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“L’Ange de Nisida”, sogno di una notte di mezzo autunno fotogallery

La macchina teatrale, seppure in un cantiere con mezzi scenici limitati - o proprio perché stimolata da questo contesto - trova forza nell’ingegno artistico della regia. Così la rappresentazione che ha luogo nella platea, ad oggi ancora priva delle poltrone, diviene arena perfetta per una fruibilità nuova e più vicina agli interpreti da parte di tutti gli spettatori collocati attorno

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Opera in quattro atti di Alphonse Royer e Gustave Vaez,
musica di Gaetano Donizetti, regia di Francesco Micheli
Direttore Jean-Luc Tingaud, Orchestra Donizetti Opera, Coro Donizetti Opera
Scene Angelo Sala, Costumi Margherita Baldoni, Lighting design Alessandro Andreoli
Assistenti alla regia Davide Gasparro e Erika Natati
Assistenti ai costumi Silvia Pasta e Valentina Volpi

Pensate a un’opera lirica andata perduta e smembrata, ma poi ritrovata e ricomposta da una caparbia musicologa; a un teatro prestigioso in ristrutturazione, ma amato da una Fondazione e da una città che lo vogliono vicino al pubblico anche in questo frangente; aggiungete il talento estroso di un compositore ottocentesco bergamasco di fama mondiale, l’estro talentuoso di un regista contemporaneo pure bergamasco e giramondo, e un’uggiosa serata novembrina: otterrete la splendida messa in scena de “L’ange de Nisida” di Gaetano Donizetti rappresentata giovedì 21 nel cantiere del Teatro Donizetti, a Bergamo. Una serata da sogno, tutta vera.

Opera semiseria in quattro atti, due ore e quaranta di godibile spettacolo, mai un momento di noia.
Sarà merito delle note di Donizetti dalla mirabile costruzione melodica, della sensibilità romantica e dell’affetto con il quale l’autore delinea i personaggi?
O dell’acuta regia di Micheli attenta a esplicitare caratteri e situazioni con scelte drammaturgiche e una direzione attorale sicure, con la messa in scena essenziale nei segni e densa di significato?
O la validità degli interpreti tanto nel canto quanto nella recitazione, “naturale” e vivace, mai caricata ed efficace?
O degli splendidi costumi che traghettano i personaggi da una situazione all’altra con felice creatività?
O dell’orchestra e del coro Donizetti condotti con incisività rispettivamente da Jean–Luc Tingaud e Fabio Tartari?
Ad ogni modo una gioia per occhi e orecchie, mentre il cervello si lascia condurre a districare il consueto bizzarro groviglio di intrighi, ambivalenze e sotterfugi che caratterizza tanto melodramma italiano, e si ritrova a riflettere su amore, passione e potere, sì, ma anche sulla condanna dell’ipocrisia e il dramma della disillusione che pervadono l’opera.

Leone, semplice soldato di ventura, è nei guai per aver ferito un gentiluomo. Condannato alla pena capitale fugge sull’isola di Nisida e qui si innamora di Sylvia, angelica presenza amata da tutti gli isolani. Per amore del re di Napoli Sylvia ha lasciato il suo paese natale, la Spagna – struggente il brano dedicato alla patria lontana che coincide con la presa di coscienza di illusioni e di un’età dell’oro che non possono tornare –. In realtà don Fernand d’Aragon l’ha ingannata con una promessa di matrimonio non mantenuta e ne ha fatto la sua amante. Sylvia respinge i sentimenti di Leone che nel frattempo viene arrestato dal re sopraggiunto sull’isola con il suo ciambelliere-faccendiere don Gaspar. Sylvia intercede perché Leone ottenga la grazia dal re ma sopraggiunge un monaco, inviato dalla Santa Sede, che minaccia di scomunica don Fernand per la scandalosa relazione con Sylvia. Qui scatta l’idea di don Gaspar: dare in sposa Sylvia a Leone, operazione di facciata per consentire poi al re di proseguire comodamente la sua relazione con la donna. A Leone, cui è stata effettivamente concessa la grazia, viene prospettato di aiutare una giovane orfana e lui, irruente e generoso, accetta. Quando scoprirà che si tratta di Sylvia sarà al colmo della gioia mentre Sylvia in cuor suo lo disprezzerà pensando abbia agito per mero interesse economico. Persino don Gaspar, che tutto ha ordito, ha un momento di incertezza di fronte all’entusiasmo del giovane ma questa volta è il re a voler perseguire l’obiettivo che si erano prefissati. Conferisce perciò a Leone il titolo di marchese e annessi beni. Leone è al settimo cielo ma gli altri cortigiani lo deridono esplicitamente per aver preso in moglie l’amante del re, la maitresse du roi. Leone comprende l’inganno ordito alle sue spalle, ferito nell’onore rifiuta tutte le profferte del sovrano e sconvolto decide di prendere i voti. Allora Sylvia comprende la sua purezza e straziata, travestita da novizio, lo raggiungerà in convento per chiedergli perdono. Leone inizialmente la respingerà poi cederà al suo amore ma la ragazza stremata morirà. Quando sopraggiunge il monaco, che riconosce Sylvia ormai morta, esorta i confratelli a pregare per “il novizio” (ancora sotterfugio…) mentre Leone afferma “E voi pregherete per me domani!”, alludendo alla propria morte imminente.

Dunque inganno e disillusione generano morte e emerge dall”Ange de Nisida” la condanna per l’ipocrisia, la compassione per le “anime candide” contrapposte nella loro altalenante ingenuità alla pervicacia delle “anime nere”.
Tutto questo narrato con intuizioni drammaturgiche e simbolismi raffinatamente efficaci. Ha valenza simbolica anche l’inserimento di quattro mimi che, fin dai primi istanti, con atteggiamenti evidenti da guappi marcano la vena di violenza e arroganza sottesa a tutta l’opera, che fa da cerniera tra opera buffa e dramma.
La macchina teatrale, seppure in un cantiere con mezzi scenici limitati – o proprio perché stimolata da questo contesto – trova forza nell’ingegno artistico della regia. Così la rappresentazione che ha luogo nella platea, ad oggi ancora priva delle poltrone, diviene arena perfetta per una fruibilità nuova e più vicina agli interpreti da parte di tutti gli spettatori collocati attorno; la scena si apre a sorprese – come il coro che si affaccia dal loggione due volte nel corso dell’opera –, a cascate di fiori e fogli dall’alto (che vien proprio voglia di allungare la mano e acchiappare) o a movimenti dei cantanti in più direzioni per rivolgersi a tutto il pubblico. La scenografia, in assenza di fondali tradizionali, si avvale del pavimento per accogliere “quinte orizzontali” e posizionarvi un telone tappezzato di fogli, spartiti e documenti che richiamano la ricostruzione del manoscritto dell’opera stessa, oppure proiettarvi luci e immagini raffinate – Napoli, l’isola, lo stemma di corte – evocative dei luoghi dell’opera, o per stendervi un semplice telo bianco e quadrato che segna l’area del convento e diviene fulcro dell’azione drammatica da un certo punto in poi.

Indimenticabili e particolarmente coerenti con questo simbolismo i costumi: moderni nei primi due atti – anfibi per il soldato di ventura Leone, frac nero per il re e bianco per don Gaspar che sembra un appariscente conduttore di cabaret, tunichetta rosa atemporale e ali per Sylvia – e poi essenziali sul finire, dove domina il bianco di chi varca la soglia del convento per trovarvi pace e quello dei frati, tutti uguali (e un po’ inquietanti) nella loro rinuncia alla vita secolare.
In mezzo a tutto questo, nel terzo atto, un tripudio di colore con i bellissimi costumi che si ispirano alle carte napoletane e suggeriscono – oltre a un’immaginaria corte rinascimentale con “le dame, i cavalier, l’arme e gli amori” – la vita stessa con i vizi e le virtù ad essa connessa. Spicca tra tutti Sylvia in abito bianco da sposa, senza ali ora che ha accettato il compromesso del matrimonio di comodo. Un abito che pare in magnifico sangallo e invece è di carta! Tutti i costumi in questo atto sono di carta, e proprio come i castelli di carte possono essere disfatti! Che magnifica intuizione scenica: Sylvia e il coro, poi Leone, don Fernand e don Gaspar, tutti stracciano lentamente i propri abiti e li lasciano cadere a terra dove rimarranno a segnare per contrasto la vita e i sentimenti mondani attorno al quadrato bianco della spiritualità del convento. E questo strappo, nel patto tra Leone e il re, ma anche tra Leone e Sylvia, e tra questi due e la vita, si consuma elegante e inequivocabile. Splendida scena.
Al termine della rappresentazione un’altra immagine potente: Sylvia giace a terra e riappaiono le ali d’angelo, proiettate insieme al titolo dell’opera mentre attorno si fa il buio. Il pubblico è incantato. Sipario, che non c’è!

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