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Riprendiamoci il controllo delle immagini

Provate a sbloccare il vostro telefono, recatevi nella galleria immagini e rendetevi conto di quante foto avete salvato e che molto probabilmente non guardate mai.

Oggi l’uso della fotografia e delle immagini è profondamente cambiato rispetto a quello che se ne faceva vent’anni fa. La trasformazione è stata repentina, ci sembra solo ieri l’impiego della macchina fotografica da “fotografi della domenica” per la creazione di formidabili album da sfogliare felicemente insieme alla famiglia. Pratica quanto mai desueta; oggi nessuno stampa più le proprie foto. Si parla di ieri quindi come di una generazione passata, quella dei nostri genitori; già la mia di generazione con la digitalizzazione è stata proiettata in un mondo nuovo, definito della “postfotografia”. Definizione tratta dal saggio di Joan FontcubertaLa furia delle immagini, Note della postfotografia” (stampato per la prima volta nel 2016, edito in italiano nel 2018 presso Einaudi).

La scelta di aggiungere il prefisso “post” a “fotografia” esalta la necessità di creare una terminologia ad hoc che si adegui al cambiamento in corso: “La postfotografia si pone come un nuovo linguaggio universale”. Il saggio si struttura come il tentativo di analizzare e circoscrivere i fenomeni che hanno portato a questa ridefinizione linguistica nella società del selfie, di Instagram, dei social. La caratterizzazione poliedrica di Fountcuberta artista, autore, professore, gli permette di restituire una visione a tutto tondo di ciò che stiamo sperimentando.

L’indagine viene strutturata con uno sguardo attento al mondo dell’arte verso il quale l’autore attinge continuamente riportandone vari esempi; conscio del fatto che l’arte è un medium formidabile nel cogliere in anticipo e sublimare i cambiamenti di un’epoca. Paradigmatica è una delle prime installazioni che si incontrano durante la lettura, quella di Eric KesselsPhotography in Abundance”, tra l’altro già copertina del libro che viene poi impiegata per introdurre l’aspetto centrale della postfotografia: l’inquinamento iconico.

L’opera prevede la stampa di circa un milione e mezzo di fotografie. Quantitativo enorme, che corrisponde esattamente a tutte le foto archiviate nell’arco di una sola giornata sul portale di Flickr. Una volta presa la loro veste materiale queste foto vengono riversate in una stanza accessibile al pubblico. Dare consistenza alla fotografia digitale permette ai fruitori di sperimentare gli effetti soffocanti della pletora d’immagini prodotta ogni giorno. Fountcuberta precisa che se dedicassimo un secondo scarso a foto, (ovvero nemmeno il tempo per introiettarla) ci metteremmo ben due settimane per esaurirle tutte. Si tenga poi a mente che Flickr è solo una delle tantissime ‘app’ oggi in uso per la pubblicazione, la modifica e la condivisione delle immagini. Ecco dunque che l’effetto si moltiplica a non finire.

Per verificare quanto appena detto non serve andare molto lontano, provate a sbloccare il vostro telefono, recatevi nella galleria immagini e rendetevi conto di quante foto avete salvato e che molto probabilmente non guardate mai.

Parlando di inquinamento iconico l’attenzione non va più posta sul valore delle immagini esistenti, ma piuttosto su quelle che mancano, che non ci fanno vedere. Questa distinzione vive però di una contraddizione, una volta prodotte anche le immagini mancanti si disperderanno le une tra le altre. Molti artisti per ovviare a tutto questo stanno promuovendo campagne di ‘riciclo fotografico’; c’è chi per protesta smette di scattare fotografie, chi inventa dispositivi per distruggere le immagini o ancora chi progetta macchine fotografiche in grado di scattare fotografie solo in luoghi dove statisticamente ne vengono originate di meno.

Joan Fontcuberta

Viviamo in una società che potremmo definire “performativa” e a oggi la velocità è diventata la nostra prerogativa principale. Ogni aspetto della nostra vita sembra piegarsi sotto questo dogma; trasporti sempre più veloci hanno reso il mondo un posto più piccolo, le informazioni oggi grazie alla fibra ottica hanno raggiunto velocità tali che lo scarto massimo tra l’accadimento di un evento e la sua presa visione è nullo. Partecipiamo così in diretta a fatti che avvengono all’altro capo del mondo. Anche il saggio si concentra su questo aspetto, in particolare dal punto di vista dell’immagine e della sua repentina velocizzazione.

Ma cosa intende Fountucuberta con ‘immagini veloci’? L’ autore parla di “sindrome di Hong Kong”. Attorno al 2010 ha destato scalpore la scelta di un importante testata giornalistica cinese di
licenziare i propri fotografi professionisti a favore di alcuni pony pizza, che attrezzati di macchina digitale erano in grado di destreggiarsi tra l’intenso traffico e arrivare più velocemente presso i fatti da immortalare. “Siamo davanti a un Darwinismo tecnologico, la velocità prevale sull’istante digitale, la rapidità sulla raffinatezza. Dalla sindrome di Hong Kong impariamo che l’urgenza a esistere dell’immagine prevale oggi su altre qualità. Questa pulsione garantisce una massificazione senza precedenti”.

Nel 2014 esce al cinema “Lo sciacallo – Nightcrawler”. Debutto assoluto come regista dello sceneggiatore Jake Gyllenhaal: scopro questo film quasi casualmente e rimango piacevolmente colpito da come la trama si innesti perfettamente nel discorso “Fountcubertiano” appena riportato qua sopra. Fatto curioso: il film è uscito ben due anni prima del saggio, anticipandone così alcuni temi. Ora, non mi è dato di sapere se Fountucuberta abbia avuto modo di prenderne visione trovando così ispirazioni per la stesura del saggio. In altre parole, ciò che voglio sottolineare è ancora una volta la grande capacità di un prodotto artistico (in questo caso un film) di concretizzare i cambiamenti di un’epoca.

Ecco la trama: il protagonista Lou si guadagna da vivere rubando materiale e rivendendolo sottobanco, un giorno assiste a un incidente stradale e rimane profondamente colpito dal lavoro di un freelance arrivato sul luogo del misfatto per riprendere l’accaduto. Dopo una breve interazione con l’operatore scopre che le riprese verranno vendute a un emittente locale. Lou vive precariamente, è sempre alla ricerca di un guadagno sicuro. Capisce immediatamente le potenzialità di questo lavoro e si procura per pochi soldi una videocamera, una radio della polizia, e un’automobile per inseguire gli avvenimenti segnalati in radio.

Siamo negli Stati Uniti: rapine, incidenti, sparatorie tra gang sono circostanze quotidiane. Il regista fin da subito esalta le dinamiche del mondo in cui Lou è catapultato, la competizione con gli altri freelance è spietata, chi arriva prima sulle scene avrà le immagini migliori. La necessità dell’immagine di essere registrata (la sua urgenza a esistere) il più velocemente possibile, diventa così una vera e propria ossessione nonché l’elemento adrenalinico del film. Gran parte delle scene infatti, vedono il protagonista impegnato in folli inseguimenti dell’informazione fatta a immagine. Per arrivare prima Lou si spinge sempre più in là, corsie percorse in contromano, semafori ignorati, scorciatoie impensabili, sorpassi rischiosi. Un paradosso!

Per immortalare eventi pericolosi, rischia di esserne lui stesso protagonista, mettendo a repentaglio la propria vita. Se non è impegnato in questa ‘caccia dell’immagine’, Lou deve occuparsi di vendere quel che ha prodotto. Grazie allo stesso freelance con cui ha parlato all’inizio, viene a conoscenza dell’emittente televisiva “KWLA 6”. È qui che entra in scena Nina, caporedattrice del telegiornale. Fin dal primo momento riconosce la bontà dei servizi portati dal protagonista, ma si rende anche conto delle tante imprecisioni che costellano le riprese de neo-reporter Lou. Per aiutarlo a migliorare gli rivela il segreto del servizio perfetto: più le immagini saranno cruente meglio saranno in grado di fare breccia tra un pubblico ormai abituato a vedere tutto.

Apriamo una parentesi e drizziamo le antenne per un momento sulla parola ‘abitudine’. Oggi avere accesso a così tante immagini, ha portato a una disattivazione dello sguardo. Non ci stupiamo più di nulla, nemmeno quando dovremmo! Questa è forse una delle conseguenze più terribile dell’inquinamento iconico.

Tornando al film, Lou diventa così un affiliato del giornale di Nina, alla quale comincia a vendere i servizi in esclusiva. Imparando molto velocemente, riesce in poco tempo ad aumentare sensibilmente la qualità del proprio lavoro. I primi guadagni sono reinvestiti subito nell’attività. Si compra un’attrezzatura migliore, una macchina sportiva per arrivare ancora più velocemente nei luoghi da riprendere ed infine assume un assistente che per una cifra irrisoria, stando seduto al posto del passeggero, ha il compito di aggiornarlo sul traffico e sulle eventuali scorciatoie da intraprendere per battere il tempo. Da questo momento in poi assistiamo al climax ascendente di Lou, divenuto efficientissimo nel compiere il lavoro.

Questo progredire ha però un lato oscuro, la necessità di produrre l’immagine perfetta diventa una un’esigenza che porterà il protagonista all’alienazione più totale. La sensazione che si ha con il progredire della pellicola, è di trovarsi davanti non più a un essere umano ma piuttosto a un automa. Spingendosi sempre più in là arriva infatti ad infrangere qualsiasi codice deontologico e morale. Per catturare i particolari più macabri inizia a intromettersi nelle scene del crimine superando le transenne della polizia. Oppure arrivando ancor prima della polizia stessa, nel bel mezzo di un incidente stradale, comincia a spostare un cadavere riverso a terra con l’obiettivo di rendere le riprese ancora più avvincenti, violando così il sacrosanto principio di ogni atto documentaristico, ovvero quello di non manomettere mai artificialmente le scene.

Colpisce poi la totale noncuranza nel provare ad aiutare i feriti. Il finale del film si prefigura come una messa in scena dell’epilogo Fountcubertiano sintetizzato molto bene in questa frase: “Oggi […] È chiaro che abbiamo perso la sovranità sulle immagini, e vogliamo recuperarla.” Lou ha di fatto perso questa sovranità. Le immagini da passive sono diventate attive, lo controllano, e lo porteranno addirittura ad uccidere per ottenere il servizio giornalistico perfetto, si veda il film per vedere cosa succede esattamente, no spoiler! È evidente che queste sono posizioni estreme, ma la realtà non è poi così lontana.

Secondo una ricerca indiana tra ottobre 2011 e novembre 2017 sono morte 259 persone a causa di un selfie. Sempre più spesso si sentono notizie di ragazzi (e non solo) che per catturare una fotografia incredibile cercano spontaneamente il pericolo. Se davvero abbiamo perso il controllo delle immagini dobbiamo fare di tutto per recuperarlo, il rischio è di superare un punto di non ritorno, con conseguenze disastrose.

Bibliografia:
Joan Fontcuberta, La furia delle immagini, Note sulla postfotografia. Einaudi 2018.
https://www.curioctopus.it/read/18700/il-prezzo-di-una-foto-perfetta:-in-pochi-anni-259-persone-sono-morte-per-scattarsi-un-selfie

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