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Alla Fondazione Prada il sarcofago di toporagno e altri tesori

Particolare mostra allestita dal regista Wes Anderson in collaborazione con la scrittrice, illustratrice, designer nonché sua compagna, Juman Malouf

Dal 20 settembre è in corso alla Fondazione Prada (Milano) la mostra allestita dal regista Wes Anderson in collaborazione con la scrittrice, illustratrice, designer nonché sua compagna, Juman Malouf. L’esposizione denominata “il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori” si presenta come la configurazione di una Wunderkammer contemporanea.

La Wunderkammer, o camera delle meraviglie, è un tipo di collezione che si sviluppa tra il XVI e il XVIII secolo. Il suo scopo è quello di creare una ricomposizione esaustiva di un vasto numero di oggetti della realtà sensibile, con particolare attenzione alle categorie di manufatti legati al raro e al meraviglioso. È subito evidente che ‘raro’ e ‘meraviglioso’ sono qualità che variano tantissimo in base all’epoca di riferimento: in questo senso Anderson e Malouf, attraverso un’attenta ricerca, sono stati in grado di raggruppare un insieme davvero eterogeneo di elementi (per la precisione 538 opere) provenienti da 12 collezioni differenti del Kunsthistorisches Museum e da 11 dipartimenti del Naturhistorisches Museum di Vienna. Andando così a ricoprire un periodo storico di formidabile estensione: si passa dal meteorite di circa 5,5 miliardi di anni fa, per poi imbattersi nel sarcofago di toporagno (Spitzmaus) del IV secolo a.C ritrovato in Egitto (oggetto che dà titolo alla mostra), o ancora una serie di quadri del 1500, oppure una custodia per “cento piume di struzzo” del 1816, senza scordarci dell’immancabile pesce palla, presente in ogni collezione che si rispetti.

Il mondo della Wunderkammer riflette il passaggio storico tra l’Umanesimo del Quattrocento e il mondo scientifico del Seicento, andando a prefigurare un tipo di collezionismo che inizia a organizzarsi secondo una primitiva logica scientifica. In verità siamo ancora molto lontani da una vera classificazione rigorosa degli elementi. A prevalere nelle camere delle meraviglie, sono i tratti squisitamente estetici ed esotici. Sono quest’ultimi i canoni che determinano l’acquisizione e l’abbinamento di determinati oggetti, portando il collezionista a puntare più sulla diversità piuttosto che a specializzarsi verso la collezione seriale di un unico tipo di manufatto. Questo concetto è reso molto bene visivamente; basta cercare una qualsiasi rappresentazione delle antiche Wunderkammer per rendersi conto del principio di disordine che vi regnava. Siamo ancora molto distanti quindi da una definizione più contemporanea di collezione, ovvero una sistematica ordinazione di elementi, divisi per classi raggruppate in modo razionale.

Inizialmente questa visita provoca un certo senso di vertigine; le 538 opere sono suddivise nelle vetrine di 55 pareti, tutte rigorosamente poste su un unico piano del Podium, l’edificio centrale di Fondazione Prada, restituendo così un senso di unitarietà. Per chi conosce i lavori di Wes Anderson è inevitabile non ritrovare qui il suo stile simmetrico e la sua particolare attenzione a particolari cromie. La scelta poi di non riportare nemmeno una didascalia sotto le vetrine (presenti invece nel dépliant) è in piena linea con il discorso che si faceva poco fa riguardo le Wunderkammer, ovvero l’assenza di una razionale logica classificatoria, facendo prevalere il principio degli accostamenti esotico-estetici. Omettere le didascalie può essere anche un espediente per mantenere la totale concentrazione del visitatore-spettatore sulle vetrine, che non si concentra eccessivamente sulle parole.

L’operazione svolta dai due curatori, non è solamente estetica o fine a sé stessa. Piuttosto come ci suggeriscono è da vedere come “una riflessione sulle motivazioni che guidano l’atto di collezionare e sulle modalità con le quali una raccolta è custodita, presentata e vissuta”. In altre parole, Wes Anderson e Juman Malouf hanno fatto una mostra sulla mostra. Quello che noi vediamo è soltanto il risultato finale di un minuzioso lavoro di ricerca e selezione che i due hanno intrapreso, ripercorrendo i vari meccanismi nascosti dietro a questo tipo di collezionismo.

Curiosamente un’indagine simile fu condotta già da Italo Calvino nel 1984 con il suo libro Collezioni di Sabbia. Delle bellissime pagine dove lo scrittore analizza il fenomeno della collezione attraverso un confronto serrato con la scrittura. Collezionare è per Calvino la fissazione di un flusso di pensieri, un processo mentale che si concretizza nella scelta dell’oggetto. Sottolinea poi che la collezione si muove tra due coordinate: lo spazio e il tempo. L’atto compiuto dal collezionista diventa così un tentativo di interrompere il flusso continuo del tempo, condensandone un istante nella materialità dell’oggetto. La collezione diventa così uno specchio che riflette gli avvenimenti della nostra vita.

Avete tempo fino al 13 gennaio 2020 per disperdevi tra i tesori esposti a fondazione Prada.

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