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"Codice rosso, un'arma in più contro la violenza sulle donne" - BergamoNews
Il convegno

“Codice rosso, un’arma in più contro la violenza sulle donne”

È emerso durante l'incontro organizzato dal comitato pari opportunità del Foro di Bergamo

L’avvocato Luara Gargano, Comitato pari opportunità del Foro di Bergamo, presenta una relazione sul convegno di venerdì 8 ottobre organizzato dal comitato pari opportunità del nostro Foro avente ad oggetto la legge conosciuta ai più come codice rosso, in una sala gremitissima di operatori d’ambito (Forze dell’Ordine, assistenti sociali e avvocati).

Si tratta della legge 69/2019 entrata in vigore il 9 agosto di quest’anno, che ha introdotto rilevanti novelle al codice penale, di procedura penale ed alle disposizioni di attuazione dei medesimi al fine di rendere più efficace e rapido l’intervento di prevenzione e protezione delle vittime di violenza domestica e di genere.

Il tema è stato trattato dal punto di vista tanto dei difensori delle persone offese così come degli indagati (bravissimi Riccardo Tropea e Federica Tucci e Francesca Longhi) quanto da una rappresentante della pubblica accusa (una chiarissima Laura Cocucci) quanto da una psicoterapeuta esperta in riabilitazioni intramurarie (la dottoressa Chantal Podio, psicoterapeuta operatrice presso il carcere di Bollate, unico che attualmente si è dotato di una unità di crisi dedicata) moderatrice l’avvocata Chiara Iengo del CPO di Bergamo.

convegno codice rosso

Tutti i relatori hanno sottolineato la natura particolarmente delicata della materia trattata, che interviene pur sempre su un vincolo relazionale forte tra aggressore e aggredito, sia pur disfunzionale perchè caratterizzato non solo da abuso prevaricazione e manipolazione del soggetto che agisce la violenza ma dà una rielaborazione in senso pesantemente autosvalutante della vittima.

Tutto ciò rende difficile non tanto la punizione del reo (che la funzione retributiva delle pene edittali previste per queste fattispecie, pur decisamente inasprite da questa legge poco può fare) quanto la “guarigione” della relazione tra aggressore e vittima, che rappresenta l’unica efficace strada di prevenzione delle invece frequenti recidive.

In effetti in questo senso pare andare (sebbene a “invarianza finanziaria” cioè a costo zero) la principale novità della novella, che subordina obbligatoriamente l’eventuale concessione del beneficio della sospensione condizionale a un immediato avvio dell’offender ad enti ed associazioni che inizino un pronto percorso terapeutico accompagnando l’indagato a prendere consapevolezza dei propri eventuali agiti negativi e distruttivi, sia pur nel rispetto della presunzione di non colpevolezza.

L’inasprimento delle pene edittali previste dalla legge per questi reati, d’altronde, pur se valutato da una parte come pegno da pagare all’allarme destato nell’opinione pubblica da fatti di cronaca anche recentissimi, consente al GIP l’applicazione di misure cautelari restrittive prima non applicabili che possono salvare vite quanto meno nell’immediato.

Vengono infine dotate di autonoma tutela, a mezzo dell’introduzione di nuove fattispecie di reato, lo sfregio, la costrizione od induzione al matrimonio, e il cosiddetto revenge porn (delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate).

Ma allora perchè questa legge si chiama codice rosso? Perché nasce dall’urgente necessità, sentita dall’opinione pubblica e accolta dalla politica, di non porre tempo in mezzo tra l’atto delittuoso ed il contatto della vittima con il P.M. responsabile delle indagini o un suo delegato.

Questo ora deve avvenire per legge entro tre giorni dalla acquisizione della notizia di reato, salvo deroghe legate alla tutela di soggetti ancora più deboli quali sono i minori.

Fin qui arriva il legislatore, consapevoli però tutti gli operatori che il disinnesco delle relazioni tossiche possa avvenire solo ex post, ma che tanto meglio sarebbe educare i cittadini e le cittadine a riconoscerle e a troncarle sul nascere.

Che, certo, le vogliamo prima di tutto vive. Ma meglio ancora libere e felici (ndr.).

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