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Operata inutilmente per un tumore che non c’era: vince la causa contro l’ospedale

La paziente è una signora del lago d’Iseo

Il tumore al seno diagnosticato non c’era, ma lei, una donna cinquantenne del lago d’Iseo, è stata operata al seno per un errore, forse uno scambio di vetrini, avvenuto all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo. Non ricevendo nemmeno le scuse per il danno subito, la signora ha ottenuto, 5 anni dopo, un risarcimento di centomila euro.

Racconta nei dettagli la vicenda l’avvocato Nicola Todeschini che, appassionato dei diritti delle persone, si occupa di malasanità e del ruolo dell’avvocato come riparatore di torti subiti.

Era il 2014, quando l’esito della biopsia effettuata all’ospedale di Bergamo diceva che alla paziente era stato riscontrato un “carcinoma duttale infiltrante G2” e la donna doveva essere sottoposta a un immediato intervento chirurgico. Due le alternative proposte dai sanitari: una operazione conservativa di quadrantectomia oppure una mastectomia con ricostruzione protesica.

La paziente, non soddisfatta dall’incertezza che emergeva dal consiglio dei sanitari, si è rivolta all’Istituto Europeo di Oncologia che ha suggerito di procedere a una quadrantectomia (evitando così la mastectomia) che è stata eseguita pochi mesi dopo.

Dopo l’intervento però l’esame dei linfonodi sentinella ha rivelato che la neoplasia (il tumore) non c’era e la signora ha avuto la certezza di essere stata operata inutilmente, di aver creduto di essere affetta da una grave neoplasia sviluppando così gravi conseguenze, anche sul piano psichico.

Di fronte all’evidente contrasto tra i risultati  iniziali e la successiva diagnosi che li smentiva, la paziente si è augurata che la struttura ospedaliera responsabile dell’errore diagnostico provvedesse a formulare le sue scuse e a risarcire il danno, invece dall’ospedale non sono giunti segnali di disponibilità. A quel punto la signora ha depositato un ricorso per accertamento tecnico preventivo che l’Azienda Ospedaliera ha tentato di impedire facendo ricorso.

Il giudice ha così nominato un collegio di consulenti i quali hanno confermato che la diagnosi istopatologica di carcinoma duttale infiltrante non era corretta, segnalando che la paziente aveva subito un intervento maggiormente demolitivo che non sarebbe stato necessario.

Ma, spiega l’avvocato, “nemmeno dopo la conferma di ciò che era a ciascuno evidente la struttura ospedaliera ha inteso formulare una proposta di transazione, anzi ha insistito nel ritenere l’accertamento tecnico non ammissibile obbligando la paziente a depositare un ricorso che è iniziato a dicembre del 2018 ed è durato un solo anno”.

Il procedimento civile è giunto sentenza il 12 novembre: il Tribunale di Bergamo, Giudice Tommaso Del Giudice, ha condannato l’Azienda ospedaliera non solo a risarcire il danno, ma pure a risarcire tutte le spese legali e le perizie cosicché l’ospedale  “per aver inutilmente negato l’evidenza, si trova a dover pagare un importo di oltre il 30% più pesante di quello che avrebbe dovuto sostenere se avesse voluto conciliare o quantomeno, all’esito dell’accertamento tecnico preventivo, dimostrarsi disponibile alla discussione”.

Conclude l’avvocato Todeschini: “Un caso non isolato che mostra come molto spesso le strutture sanitarie e le loro assicurazioni tentino di sfidare la sorte in procedimenti costosi dei quali poi sono costrette a sostenere i costi”.

La precisazione dell’ospedale

L’azienda Papa Giovanni precisa che non si è trattato di uno “scambio di vetrini” (nel testo era un’ipotesi: “forse”, ndr). Purtroppo in questo caso si è verificato un errore di interpretazione diagnostica, un’eventualità rara ma possibile nella lettura di un campione istologico, che ha variabilità soggettiva da operatore a operatore, a differenza di altri esami.

Le lunghe tempistiche della vertenza sono dipese anche dal fatto che per lungo tempo la controparte non ha reso disponibili i vetrini in questione per la loro revisione (fatto questo negato dalla diretta interessata), e dal fatto che le richieste avanzate in sede extragiudiziale non erano accoglibili, come ha dimostrato anche la sentenza, stabilendo un risarcimento pari a circa la metà di quanto preteso dal legale.

(L’immagine di copertina è di Olga Kononenko by Unsplash)

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