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Razzismo in campo: “È successo e succede anche tra ragazzini”

Capoferri, delegato provinciale Figc Lnd: "Allenatori e famiglie devono educare. Al giovane del Capriate che lascia il calcio per gli insulti dico di ripensarci"

Il tema lo ha affrontato giusto pochi giorni fa, durante un corso per allenatori, e non suona come una coincidenza. Del resto sui quotidiani nazionali tiene banco il gesto di Mario Balotelli, che domenica ha scagliato il pallone in curva a Verona dopo aver sentito degli ululati provenire dagli spalti. Mentre a livello locale è rimbalzata sui giornali la vicenda di Mbengue Dara, trequartista del Capriate squalificato per tredici giornate dopo aver reagito scompostamente ad un presunto insulto razzista.

“Ho letto la notizia – commenta Giovanni Capoferri, dal luglio 2017 delegato bergamasco della Figc Lnd -. Quando un ragazzo incappa in una sanzione così pesante non posso che provare rabbia”.

Cosa si sente di dire ad un 24enne che lascia il calcio per episodi di questo genere?

Di riflettere. Capisco il momento di sconforto, ma non è mettendosi da parte che si risolvono certe situazioni.

La società che lo ha tesserato ha giustamente condannato la sua reazione, ma in un comunicato ha fatto presente che “gli insulti a livello razziale sono in aumento nel calcio, a tutti i livelli”. Concorda?

Non ho riferimenti numerici precisi per dire se siano o meno in aumento. Di sicuro questi episodi ci sono e si riscontrano anche nelle categorie giovanili, come allievi e giovanissimi. Questo mi colpisce molto.

Vale anche per Bergamo?

Qualche caso c’è stato, forse non così plateale da finire sui giornali.

La dirigenza del Capriate ha fatto sapere che al prossimo insulto o provocazione razziale la squadra lascerà il campo.

È una soluzione che prima di adottare valuterei con attenzione. Non è il clamore di un’azione a risolvere il problema.

Forse qualcuno è arrivato al limite della sopportazione. Lei cosa consiglia?

La Figc ha inasprito le sanzioni come possibile deterrente, ma per come la vedo io non sono tanto queste a far maturare le persone. Soprattutto a livello giovanile, la figura dell’adulto diventa fondamentale. I tecnici devono innanzitutto essere degli educatori, per non parlare del ruolo che rivestono le famiglie. Per sensibilizzare i ragazzi, accrescere la loro cultura, il loro senso civico e di responsabilità, occorre lavorare insieme su più fronti. Ne ho parlato giusto l’altro giorno durante un corso per allenatori.

Un caso?

L’incontro non era programmato per parlare del razzismo, ma è stato uno dei temi affrontati.

Il clima politico, secondo lei, incide su questo tipo di situazioni?

Può essere un fattore, ma non l’unico. Anche rabbia e disagio sociale a volte vengono sfogati in campo in maniera errata. É un discorso molto complesso.

E sugli spalti? Ricorda episodi con insulti o comportamenti discriminatori?

Qualche sanzione c’è stata, anche se poi sono le società a dover pagare.

Cosa direbbe a quei tifosi che definiscono “folklore” gli ululati ai giocatori di colore?

Che i valori dello sport sono altri, a partire da uguaglianza e rispetto.

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