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Herbie Hancock, una leggenda vivente che incanta il JazzMi fotogallery

A sessant’anni dal suo debutto professionale, l'artista di Chicago conferma di essere in prima linea non solo sul piano musicale, ma anche su quello culturale e tecnologico

C’era grande attesa per il concerto di Herbie Hancock al Conservatorio di Milano nel giorno d’inizio della quarta edizione di JazzMi. Un mito vivente che ha riempito tutte le 1400 poltroncine della sala Verdi.

A sessant’anni dal suo debutto professionale, Hancock conferma di essere in prima linea non solo sul piano musicale, ma anche su quello culturale e tecnologico.

Leggendario pianista, compositore, icona del jazz mondiale, Hancock ha fatto parte di ogni movimento musicale significativo dagli anni ’60 in poi, a cominciare dall’epico quintetto di Miles Davis. Se il suo contributo è stato determinante per l’ibridazione del jazz elettrico con il funk e il rock, il suo approccio creativo continua a travolgere le distinzioni di genere e a influenzare moltissima musica di oggi, tecno, dance e hip-hop compresi.

Ha vinto un Oscar per la colonna sonora di Round Midnight e 14 Grammy Award, tra cui quello alla carriera.

Presiede la cattedra di Creative Jazz della Los Angeles Philharmonic e il Thelonious Monk Institute of Jazz. È stato nominato Goodwill Ambassador dell’Unesco e ha ricevuto la massima Onorificenza del Kennedy Center.

Al concerto milanese Herbie Hancock non finisce di stupire. Ti aspetti un’esibizione basata sulle sonorità dei suoi affascinanti pezzi storici, del tipo “Cantaloupe Island” del ’94, e invece sei immerso in atmosfere sonore sconosciute e in linguaggi incrociati che si muovono da un genere all’altro sotto l’impulso dell’improvvisazione e il sostegno di un groove che si avvale pesantemente dell’elettronica.

Venerdì sera allo spettacolo iniziato con il brano “Watermelon man” ho un po’ sofferto per questa robusta impronta, anche se restavo affascinato dalla sua espressione divertita e dalla padronanza totale delle tastiere, ma soprattutto dalla sua straordinaria capacità di coinvolgere e valorizzare gli altri musicisti, senza mai imporsi su di loro, ma anzi riprendendo e trasformando le loro melodie.

Quando però Hancock ha pronunciato le parole “vi ho portato il meglio e ci sono delle novità, perché mentre voi invecchiate io in realtà ringiovanisco”, ho capito quanto io fossi vecchio e quanto fosse giovane lui, a ottantanni quasi suonati.

Il concerto durerà più di due ore. Il finale è affidato a “Chameleon”, suonata a bordo palco stringendo le mani al pubblico estasiato e firmando autografi su biglietti, quaderni e cappellini.

La formazione

Herbie Hancock – pianoforte
James Genus – basso
Lionel Loueke – chitarra e voce
Justin Tyson – batteria
Elena Pinderhughes – flauto e voce.

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