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Leoni da tastiera: la violenza sui social come mezzo comunicativo

Si può seguire la fede politica che più si avvicina ai nostri ideali e si possono appoggiare anche più partiti per arrivare a costruire la propria identità politica; ma questo non consente a nessuno di obbligare una donna a vivere sotto scorta. Parlo di Liliana Segre.

Siete tutti delle fotocopie, nessuno con una personalità” questa frase o frasi di questo genere vengono lette quasi tutti i giorni sui social network e una domanda sorge spontanea: fotocopie di
chi? Ovviamente, questa espressione non ha un significato profondo e molto spesso è usata impropriamente; non tanto per omologare gli altri, ma per sentirsi diversi e unici in una moltitudine
di persone.

Ma in tutto questo c’è del vero. In pochi hanno il coraggio di esporre la propria idea o di pensarla in modo diverso circa un argomento qualsiasi. Se si pensasse sempre autonomamente sicuramente la società di massa sarebbe già estinta: non si impazzirebbe per l’uscita del nuovo IPhone, non si avrebbe lo stesso paio di scarpe, non si ascolterebbe la stessa musica e, infine, non si creerebbero miti attorno a personaggi che hanno come unica qualità quella di essere di bella presenza.

Se si avesse la coscienza sociale di apprezzare veramente l’individualità degli altri non ci sarebbe così tanto odio sui social network. Rifletteteci: scrivere un commento sotto un post politico è un
tabù. Si può esaltare il politico in questione come fosse il Messia o lo si può insultare; ma è impossibile creare un contatto, uno scambio di opinioni pacifico ed educato, e questo non solo a
causa del politico, ma anche a causa dei followers.

Insomma, ci si lamenta di questa omologazione, ma l’unica legge in vigore recita una dittatura di pensiero: o devi pensarla come la pensano tutti, ma ciò ti porta a schierarti da una parte o dall’altra senza lasciare spazio a sfumature di pensiero, o la pensi a modo tuo e vieni attaccato.

Fino a quando queste offese si limitano a piccole pseudo star o al politico di turno, benché non giustificabili, sono per lo meno “comprensibili”. Si cerca un gruppo di appartenenza, si cerca, nel
modo sbagliato, di essere qualcuno. Quando però queste offese e minacce si estendono a persone con un grande rilievo storico per il nostro paese, magari pure donne e magari pure anziane, non si parla più di appartenenza ad un gruppo, ma ci si trova davanti ad una grande incognita e povertà culturale.

Fortunatamente, viviamo in un paese libero e conseguentemente abbiamo la possibilità tutti di esprimere la nostra opinione circa qualsiasi argomento, ma questo diritto di inestimabile valore non va confuso con la libertà di denigrazione e umiliazione degli altri individui.

Si può seguire la fede politica che più si avvicina ai nostri ideali e si possono appoggiare anche più partiti per arrivare a costruire la propria identità politica; ma questo non consente a nessuno di
obbligare una donna a vivere sotto scorta. Parlo di Liliana Segre. Non è importante in questo momento addentrarsi nelle vicende politiche che hanno coinvolto la senatrice; qui si sta parlando di una donna di 89 anni che si è salvata dai campi di concentramento, una donna sopravvissuta allo sterminio nazista che ha proposto di istituire una commissione parlamentare contro l’odio.

La proposta può trovare consenso, può far sorridere, può non essere condivisa o può essere ignorata; tutto questo nella maniera più libera possibile. Fa quasi pena, però, vedere politici che davanti ad un episodio d’odio contro la senatrice, che ha proposto un comitato proprio per eliminare questo, trovino solo modi per farsi pubblicità e portare avanti le loro ideologie politiche.

Lei è solo uno sfortunato esempio di come i social e più in generale la maleducazione abbiano il potere di rovinare la vita di una persona. Si dovrebbero recuperare i gesti semplici, le buone
maniere e la cortesia dovrebbe essere vista come un qualcosa di scontato. Bisognerebbe ricordarsi che non si diventa superiori insultando la gente, ma spesso ci si rende solo ridicoli poiché privi di qualsiasi tipo di intelligenza sociale.

Quest’episodio deve far riflettere i più giovani, deve far capire ai ragazzi che ogni cosa scritta con un cellulare non solo può ferire, ma può anche scatenare vicende legali che vanno a concludersi in tribunale. Ricordiamoci sempre che i social e la vita reale, quando si tratta di insulti, sono la stessa cosa.

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