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Santa Lucia e il legame con Bergamo: da dove nasce la devozione

Il suo culto ha origini antichissime e tutt'oggi è largamente diffuso in molte zone d'Italia e del mondo, ma non tutti conoscono la sua storia

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C’è una grande devozione attorno a Santa Lucia. Venerata dalla chiesa cattolica e dalla chiesa ortodossa, che ne onorano la memoria il 13 dicembre di ogni anno, è una delle sante più amate e popolari.

Il suo culto ha origini antichissime e tutt’oggi è largamente diffuso in molte zone d’Italia e del mondo, ma non tutti conoscono la sua storia. Molti sanno che è stata una martire cristiana ed è considerata protettrice della vista poiché una leggenda narra che le furono strappati gli occhi, ma approfondire la sua vita aiuta a comprendere meglio questa figura. La sua esistenza è tramandata da due storiche fonti, ossia una Passio del codice greco Papadoupolos e gli Atti dei Martiri, che risalgono alla fine del quinto secolo. Inoltre, viene confermata da un’iscrizione in greco trovata nelle catacombe di San Giovanni, le più importanti di Siracusa, della fine del quarto secolo o inizio del quinto.

LA VITA – Lucia di Siracusa nacque nel 283 in una nobile famiglia cristiana di Syracusæ, la’nico nome della città posta sulla costa siciliana sud-orientale. All’età di 5 anni rimase orfana di padre, che probabilmente si chiamava Lucio, pertanto fu cresciuta da mamma Eutichia dalla quale apprese la fede, le storie dei primi cristiani e dei martiri. Nel tempo coltivò la fedeltà al messaggio di Gesù e decise di consacrarsi, unendosi a lui come una sposa, facendo in segreto voto perpetuo di verginità, nonostante da giovanissima fosse stata promessa in moglie a un patrizio pagano.

Sua madre, da anni ammalata di emorragie, aveva speso ingenti somme per curarsi senza riuscire a trarre benefici. Le sue condizioni preoccuparono Lucia, che le suggerì di effettuare un pellegrinaggio al sepolcro della martire Sant’Agata a Catania. Erano molte le persone che si recavano in quel luogo per ottenere grazie dalla santa, vittima nel 251 delle persecuzioni di tutti i cristiani ordinate dall’imperatore Decio. La fama di Sant’Agata, infatti, si era sparsa ovunque a causa dei miracoli da lei operati, e in cuor suo Lucia era certa che avrebbe giovato anche a sua mamma.

Eutichia accettò l’esortazione di Lucia piena di speranza e insieme raggiunsero Catania proprio nel giorno della festa di Sant’Agata, il 5 febbraio 301. Durante la celebrazione ascoltarono il passo del vangelo di Matteo riguardante il racconto della donna che soffriva di emorragia, guarita per aver toccato il mantello di Gesù, e Lucia le propose di toccare il sepolcro della santa, convinta della sua potente intercessione. Mentre Eutichia toccò il sepolcro, in preghiera la giovane si assopì ed ebbe una visione di Sant’Agata circondata da schiere angeliche che le disse: “Lucia sorella mia, vergine consacrata a Dio, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi concedere? Infatti la tua fede ha giovato a tua madre ed ecco che è divenuta sana. E come per me è beneficata la città di Catania, così per te sarà onorata la città di Siracusa”.

Lucia disse alla mamma “Per l’intercessione di Sant’Agata, Gesù ti ha guarita” e immediatamente Eutichia si sentì ritornare le forze e si rese conto di aver ricevuto la guarigione. Mentre stavano facendo ritorno a casa, Lucia manifestò alla madre la decisione di consacrarsi a Cristo e di donare la sua ricca dote nuziale ai poveri, e lei, che aveva il cuore colmo di riconoscenza per la grazia ricevuta, acconsentì. Per i successivi tre anni visse dunque a servizio di infermi, bisognosi e vedove della città.

Il suo promesso sposo, indispettito per il rifiuto, si vendicò denunciandola al prefetto romano Pascasio come seguace di Cristo. Erano infatti in vigore i decreti della persecuzione dei cristiani emanati dall’imperatore Diocleziano. Lucia venne arrestata e condotta dinnanzi al prefetto, che le ordinò di fare sacrifici agli dèi pagani per rinnegare la propria fede cristiana. La ragazza si rifiutò fermamente e Pascasio, rendendosi conto che non avrebbe ottenuto nulla, ordinò che venisse portata nei peggiori bassifondi della città affinché le fosse usata violenza.

I soldati l’afferrarono ma, nonostante si sforzassero, non riuscirono a spostarla, provarono anche a legarla con delle funi, alle mani e ai piedi, ma non c’era nulla da fare: inspiegabilmente rimaneva salda come un masso.

IL MARTIRIO – Pascasio pensò che tale prodigio fosse opera di magia e accusò Lucia di stregoneria, così fu cosparsa di olio, posta su della legna e torturata col fuoco, ma le fiamme non la toccarono e rimase illesa. Il prefetto, allora, ordinò la decapitazione, morte riservata ai condannati di nobile stirpe: venne messa in ginocchio e finita di spada o, secondo le fonti latine, le venne conficcato un pugnale in gola. Aveva 21 anni e l’esecuzione avvenne il 13 dicembre 304, un anno dopo l’uccisione di Sant’Alessandro, che poi divenne patrono di Bergamo.

Prima dell’esecuzione Lucia preannunciò la morte di Diocleziano, avvenuta dopo pochi anni, e la fine delle persecuzioni terminate nel 313 d.C con l’editto di Costantino.
Risulta privo di attestazioni, almeno fino al 15esimo secolo l’episodio in cui le avrebbero cavato gli occhi o addirittura che lei stessa se li fosse strappati per non cedere alle lusinghe del peccato. L’immagine degli occhi posti sulla coppa o sul piatto sarebbe da ricollegarsi alla devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del significato racchiuso nel suo nome, che ricorda il termine latino “lux” e assume il significato di “nata con la luce”. Per questo viene definita “patrona della luce”, e non è un caso che la sua festa è stata collocata nei giorni immediatamente precedenti il solstizio d’inverno, quando la luce del giorno è più ridotta, almeno in Europa.

Secondo la tradizione, i resti del corpo di Lucia vennero tumulati nello stesso luogo in cui venne martirizzata: fu riposto in una nicchia ad arco scavata nel tufo delle catacombe e usata come sepolcro. Fu così che le catacombe di Siracusa, che ricevettero le sacre spoglie della Santa, presero il suo nome e, ben presto, attorno al suo sepolcro si sviluppò una serie numerosa di altre tombe, perché tutti i cristiani volevano essere tumulati accanto a lei.

Nell’878, però, le sue spoglie vennero nascoste in un luogo segreto per ripararle dall’invasione dei Saraceni. Non si trattò dell’unico spostamento: nel 1204 i veneziani, sbarcati a Siracusa, si impossessarono di alcune reliquie, tra cui quelle di Lucia, e le trasportarono al monastero di San Giorgio a Venezia ed elessero santa Lucia compatrona della città. In seguito le dedicarono una grande chiesa, dove il corpo fu conservato fino al 1863, quando l’edificio fu demolito per la costruzione della stazione ferroviaria (che per questo si chiama Santa Lucia); il corpo fu trasferito nella chiesa dei santissimi Geremia e Lucia, dove è conservato tutt’oggi.

Altri reperti riferiscono di una seconda traslazione delle reliquie di Santa Lucia ad opera del vescovo Teodorico di Metz, nel nord est della Francia e da quel luogo il culto di Santa Lucia si diffuse ovunque.

Santa Lucia

Santa Lucia è patrona di Siracusa, della luce, degli oculisti e degli ottici, è protettrice delle malattie della vista, dei ciechi e degli elettricisti, patrona contro le carestie. A lei si attribuisce la fine della carestia a Siracusa: domenica 13 dicembre 1646 un testimone oculare vide una quaglia volteggiare all’interno del duomo di Siracusa durante la messa e, quando si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di frumento. La gente vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che le vennero rivolte per la gran fame.

DOLCI DELLA TRADIZIONE – Il grano, con riferimento alla carestia a Siracusa nel 1646, ha ispirato un dolce tipico di Santa Lucia chiamato la “cuccia” (che viene dalla parola “chicco”), a base di chicchi di grano interi che possono essere aromatizzati con vin cotto, gocce di cioccolato e crema di ricotta o con il miele e la cannella.

In Puglia, invece, la ricetta è quella degli “occhi di Santa Lucia”, che si mangiano il 13 dicembre e per tutto il mese di dicembre. Sono taralli preparati con farina, olio d’oliva e vino bianco e poi ricoperti con una glassa bianca a base di acqua e zucchero. Rispetto ai classici taralli salati vengono sfornati prima in modo che restino morbidi. C’è chi aggiunge un tocco di anice o vaniglia e chi preferisce adoperare glassa con zucchero e albumi. Il legame con la Puglia conduce nel centro storico di Erchie, nella provincia di Brindisi, al santuario dedicato alla santa.

In Svezia si mangiano i Lussekatter, panini soffici allo zafferano con uvetta. Per cucinarli bisogna mischiare latte tiepido al lievito e aggiungere farina setacciata, zucchero, uovo, zafferano e un pizzico di sale. Il composto si lavora fino ad ottenere un impasto liscio e si lascia lievitare per 2 ore e mezza. Si divide poi l’impasto in salsicciotti di 30 cm e si arrotolano in direzioni opposte e, al centro delle due spirali, si posiziona l’uvetta (si otterrà una sorta di “8” con”chicchi di uvetta a ricordare gli occhi della Santa). Successivamente, vengono fatti lievitare un’altra mezz’ora, si spennellano con l’uovo e si infornano per circa 25 minuti a 200 gradi.

LA DEVOZIONE – Santa Lucia è una figura particolarmente importante per la chiesa: Papa Gregorio Magno, vissuto tra il 590 ed il 604, la inserì nel canone della messa romana, la prima e la più importante delle preghiere eucaristiche riportate nel Messale Romano. Inoltre, è citata nella Summa Teologica di San Tommaso d’Aquino e tra i suoi devoti ci sono Santa Caterina da Siena e San Leone Magno. Dante Alighieri ne fa il simbolo della Grazia illuminante e si definisce suo fedele. La reputava protettrice della vista e come racconta nel Convivio, si rivolse spesso a Lei per guarire dai disturbi agli occhi. Il sommo poeta attribuì alla sua intercessione la guarigione da una grave infermità agli occhi, facendone uno dei principali personaggi della Divina Commedia.

Non è tutto: Cristoforo Colombo diede il nome della santa a un’isola delle Piccole Antille, scoperta il 13 dicembre.

SANTA LUCIA IN ITALIA E NEL MONDO – Da Siracusa il culto di Santa Lucia si è affermato in varie parti d’Italia e del mondo. In modo particolare, è radicato nel nord Italia, e più precisamente in Lombardia, nelle province di Cremona, Bergamo, Lodi, Mantova e Brescia, in Veneto (a Verona e a Vicenza), a Parma e a Palermo. In questi territori la leggenda racconta che nella note tra il 12 e il 13 dicembre la santa passi con il suo asinello e lasci doni ai bambini buoni, mentre a quelli cattivi o a quelli che al suo arrivo sono ancora svegli getti della cenere negli occhi.

L’usanza è diffusa anche in Cecoslovacchia e in Austria, mentre nei Paesi nordici dove assume caratteri peculiari.

In Danimarca viene festeggiata scegliendo una ragazza che la raffiguri e, in corteo con altre giovani, consegna doni ai bambini e alle istituzioni caritatevoli.

In Finlandia e in Norvegia il 13 dicembre, di primo mattino, un corteo di giovani fanciulle vestite in abiti bianchi cinti da un nastro rosso e con le candele in mano, avanzi cantando attraverso i luoghi di lavoro, le scuole, le chiese e a volte anche per le strade delle città. A guidare la processione è una giovane prescelta, la novella santa Lucia, che porta sul capo una corona di candele. Si narra infatti che la giovanissima e ricca Lucia andasse di nascosto nella notte a distribuire cibo ai poveri, portando sulla testa una corona di luce in modo da avere le mani libere per aiutare. Gli abiti bianchi ricordano che Lucia è morta vergine e rimandano anche all’abito bianco con cui tutti i battezzati sono rivestiti; il nastro è il segno del sangue del martirio.

Secondo la tradizione diffusa in Svezia, dove è venerata anche dalla chiesa luterana, Santa Lucia si recava nelle catacombe per portare cibo ai confratelli che lì si nascondevano e celebravano i propri riti. Per tenere con le mani la maggiore quantità di cibo possibile, si faceva luce in quegli stretti cunicoli sotterranei recando una lampada fissata ai capelli. In ricordo di queste visite, secondo un’antica usanza, la mattina del 13 dicembre, nelle famiglie svedesi, la figlia maggiore si sveglia il mattino presto per preparare caffè e dolci che servirà poi, vestita con tunica bianca cinta da una fascia rossa, alla propria famiglia ancora a letto; le altre figlie invece si vestiranno con tunica bianca cinta da una fascia bianca. I ragazzi mettono grandi cappelli di carta e portano lunghi bastoni con stelline, mentre i bambini indossano una corona di sette candele e passano di casa in casa cantando una canzone. La musica utilizzata è quella di una famosa canzone napoletana “Santa Lucia” (Sul mare luccica..) che canta il luogo di Santa Lucia sul golfo di Napoli.

Nel 1927 poi un quotidiano di Stoccolma decise di bandire un concorso per eleggere la cosiddetta “Lucia di Svezia” che, con una corona di sette candele e vestita di una tunica bianca, doveva raccogliere le offerte e i doni da distribuire ai poveri e ai bisognosi in occasione delle feste natalizie. L’iniziativa ebbe un successo clamoroso che persiste tutt’oggi, tanto che, a Stoccolma, a incoronare la prescelta è il vincitore del premio Nobel per la letteratura.

Dal 1950 la festa svedese è collegata a quella siciliana, così la “Lucia svedese” si reca a Siracusa per partecipare alla processione che conclude i festeggiamenti in onore della Santa.

IL LEGAME CON BERGAMO – La tradizione di festeggiare Santa Lucia scaturisce dal periodo in cui Bergamo apparteneva alla Repubblica di Venezia. Di generazione in generazione è stata tramandata e anche oggi è viva, come si può vedere dalle tantissime letterine consegnate in una delle grandi ceste poste ai piedi del suo altare nel Santuario della Madonna dello Spasimo in via XX Settembre. In tutto il territorio orobico, inoltre, in corrispondenza del 13 dicembre vengono organizzate tante iniziative come il passaggio della santa per le vie della città o dei paesi, merende, laboratori e spettacoli a tema, ma anche le bancarelle in centro.

Santa Lucia

LE CELEBRAZIONI A SIRACUSA – Nella città che diede i natali a Santa Lucia la festa in suo onore è molto sentita e ha un calendario articolato. È preceduta da una preparazione composta da momenti di preghiere e di altre iniziative prettamente religiose che inizia 13 giorni prima (tale preparazione viene definita “tredicina”), comincia ufficialmente in cattedrale circa cinque giorni prima con l’apertura della nicchia che custodisce il simulacro. La mattina del 12 dicembre invece il simulacro viene traslato al grido di “Sarausana jè” (Siracusana è) dalla nicchia all’altare maggiore. La sera vengono poi celebrati, sempre in Cattedrale, i vespri solenni presieduti dall’arcivescovo a cui partecipano diversi sacerdoti della diocesi, diaconi, il seminario arcivescovile, oltre a diverse autorità civili e religiose. Alla fine dei vespri viene distribuita ai fedeli la “cuccìa”, dolce tipico Luciano che viene preparato come da tradizione il giorno antecedente alla festa.

Il fulcro delle celebrazioni è il 13 dicembre, a cominciare dalla celebrazione del Solenne Pontificale in mattinata, solitamente presieduto da un Cardinale alla presenza dell’Arcivescovo, del clero e delle autorità civili e militari della città.
Nel pomeriggio, alle 15.30, il simulacro argenteo tra il suono festoso delle campane viene portato a spalla dai 48 devoti (che per il tradizionale cappello che indossano vengono chiamati berretti verdi) in Piazza Duomo, dando inizio alla processione per le vie della città. Il simulacro viene preceduto da una vara dove sono ubicate, all’interno di pregiati espositori, le Reliquie della santa portate a spalla da donne.

Dopo un breve discorso a sfondo sociale dell’arcivescovo alla cittadinanza, la processione scende lungo il passeggio Aretusa per varcare, nel tardo pomeriggio, la “Porta Marina” (attigua al Porto grande). Qui avviene il saluto di marinai e di militari che fanno suonare a festa le sirene delle loro navi, poi il simulacro si dirige verso il ponte a Lei intitolato per consentire una sosta di alcuni minuti.

Il corteo, quindi, percorre il corso Umberto dove svolta per viale Regina Margherita avvicinandosi al cuore della Borgata Santa Lucia salendo per via Piave fino ad arrivare al suono di campane in festa in piazza Santa Lucia e alla Basilica di Santa Lucia al Sepolcro. Entrato in basilica, il simulacro viene sistemato sull’altare maggiore dove resterà dinanzi ai fedeli per i successivi sette giorni.

Il 20 dicembre, giornata tradizionalmente definita dai siracusani come “l’ottava”, si svolge una nuova processione con soste differenti rispetto alla settimana precedente. Inizia alle 16 con partenza dalla basilica della Borgata, e la prima fermata è al santuario della Madonna delle Lacrime dove avviene l’incontro tra la santa e Maria attorno al quale si stringe la comunità del tempio Mariano con il suo rettore che tiene un breve discorso alla cittadinanza.

A pochi metri dal santuario è situato l’ospedale Umberto I ed una volta terminata la prima visita è qui che la processione si ferma nuovamente assistendo alla visita ai malati e partecipando al momento di preghiera gestito dalla comunità ospedaliera.
Terminata quest’altra sosta, la processione riprende il suo cammino scendendo lungo il corso Gelone e le vie limitrofe del centro cittadino, la discesa verso l’isola di Ortigia comincia dalla cima del corso Umberto, giunti al ponte umbertino (i ponti per i siracusani), viene effettuata l’ultima sosta per dare il via al tradizionale spettacolo pirotecnico.

Una volta rientrati dall’isola, il tragitto prevede la salita del corso Matteotti e successivamente una nuova deviazione per piazza Archimede e stradine attigue con destinazione finale piazza Duomo. Il rientro in cattedrale viene salutato con il definitivo sparo dei botti, e dopo le operazioni di rito, avviene la conservazione del simulacro nella nicchia dove rimane chiuso fino alla prima domenica di maggio, quando è in programma la festa del Patrocinio di santa Lucia, più comunemente definita come “Santa Lucia re quagghie” (appellativo dialettale per definire le quaglie). Si svolge le prime due domeniche di maggio per ricordare il miracolo avvenuto nel maggio 1646 quando a Siracusa divampò la carestia “interrotta” dall’arrivo nel porto aretuseo di navi cariche di grano e di altro cibo. La leggenda narra inoltre che a comunicare il miracolo fu una quaglia entrata all’interno del duomo per comunicare alla popolazione l’avvenimento del miracolo, ecco spiegato perché le quagghie sono il simbolo di tali festeggiamenti.

Come intermezzo tra le festività di dicembre e maggio, l’ultima domenica di aprile si commemora un miracolo del 1735, caratterizzato dalla sudorazione della statua marmorea di Santa Lucia ospitata nel Sepolcro a Lei dedicato. In questa giornata una piccola statuetta raffigurante la martire aretusea viene portata in processione nella borgata.

LO SCAMBIO DEI DONI – Un tempo il solstizio d’inverno cadeva il 13 dicembre e in questa giornata nelle campagne era uso praticare una sorta di perequazione: chi aveva avuto raccolti più abbondanti ne donava una parte ai meno fortunati. A questa forma di solidarietà si lega un avvenimento che risale al 16esimo secolo. Si narra infatti che la provincia di Brescia venne colpita da una grave carestia e che alcune signore di Cremona avessero organizzato una distribuzione di sacchi di grano da lasciare anonimamente sulle porte di tutte le famiglie. Così una carovana di asinelli carichi raggiunse Brescia stretta nella morsa della fame ma, poiché la distribuzione avvenne di nascosto, la notte tra il 12 e il 13 dicembre, si pensò che fosse stata una grazia della martire. L’antica ospitalità, poi, voleva che si accogliessero nelle case i pellegrini che cercavano riparo dal freddo e questi ultimi, a loro volta, prima di ripartire, dovevano lasciare un dono sulla porta della casa che li aveva accolti.

Con il trascorrere del tempo si consolidò così l’usanza di fare regali in occasione del 13 dicembre. La tradizione vuole che i bimbi lascino un mazzetto di fieno sulla porta di casa per rifocillare l’asinello della santa.

Il 13 dicembre a Milano si celebra con il pellegrinaggio all’altare della chiesa di Santa Maria dell’Annunciata dedicata appunto a Santa Lucia che, per volere del cardinale Federico Borromeo, è venerata come patrona di quanti con il loro lavoro mettono in pericolo la vista.

A Verona si racconta che intorno al 13esimo secolo, in città, in particolare tra i bambini, era scoppiata una terribile e incurabile epidemia di “male agli occhi”. La popolazione decise allora di chiedere la grazia a Santa Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di Sant’Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c’è la sede del Comune: Palazzo Barbieri. Il freddo spaventava i bambini a partecipare al pellegrinaggio e i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la santa avrebbe fatto trovare, al loro ritorno, tanti doni. I bambini accettarono… l’epidemia si esaurì. Da questo momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l’arrivo di Santa Lucia che porta loro gli attesi regali a bordo di un asinello.

I REGALI PER I BAMBINI – Lo scambio dei doni si è diffuso nella tradizione popolare ed è entrato di uso comune nelle famiglie con doni per i più piccoli. In passato ricevevano soprattutto frutta, abiti e qualche giocattolo, mentre oggi i giochi hanno preso il sopravvento. All’inizio di dicembre i bambini scrivono la letterina con la richiesta di giochi, che vengono consegnati nella notte tra il 12 e il 13 dicembre. Molti preparano una manciata di paglia o una carota per l’asinello che deve trasportare il carro colmo di pacchetti.

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