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Contrordine: Bergamo ora preferisce il negozio ai grandi ipermercati?

Alberto Citerio, segretario generale di Fisascat Cisl Bergamo: "Il gigantismo del commercio ha toccato il suo apice nel decennio precedente e ora cerca nuove ricette per uscire da una crisi di questo format che negli ultimi anni ha comportato una perdita del 30% dei posti lavoro”

“Iperexit” è la formula brevettata da Fisascat per sottolineare la metamorfosi in corso nel pianeta della grande distribuzione e le implicazioni sul lavoro che questa porta con sé.

“È la fuga da un format che ormai ha assunto dimensioni non più sottovalutabili anche nella nostra provincia – afferma Alberto Citerio, segretario generale di Fisascat Cisl Bergamo. Il gigantismo del commercio ha toccato il suo apice nel decennio precedente e ora cerca nuove ricette per uscire da una crisi di questo format che negli ultimi anni ha comportato una perdita del 30% dei posti lavoro”.

Come gestire la riconversione delle grosse superfici di vendita, dai 6000 metri quadri in su, è diventata una priorità per tutte le catene, ne va della loro sopravvivenza. Dopo la “sbornia inauguratrice” dei primi 2000, negli ultimi cinque anni le nuove aperture in provincia di Bergamo sono stati una decina di nuovi Discount e altrettanti supermercati di medie dimensioni. Niente più Iper.

“La vicenda Conad–Auchan ne è la triste conferma: 23 punti vendita di grandissime dimensioni, metà degli Ipermercati Auchan, sono già stati catalogati come “esuberanti” dalla società entrante, con conseguente perdita stimata di oltre 3000 posti di lavoro – prosegue Citerio -. Nel complesso sono quasi 120 i negozi non interessanti per le società di Conad, nuovi proprietari della catena, per i quali sono alla ricerca di possibili acquirenti terzi; mentre per le grandi superfici, una ventina, che verranno invece acquisite, si prevedono riduzioni della superficie di vendita dal 30 al 50%. La stessa adesione della rete di vendita Bennet, 63 ipermecati con 7000 dipendenti, al Gruppo Vegè è un’altra operazione che si colloca in una riorganizzazione complessiva del settore”.

Secondo i dati di una ricerca Mediobanca riferibili anche alla situazione di Bergamo, in dieci anni, c’è stato un calo del 30% degli occupati del settore; la produttività è scesa del 22%; la superficie complessiva di vendita non cresce più; oltre la metà dei consumatori preferisce fare la spesa sotto casa, e i negozi indipendenti specializzati hanno l’indice di soddisfazione più alto (47%).
In questo orizzonte, i discount hanno registrato la migliore crescita media annua delle vendite: +9,6%, mentre la rete di punti vendita della grande distribuzione nel suo complesso è stata ridotta dello 0,6%.

Nel 2018, i discount occupano una fetta di mercato del 18,5%. In 10 anni sono cresciuti del 5%, e nelle zone in cui è stato aperto un nuovo discount, gli ipermercati hanno registrato una flessione negativa del 3%. Anche a Bergamo, nei bilanci delle grandi catene, si legge che a fine 2017, la grande distribuzione ha avuto un incremento dei fatturati dello 0,6%, i “supermercati tradizionali” del 24,2, i Discount del 44,3%.

Per quanto riguarda l’occupazione, negli Iper dal 2013 al 2017 il dato è in leggero calo, nei Discount è salita di quasi il 50%, con Eurospin, Md, Aldi e Lidl che anche a Bergamo stanno attuando una strategia offensiva importante, con decine di nuove aperture e ampliamenti.

“Negozi come l’Ipermercato di Bergamo di Auchan avevano 10 anni fa quasi 300 dipendenti, oggi non arrivano a 180 – continua Citerio -. Dal punto di vista occupazionale i posti di lavoro persi negli Ipermercati sono stati assorbiti dalle nuove aperture, generando un saldo positivo sì, ma lontano da quello che è il potenziale di settore”.

“Si va insomma verso una continua e “scientifica” riduzione degli spazi, alla ricerca di una nuova prospettiva di offerta e di vendita. Il settore si sta riconvertendo per non soccombere. Dunque – sintetizza Citeriosi sta aprendo una nuova era, che vede anche il ritorno al negozio di vicinato: negozi con superficie non superiore a 800 mq; preferenza per la filiera corta; carrello più leggero, per evitare sprechi e ridurre consumi; con abitudini di consumo che passano dalla maxi-spesa settimanale, alla mini-spesa quotidiana, con banco serviti freschi e freschissimi, prodotti bio, a km 0 e aree specializzate”.

E qui, per il sindacato si apre il fronte occupazione: “in un settore che conosce una metamorfosi tanto importante il ruolo del lavoro umano e la sua specifica e non riproducibile creatività potranno ancora fare la differenza; una clientela, sempre più orientata a consumare consapevolmente, non può che ricercare nell’esperienza di acquisto un’occasione stimolante e capace di accrescere le proprie conoscenze. Il lavoro nella grande distribuzione non è solo capacità relazionale, ma, sempre di più, avrà un’insopprimibile componente di professionalità strettamente connessa alla capacita di “spiegare” il prodotto”.

La Fisascat ritiene che la formazione continua, al fine di contribuire programmaticamente alla ricomposizione del patrimonio di competenze delle lavoratrici e dei lavoratori della Grande distribuzione, dovrà diventare un diritto individuale in capo a ciascun addetto.

“Iperexit – conclude il segretario Fisascat – produrrà dei cambiamenti profondi alla struttura della grande distribuzione che oggi in Italia impiega mezzo milione di addetti; circa 6000 nella bergamasca; un ruolo propositivo e partecipe delle organizzazioni sindacali potrà agevolare la radicale trasformazione del settore in una logica di responsabilità e solidarietà”.

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