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Zanica, la New Pop Orchestra fa rivivere il “Sogno n.1” di Faber

Lo spettacolo concerto in scena domenica primo dicembre. Per l’occasione è stato scelto un eccellente interprete amato dal pubblico orobico, Marco Pesenti, frontman degli Ottocento

La voce di Marco Pesenti, storico cantante degli Ottocento; la New Pop Orchestra, orchestra di ottantacinque elementi diretti da Alfredo Conti; il Coro Giovani di Azzano, quindici ragazzi guidati da Maurizio Bertazzoni, sedici canzoni di Fabrizio De Andrè riarrangiate in chiave sinfonica da Stefano Sacchi, giovane musicista e compositore, specializzato nella musica da film e serie tv, che tra i tanti, ha collaborato con il grande Hans Zimmer.

Ecco cosa aspettarvi da “Sognando De Andrè”, spettacolo concerto in scena al Teatro Nuovo di Zanica domenica primo dicembre, ore 21. La New Pop Orchestra, realtà con base a Comun Nuovo che da quasi vent’anni raccoglie amatori e professionisti della musica, ha tramutato in realtà una passione comune, quella per Fabrizio de Andrè. Sul palco del Teatro Nuovo di Zanica rivivrà un piccolo tesoro, il “Sogno n. 1”, l’album tributo della London Symphony Orchestra pubblicato nel 2011 in onore di Faber.

Per l’occasione è stato scelto un eccellente interprete amato dal pubblico orobico, Marco Pesenti, frontman degli Ottocento, band che della musica deandreiana ha fatto la propria ragion d’essere.

“Sognando De Andrè”, lei non riesce a fare a meno di Faber…

No, di Fabrizio De André non riesco a fare a meno, come non posso fare a meno dell’arte in generale; della poesia e della musica in questo caso, come ricordo, nutrimento e ricerca: le canzoni di Faber mi tengono agganciato alla mia storia emotiva, mi permettono di tenere accesa la luce dell’intelletto sulle vicende umane, e mi sollecitano ad andare oltre, più a fondo nel capire l’essere umano, specie se distante da me.

Dopo vent’anni di Ottocento, uno spettacolo da solista. Perché?

Sono quasi ventun anni in effetti, e i prossimi due concerti saranno gli ultimi con gli Ottocento, come ho avuto modo di annunciare. Non seguirà una carriera da solista né ho in mente altri tributi. Io faccio un altro mestiere, la musica è per me una necessità. Voglio lasciarla ad uno spazio di libertà, non più vincolato ad agende perché troppo saturate dal mio lavoro; lasciare che il fare musica sia leggero e rimanga ad addolcire o almeno a stimolare la creatività della vita. Lasciare gli Ottocento, che sono dei fratelli, è una sofferenza per me, ma lo è di più sentire che la fatica soffoca il desiderio di proseguire. Su questa linea continuerò a tenere le dita sui tasti del pianoforte, ma senza impegno o velleità di sorta, come ho fatto nella scrittura dell’album uscito il 22 novembre dei De Rien, progetto mio e di Flavio Fucili, un auto-regalo che porta il nome impegnativo di Canzoni profane e d’amor, e che è semplicemente meraviglioso poter far ascoltare. Questo spettacolo con la New Pop Orchestra è stata un’idea dell’amico Maestro Alfredo Conti, alla quale ho detto immediatamente sì qualche mese fa, prima di prendere la decisione di lasciare gli Ottocento, mentre gli raccontavo i motivi per cui – da agenda – non me lo potevo permettere. È stata una proposta affascinante, Sogno n.1 ed altre canzoni di Fabrizio riarrangiate in maniera sinfonica: spero di esserne all’altezza.

Sul palco con te ci sarà un’orchestra di circa 80 elementi. Come è stato lavorare con i musicisti?

Per passioni personali mi sono sempre chiesto cosa provi un pianista in un concerto in cui è avvolto dall’orchestra, come concili il turbine emotivo con la razionalità, le necessità di essere parte di un tutto e di esprimere la propria voce. Ecco, ci sono entrato così, con quella curiosità commovente. Per quanto il mio carattere mi porti ad un certo ingombro, i musicisti li ascolto con estrema ammirazione, con la voglia di sentirne le vibrazioni, e ammetto di guardarli, mentre si muovono sul loro strumento, con uno sguardo al limite dell’invadenza (spero di non raggiungerla…!): è una spinta in realtà timida ma volitiva, a cercarne la compagnia ma anche a godere della loro tecnica e della loro espressività. In fondo ammetto di aver sognato il conservatorio ma di non averne mai avuto il coraggio. A contatto con la New Pop Orchestra si respira passione, vitalità, libertà. Direi che è stupendo, decisamente.

Quale repertorio hai scelto per questo concerto e perché?

In parte eseguiremo canzoni tratte da Sogno n.1, album tributo della London Symphony Orchestra, pubblicato nel 2011, e composto da un’antologia delle canzoni di Fabrizio De André arrangiate da Geoff Westley, grandissimo nome della musica britannica. Ci saranno poi canzoni come Giugno ‘73, Carlo Martello, La canzone dell’amore perduto, e una chicca, non di Fabrizio De André, ma una perla che tanto dice anche delle mie origini. Probabilmente anche un piccolo spazio, come d’uso nei concerti – il che mi mette pure paura e imbarazzo, in cui canterò da solo, accompagnandomi alla chitarra. Il repertorio mi è stato proposto dal Maestro Alfredo Conti, poi è diventato una creazione a quattro mani.

Se si parla di orchestra sinfonica non si può fare a meno di pensare agli arrangiamenti. Che tipo di lavoro è stato svolto?

Un lavoro degno di nota, innanzitutto da parte di un musicista giovane e sapiente, Stefano Sacchi, che ha fatto sue le canzoni di Sogno n.1 e le altre canzoni nate principalmente per band, e le ha messe a disposizione di tutta l’orchestra. Un lavoro che io faccio fatica ad immaginare, e lascio all’incanto che provo ascoltando le diverse parti dei vari strumenti accordarsi tra loro. Tutto, grazie ai musicisti e al loro Direttore, suonerà come un grande canto.

Quale è il più grande insegnamento umano che hai avuto da De Andrè?

Un’esortazione, come da altri pensatori, alla decostruzione del pensiero, che porta alla messa in scacco del giudizio che fisiologicamente siamo portati a formulare e ad affibbiare all’altro, e alla libertà di interpretare la propria vita, di assumerla in fondo come propria nel bene e nel male. Una spinta libertaria, irriverente, verso l’essere umano e la bellezza. Qualcosa a cui tendere…

Quale è, invece, l’insegnamento artistico più importante?

Fabrizio De André non si accontentava. Era certamente severo, anche con se stesso, ne l comporre e nell’eseguire. Se non si cerca la chimera subdola della perfezione, è un tendere verso la bellezza. Ecco, io non ho quella pazienza, ma la cerco.

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