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Domenico Caldara, partigiano di Montello: “Mi finsi morto per due notti sotto gli occhi dei tedeschi”

Ha 94 anni, ma il partigiano bergamasco ricorda ancora commosso gli anni trascorsi nella Resistenza

Conosciamo tutti la Resistenza. Onoriamo il valore dei suoi uomini ogni 25 aprile e forse dovremmo tenerlo a mente tutti i giorni. Il nome di Domenico Caldara non si trova nelle pagine Google, ma sono comunque in parecchi a ricordarlo.

Domenico è infatti uno dei pochissimi partigiani rimasti nella Bergamasca, l’unico residente nel paese di Montello.

Quando gli si chiede di raccontare gli anni del conflitto, Domenico mostra una medaglia e il cappellino dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, che a 94 anni indossa ancora con fierezza.

Caldara nasce in una famiglia di contadini il 30 agosto 1925 a Santo Stefano, frazione di Carobbio degli Angeli. Nel giugno del 1943, due mesi prima di compiere 18 anni, viene chiamato a Bergamo per combattere tra le fila del regime. Convinto antifascista, a Bergamo non si presenterà mai. Comincia a nascondersi, prima in un camino, appositamente allestito dai genitori dietro il letto matrimoniale, poi nei fienili.

Domenico Caldara, 94 anni
Domenico Caldara

I soldati fascisti lo catturano nel mese di ottobre, lo portano a Siena e poi a Cassino, per costruire trincee (la linea Gustav): “Sono scappato tante volte – ricorda -. Mi facevo anche prendere. A un certo punto volevo essere portato in Germania su un treno, volevo morire”. Sì, perché che fine facessero i passeggeri dei treni, era ben noto a tutti.

Caldara, tuttavia, non salirà mai su un treno tedesco. Dopo ogni cattura, viene rimandato a Cassino, al lavoro. Trascorrono mesi prima che sia in grado finalmente di fuggire. Ha inizio allora un viaggio lunghissimo: percorre più di 600 km a piedi, dormendo nell’erba, cibandosi di quel poco che recupera nei campi.

A Verona riesce a prendere un treno, torna a casa, ma lì non può fermarsi. Viene a sapere – perché in paese si parla molto già allora – che sui Colli di San Fermo è nata una brigata di partigiani, la 53esima Garibaldi. È un ragazzo soprannominato Fanfulla, che Domenico ricorda come “un uomo nato per combattere”, che lo invita a unirsi. “Di questi gruppi se ne sono formati inizialmente quattro. Grone era un punto di ritrovo, lì si incrociavano diverse strade. Ognuno raccontava la sua, il passato misero, il presente e la speranza nel futuro”.

Nel 1943, le brigate della zona si ingrandiscono e si moltiplicano. La formazione di Domenico si chiama Francesco Nullo. I nomi dei compagni sfuggono ormai alla sua memoria, ma non i soprannomi di battaglia: “C’era con noi un ragazzo, fratello di un fascista, giovanissimo, di 14-15 anni. Voleva venire anche lui con i partigiani. Lo chiamavano il piccolo”. Nome ben diverso, terribile, quello di Caldara: il “tiller”, probabilmente una storpiatura del termine inglese “killer”. Anche se, ci tiene a precisare Domenico, “non ho mai giustiziato nessuno”.

Con la sua squadra, racconta di aver disarmato un gruppo di tedeschi in un’osteria, dopo aver studiato in un vigneto la mappa della zona e il percorso da seguire.

Gli aneddoti si confondono nella mente del partigiano, ma sono ancora in grado di commuoverlo. Come quando, abbracciato a un compagno, si finse morto nel bosco per un giorno e due notti. O ancora quando, ormai verso la fine della guerra, si adoperò insieme ai combattenti di Grone perché i tedeschi abbandonassero definitivamente Bergamo.

Nell’aprile 1945, mese della Liberazione, Caldara rivela di essere finalmente tornato a Carobbio, di aver rivisto i genitori. E le armi? “Non le ho consegnate tutte, alcune le ho sotterrate a Santo Stefano. Avevamo paura che la guerra potesse ricominciare. Non sono più andato a riprenderle”.

La famiglia e gli amici dell’ex partigiano conoscono bene il resto della storia. Un lavoro come operaio per l’Enel, una moglie, due figli e due nipoti. Una routine che non cancella il ricordo di un tempo che Domenico vorrebbe non ripetere mai, ma che sa di dover raccontare proprio perchè non si ripeta più.

Lunedì 4 novembre, Caldara ha affidato la sua umile testimonianza ai compaesani di Montello, in occasione della giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Sono intervenuti il sindaco, i carabinieri e alcuni membri dell’Anpi, che hanno donato all’ex partigiano una pergamena che ne celebra il valore. Il valore della Resistenza che ancora vive ogni giorno.

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