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Nick Cave, “Ghosteen”: quando il dolore si sublima in musica e crea bellezza

Un disco spirituale, commenta Il Discomane, ma potente e a tratti un capolavoro. E poi la recensione...

Artista: Nick Cave and the Bad Seeds
Titolo: Ghosteen
Voto: ****

L’ultimo album di Nick Cave, Ghosteen, chiude una trilogia iniziata con Push the Sky Away (disco meraviglioso) e proseguita con Skeletron Tree (disco deludente).

I primi due dischi hanno il loro baricentro espressivo nella sublimazione del dolore, in particolare il secondo per quello della morte del figlio.

Skeletron Tree non mi era piaciuto, le canzoni erano di fatto dei bozzetti mal riusciti, composti sicuramente con le migliori intenzioni possibili ma mancanti di un qualcosa, forse anche solo dell’ispirazione che non necessariamente deve trovare nell’emotività esasperata la propria fonte.

Ghosteen è un disco spirituale, che affronta temi difficili e generali: c’è ancora la celebrazione del dolore, di nuovo quello per la morte dell’adorato figlio, ma ora, passato più tempo, l’artista è in grado di sopportare con maggior lucidità e quindi lo descrive in modo più efficace.

Merito anche di Warren Ellis (di fatto i Bad Seeds) , il fido collaboratore e produttore che, nell’economia della produzione, prende sempre più voce in capitolo, conducendo Nick Cave in una dimensione cantautorale che bandisce definitivamente la forma classica della canzone sostituendola con una nuova che ha nei ritmi lenti, nella scansione della parola a mo’ di mantra i tratti essenziali e caratteristici.

Ghosteen è un disco difficile, da ascoltare in determinate situazioni, alla sera, al termine di una giornata difficile, quando si è soli, e non è un disco da sottofondo.

Alcuni critici hanno attaccato duramente l’artista perché incapace di scrivere ancora canzoni belle quanto Into my Arms. Obiettivo che, probabilmente, interessa poco a Cave, più intrigato oggi da atmosfere frutto di alcune note isolate di piano come nella straziante Waiitng for You oppure il risultato di un unico tappeto elettronico distante, con la voce, in primo piano, spettrale dell’artista a narrare lo strazio di un padre, come nell’iniziale Spinning song.

Sporadici sono gli sprazzi di serenità, almeno a livello musicale, come accade nelle riuscita composizione Bright Horses , uno dei migliori brani dell’album, ma sono episodi.

Le parti cantate sono ridotte all’osso, più frequenti quelle in cui Cave recita: in Night Raid il rischio noia è evitato grazie al controcanto femminile; stesse atmosfere palpabili in Sun Forest anche se qui è la sacralità del coro a rappresentare l’elemento di rottura.

Rispetto a Skeleton Tree c’è molto di più: l’assimilazione del dolore ha reso l’artista più lucido, l’ispirazione è più netta, e anche l’interpretazione, seppur ciò possa apparire contraddittorio, a un più alto tasso di emotività.

Ne è prova diretta Galleon Ship, un unico flusso, fluido, di note che fanno da base ad una interpretazione che pare più serena e tranquillizzante che in altre parti del disco soprattutto grazie al contributo del coro in sottofondo.

Il meglio però deve ancora venire.

E infatti l’apoteosi del disco arriva con la title track, ossia Ghosteen, un brano lungo oltre 9 minuti che inizia come altre canzoni del disco con un tappeto sonoro uniforme elettronico, sino a quando il brano si amplia e il suono diventa sinfonico, più caldo. Qui irrompe la voce di Cave che poi si quieta nella parte finale, laddove i suoni elettronici tornano ad essere preponderanti. Un capolavoro di canzone.

In Ghosteen, è la storia, surreale, di una famiglia di orsi, intenta guardare la televisione sino a quando il figlio orso si allontana per andare in barca sulla luna, lasciando i genitori nello sconforto, con un chiaro seppur non esplicito riferimento al dramma della perdita del figlio.

Chiude il tutto Hollywood, oltre 14 minuti di durata, ancora una sorta di conversazione sonora che tratta dell’accettazione del lutto, bellissima e spettrale dove meglio che altrove Cave raggiunge il massimo della sua espressività

Non è facile scrivere di Ghosteen perché è un disco “personale” non solo per l’artista ma anche per ogni ascoltatore.

Ghosteen è tutto ciò che non è conforme al normale modo odierno di usufruir della musica: richiede concentrazione, attenzione, partecipazione.

Ma l’ultima fatica di Cave merita di essere ascoltata e amata, ognuno avrà certo la propria chiave di lettura e un atteggiamento diverso, ma anche queste sono le ragioni della sua bellezza.

Ricordiamo che Nick Cave sarà in concerto in Italia nel giugno 2020.

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In breve

Carole king live montreux

Carole King: Live at Montreux ***1/2

Ennesimo disco live della cantautrice che nei  ’70 infranse moltissimi cuori, grazie al suo modo di comporre e di interpretare. Questa registrazione si riferisce ad un concerto del 1973 e nulla aggiunge a quanto già sia noto. Resta una piacevolezza di fondo ed anche una leggera malinconia nell’andare a riascoltare canzoni che oramai appartengono a tempi andati.

È possibile che oggi, almeno in Italia, il nome di Carole King, dica poco e che se si chiede in giro circa You’ve Got a friend non vi siano ragazzi che la riconoscano. Ma poco importa, per chi è cresciuto in quei tempi, come me, Carole King resta Carole King .

In questo disco troverete tutte le canzoni di maggiore notorietà: alcune vengono interpretate dall’artista, sola, al piano, mentre in altri casi ad accompagnarla è una band eccellente in grado di creare un’ atmosfera jazzy tipica di quegli anni, ma ancor oggi particolarmente piacevole.

Legenda giudizio

***** da isola deserta
**** eccellente
*** buono
** mediocre
* pessimo

 

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