doveva tornare immediatamente a Milano perché era scoppiata la caldaia di una banca e c’erano parecchi morti. Questa fu la prima versione circolata in quel tragico giorno. Poi, nelle ore che seguirono, venimmo a sapere che i morti erano tanti ma che la causa era stata l’esplosione di una bomba, messa lì dagli anarchici secondo la versione della Questura. Le vicende successive sono note”.

Carlo Simoncini (Libertà e Giustizia): “Ho un ricordo preciso di quel 12 dicembre. Da circa due mesi ero stato arruolato come allievo ufficiale di complemento presso la scuola militare alpina di Aosta. A quell’epoca non c’era la possibilità dell’obiezione di coscienza. Né c’era la possibilità di avere in caserma radioline o altri mezzi di informazione autonoma. Le notizie le davano loro. Se volevano. Quindi non si sapeva nulla. Alle 18, con i commilitoni della mia squadra, montavo di guardia alla porta di ingresso della caserma (quindi quel giorno non avevo neppure la libera uscita). Il turno durava 24 ore e, normalmente, chi non stava alla garitta poteva riposare. Anche se non proprio dormire. Ma quella sera il comando della caserma aveva diramato lo stato di allarme. Massima allerta per situazione di pericolo in atto. Ma quale fosse il pericolo non ci era stato detto. Comunque si doveva stare tutti vigilanti per 24 ore. Senza sapere perché. L’abbiamo saputo il giorno dopo. In caserma mi ero trovato con alcuni compagni del Movimento studentesco di altre città. Ci eravamo riconosciuti fischiettando in sordina ‘Addio Lugano bella’, mentre pulivamo e oliavamo le armi (ironia della sorte!), seduti per terra in cerchio nel cortile. Così il giorno dopo, in libera uscita, ci siamo trovati a discutere e commentare la notizia e già tutti, fin dal primo momento, avevamo iniziato a pensare a una strategia occulta e a una caccia alle streghe nei confronti dei circoli anarchici. Non che fossimo profeti: non era difficile immaginarlo!”

Claudio Merati (Associazione Generale Mutuo Soccorso): “Quando successe ero molto giovane al secondo anno del Lussana; i ricordi dei primi momenti sono incerti. Una immagine vede me e mio padre (convinto democratico antifascista) sconcertati davanti a un televisore a chiederci ‘come è possibile?’, ‘chi può volere uccidere così?’. Più nitido il percorso successivo. Ricordo i primi dubbi sulla conclamata colpevolezza degli anarchici, poi con il sentimento di un giovane contestatore il mio schierarmi a priori contro le accuse del potere. Arrivano poi le mie letture di articoli di inchiesta sulla stampa alternativa e i volantini studenteschi che portano nuove idee, fino al mio giungere convinto alla conclusione, gridata in piazza con mille altri ‘strage fascista!’. A distanza di tanti anni rimangono lo sconcerto iniziale e le certezze finali”.

Tutti e tre sono tra i relatori del convegno “Piazza Fontana 50 anni dopo: noi non dimentichiamo” (sabato 14 Dicembre alle 16 nella Sala del Mutuo Soccorso in via Zambonate 33 a Bergamo)

Claudio Merati parlerà di resilienza democratica oggi, le radici nel ricordo;  Carlo Salvioni di difesa della democrazia allora e oggi; Carlo Simoncini del processo infinito.

Altri interventi in programma sono quelli di: Luciana Bramati (ISREC Bergamo) sul contesto storico delle stragi; Roberto Bertoli (ANPI Bergamo città) sul neofascismo oggi; Gian Gabriele Vertova (Centro studi Serughetti La Porta) su antifascismo e Costituzione.

Diego Bonifaccio leggerà dei testi; Attilio e Giovanni Pizzigoni selezioneranno alcune immagini e verrà proposto una video intervista di Sandra Bonsanti a Guido Lorenzon, primo testimone della responsabilità fascista della strage.

Il coordinamento è affidato a Donatella Esposti.

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