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Violenza e filosofia nei videogiochi

Siamo così diversi da un robot?

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Alcuni additano il videogioco come istigatore di violenza. L’arte è produzione del bello, ma il bello sta nella creazione e nella gioia di vivere che è alla base della produzione artistica. Non è astrazione, ma intenzione. Cosa non è l’arte se non il descrivere la vita stessa, nell’uomo permea violenza tanto quanto ne permea l’essenza della vita, se ci lamentiamo di un medium violento, dovremmo imparare forse a lamentarci del marciume intriso negli occhi della società e imparare a meditare. Poi basta farsi un giro su 4chan per capire quanto l’uomo sia lurido, ormai diventato servo di un celato male.

Un’altra accusa comune al videogioco è quella del medium “finto”, finzione. Credo che soltanto nel generare questo pensiero ci sia una profonda disinformazione. Il videogioco è la sublimazione digitale del pensiero. Ora mi darete del profano, ma non fatico ad accostare ad esempio “la critica della ragion pura” a un videogioco ben fatto, entrambi i medium hanno in comune anche le caratteristiche di distribuzione: possiamo dire che sotto il tiranno della grossa distribuzione sono succubi del Dio Denaro, che cerca in entrambi i casi (l’editoria nel caso dei libri e i grandi publisher nel caso dei videogiochi) di trarre guadagno subito al costo di perdere in qualità, molti scrittori si sentono pressati per l’editore che vuole il manoscritto, dall’altra parte anche gli sviluppatori sono pressati dal publisher che deve rompere l’embargo. Entrambi i medium sono accomunati da una grande passione del fare e nell’essere, ed entrambi sono accomunati da alcune distribuzioni di pessima fattura, senza dimenticare che il videogioco è comunque un surrogato del racconto, del tramandare, del comunicare, dall’emozione di strappare le maschere della realtà per rivelarne le strutture essenziali e i meccanismi più intimi, e quindi surrogati anche del libro stesso.

Non a caso in Nier Automata troviamo robot dai nomi noti, come Marx, Kant o Pascal, che entrano in maniera specifica all’interno della narrazione, in cui permea sempre l’abisso, alcune volte soltanto artificiale, della differenza tra l’uomo dall’automa. “L’esistenza precede l’essenza”, concetto espresso in “L’esistenzialismo è un umanismo”. Tale opera riassume i concetti principali dell’esistenzialismo sartriano.

Un passo che andremo ad analizzare recita: “C’è almeno un essere in cui l’esistenza precede l’essenza, un essere che esiste prima di poter essere definito da alcun concetto, questo essere è l’uomo.”

Che significa in questo caso che l’esistenza precede l’essenza? Significa che l’uomo esiste innanzi tutto, sorge nel mondo, e che si definisce dopo. L’uomo non è definibile in quanto all’inizio non è niente, sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto. L’uomo è soltanto, non solo quale si concepisce, ma quale si vuole, e precisamente quale si concepisce dopo l’esistenza, e quale si vuole dopo questo slancio verso l’esistere. In particolare il passo ci aiuta a comprendere meglio ciò che fanno le macchine e gli androidi: in esse, l’esistenza ha preceduto l’essenza. Sono nate dal nulla, da un essere, dall’ignoto, e come un quadro vuoto si sono definite solo successivamente, tramite le proprie azioni, tant’è che alcune macchine, come Pascal, riescono a crearsi la propria esistenza, si impongono uno status sociale, diventano leader di qualcosa che credono.

Che differenza c’è quindi tra biomacchine e androidi? La razza? questo fa sorgere altri innumerevoli parallelismi con la società moderna. Qui si mette in relazione il pensiero e l’essenza umana con la macchina, che tra l’altro è proprio il vettore che si sta seguendo questo mondo, e già alcuni dubbi e domande ad esempio sulle intelligenze artificiali se le pongono anche i più sprovveduti. In Nier automata persino il sistema di salvataggio viene contestualizzato, gli androidi quando muoiono rinascono da una sorta di stampante 3d, quindi prendendo i dati dal bunker “umano” si ha quel collegamento che a me piace chiamare il “filo d’argento” tra l’anima e il corpo, prendono i loro ricordi per trasmutare nell’altro corpo, li prendono dal bunker che credono sia la loro casa, il loro collegamento con l’umanità che per chi ha giocato il gioco, si saprà successivamente che l’umanità non esiste più da tempo immemore, come non esistono più nemmeno gli alieni.

Quindi il ricordo di chi è, chi possiede il ricordo, chi è il padrone del ricordo, noi viviamo nel ricordo di altri? O è la soggezione di un ricordo che fa scaturire l’impronta dell’essere. Le biomacchine a differenza degli androidi sanno che l’uomo non esiste da tempo, ma continuano a combattere per un bisogno di sentirsi vivi e sotto un credo di riferimento, in questo caso il credo diventa parte dell’essere che pur sapendo della sua invalidante natura continua imperterrito a implodere nella propria gabbia d’oro, quella che fa continuare il robot ad essere vivo.

Siamo così diversi da un robot? Stiamo arrivando quindi alla conclusione di questa breve riflessione sul vastissimo mondo videoludico, ancora una volta ci farebbe piacere ricevere i vostri commenti, vi aspettiamo al prossimo articolo.

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