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“Sono ancora viva”: la frecciata di Deborah in aula all’assassino di sua sorella

Nel tentativo di salvare Marisa dalla furia di Ezzedine, condannato all'ergastolo, rimase ferita: "Sto da schifo, ma almeno giustizia è fatta"

Nove mesi dopo la sera in cui si ritrovò con sua sorella Marisa tra le braccia, priva di vita, Deborha Sartori rivede in aula colui che la uccise, Ezzedine Arjoun, il 36enne tunisino condannato all’ergastolo per il delitto di Curno. Lo cerca con lo sguardo, senza essere ricambiata, poi gli urla contro tutta la sua rabbia: “Volevo dirti che sono ancora viva e sono qua”.

“Sto da schifo, ma almeno giustizia è fatta”, aggiunge all’uscita dal tribunale di Bergamo in lacrime, sorretta dalla mamma Giuseppina e dal papà Roberto. Per loro la sentenza del gip Massimiliano Magliacani di carcere a vita in abbreviato (rito che ha risparmiato l’isolamento al condannato), rappresenta una sorta di vendetta nei confronti di quell’uomo che Marisa aveva deciso di lasciare.

È stato questo a scatenare la furia omicida dell’uomo, difeso dall’avvocato Daniela Serughetti, che subito dopo l’omicidio andò in caserma a Ponte San Pietro e confessò tutto. Secondo quanto ricostruito dalle indagini del pm Fabrizio Gaverini, quel due febbraio attese per ore l’arrivo della coniuge e della sorella nei garage della palazzina di via IV novembre a Curno in cui vivono i loro genitori. In tasca aveva pronta l’arma, un coltello da cucina con la lama lunga 13 centimetri. Otto i fendenti inferti alla ragazza che morì per un’anemia metaemorragica acuta, dopo essere stata colpita al torace, all’addome, al braccio destro e alla gamba sinistra.

Nella colluttazione era rimasta ferita in modo grave anche la stessa Deborha, 23 anni colpita al seno sinistro e all’addome mentre cercava di salvare Marisa, la quale disperata implorava aiuto.

Le due ragazze avevano già denunciato Ezzedine per l’atteggiamento violento che aveva da qualche mese nei confronti della 25enne. Da quando lei era tornata a casa dei suoi, intenzionata a chiudere quella relazione e a farsi una nuova vita.

Avevano trovato il coraggio di rivolgersi alle forze dell’ordine grazie all’associazione “Aiuto donna” e all’avvocato Marcella Micheletti che ne fa parte e che era in aula a tutela della famiglia, riconosciuta parte civile insieme al gruppo femminista. Il giudice ha anche stabilito che l’imputato dovrà versare loro mille euro e quasi un milione alla famiglia: “Non li vedremo mai – sussurrano i genitori prima di tornare a casa – ma almeno adesso Marisa può riposare in pace”.

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