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Il nuovo libro di Paolo Aresi: “Racconto la Bergamo dell’altroieri”

Abbiamo intervistato il giornalista e scrittore Paolo Aresi, che in questo volume racconta il vissuto di Bergamo negli anni '40, '50 e '60

“Con questo libro faccio rivivere un passato che ha molto da dirci ma se non viene scritto rischia di morire. Così il giornalista e scrittore Paolo Aresi presenta il suo ultimo lavoro, intitolato “Bergamo dell’altroieri“, fresco di pubblicazione.

Il volume verrà presentato venerdì alle 18 al chiostro di San Francesco – Museo delle storie di Bergamo. Interverranno Emilio Moreschi, amministratore delegato della Fondazione Bergamo nella storia e Roberta Frigeni, direttrice del Museo delle storie di Bergamo. Abbiamo intervistato l’autore per saperne di più.

Come è nato il libro?

Due mie cugine, Graziella e Carla Lupo Pasini, e mio padre Piero ogni tanto mi hanno raccontato storie relative a Bergamo, in particolare del rione – come veniva chiamato allora – di Pignolo negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. Alcune erano veramente straordinarie, mi affascinavano molto e ogni volta consigliavo loro di metterle per iscritto ma non lo facevano mai. A un certo punto ho deciso di scriverle io: sarebbe stato un peccato perdere la memoria, quel mondo merita di poter vivere ancora nella testa, nella mente e nel cuore di chi lo leggerà e magari gli regalerà delle emozioni. Sapere da dove veniamo, conoscere il modo di vivere, la miseria, la povertà ma anche la serenità degli abitanti di allora può essere interessante e arricchirci, renderci più consapevoli. Così una volta alla settimana ci siamo incontrati per bere un cappuccino alla pasticceria Salvi e al bar di fronte al liceo artistico Manzù e li ho ascoltati mentre chiacchieravano liberamente fra loro condividendo storie, personaggi, luoghi, cambiamenti. Ho redatto 30 cartelle di appunti e poi è iniziata l’elaborazione ed è nato il romanzo, una raccolta di racconti molto omogenea e dotata di un filo conduttore comune.

Qual è?

Il narratore è mio padre, una persona che è arrivata in età anziana e dice di essere vecchio, malato costretto su una carrozzina e rimpiange quando era giovane: la sua gioventù è terminata a 78 anni quando un ictus lo ha fermato. Afferma che era meglio quando aveva vent’anni, ma adesso ha qualcosa che prima non possedeva ed è un tesoro: il suo vissuto: vicende, persone, fatti che i giovani non possono avere, così glieli racconta e magari farà piacere anche a loro leggerli, sapere come eravamo attraverso vicende umane. Un libro che non è didascalico o saggistico ma narrativo, in cui tutti gli avvenimenti e i personaggi sono veri: il lettore rivive quegli anni attraverso la vita delle persone, scopre quali erano le loro priorità, come erano i rapporti sociali, con la religione ecc. Ci sono drammi e situazioni umoristiche che svelano la città al di là di quanto viene generalmente inserito nei testi di storia.

Come è stato ascoltarli?

Molto piacevole. Da bambino adoravo ascoltare i racconti dell’infanzia di mia nonna, quindi ero contento. Inoltre, ho abbinato la scrittura che è un’altra mia grande passione, quindi sono stati momenti di gioia pura.

C’è un aneddoto che l’ha colpita particolarmente?

Sono molti, cito la storia a cui si fa riferimento nel sommario in copertina, l’elisir del professor Costanza, che in realtà non era professore ma lo chiamavano così. Produceva a casa sua questo Fernet e per venderlo si recava al mercato, che allora era diviso tra piazza Cavour e via Paglia-via Guglielmo d’Alzano. Saliva sul palco e apriva una raffigurazione del corpo umano e aveva una sfilza di cartelli con proverbi che facevano scena di saggezza e una bandiera americana. Cominciava a descrivere gli effetti del suo prodotto indicando gli organi che ne avrebbero beneficiato: era adatto per non sentire il dolore al fegato, ai denti, a respirare meglio e liberare i polmoni dal catarro. Era una ricetta preparata da suo padre sacrificando la gioventù, andando sulle nostre Orobie per cercare particolari erbe. A un certo punto due suoi amici entravano in azione agendo da persuasori occulti, dicendo che volevano comprare questo prodotto spingendo gli altri ad acquistarlo. Alcuni mesi fa su Facebook è apparso un documentario diretto dal regista Giulio Questi su Bergamo Alta, l’ho guardato e a un certo punto è comparso il professor Costanza, l’ho mostrato a mio padre ed è stato molto emozionante.

Era una Bergamo d’altri tempi…

Ci sono elementi che hanno del sovrannaturale. Per esempio il racconto della purtinera di via Verdi mi ricorda Marquez e quel senso di superstizioso di “Cent’anni di solitudine”. È una Bergamo differente da quella di oggi. Fa pensare che si può essere anche diversi, era un modo popolare, proletario di vivere: c’erano altri rapporti fra le persone, tutte le porte erano spalancate, almeno nella bella stagione, e chiudevano a chiave solo la notte. È un passato che se non viene scritto muore e viene dimenticato, ma può dirci molto: invita a riflettere, mostra che non si deve vivere per forza nel modo in cui viviamo oggi e indica che c’è un modo per esser felici senza possedere tante cose. Infatti c’era la borghesia, ma questa era tutta gente povera. Più in generale, mi ha sempre affascinato il tempo.

In che senso?

Il presente è difficile da definire e sfugge, il futuro non si è ancora realizzato, è tutto da scoprire ed è bello immaginare come potrà essere, mentre il passato è come un giacimento archeologico da esplorare. Per questo “Bergamo dell’altroieri” è un libro rivolto sia agli anziani che hanno vissuto quegli anni sia ai giovani in modo che possano conoscere quell’epoca.

Per concludere, quali sono i suoi progetti per il futuro?

Sto lavorando a un nuovo romanzo di fantascienza che uscirà a inizio 2021, il terzo volume conclusivo delle storie di Korolev, padre del programma spaziale dell’Unione Sovietica che ho risuscitato. E poi mi piacerebbe dare un seguito a questa storia della Bergamo degli anni passati.

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