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Ai Weiwei, l’artista dissidente: tra capitalismo, tradizione e protesta foto

La storia di un uomo che è fuggito da un regime per rivendicare giustizia e identità attraverso l'arte

Artista e designer cinese, Ai Wei Wei nasce a Pechino nel 1957 in una famiglia di intellettuali. Suo padre, poeta, viene accusato di non sostenere le idee del partito comunista cinese e, insieme a tutta la famiglia, viene rinchiuso in un centro di rieducazione militare. Ai Wei Wei torna nella capitale nel 1976, ma già nel 1981 si sposta a New York dove si appassiona all’arte e in particolare alle opere di Andy Warhol.

L’obiettivo dell’artista è principalmente quello di sottolineare come il capitalismo e il consumismo stiano cancellando l’eredità culturale della Cina. Le opere in cui maggiormente emerge questo senso di totale allontanamento dalle tradizioni e dai valori artistici sono “Coca-Cola Vase” e “Dropping a Han Dynasty Urn”.

Nel primo caso, l’artista disegna il logo della bevanda per eccellenza, reperibile pressoché ovunque, simbolo del capitalismo e della diffusione smodata dei beni, sopra ad un vaso tradizionale cinese. Ciò di cui vuole parlare è la contaminazione di cui anche gli oggetti tradizionali e antichi sono vittime: niente e nessuno può rimanere incolume dagli effetti del processo di globalizzazione dei nostri tempi, che permette di sentirci sempre vicini ma di una vicinanza che confina con l’oppressione e la mancanza di un proprio spazio all’interno del quale potersi definire come singoli.

La seconda opera, invece, è costituita da una sequenza di tre foto in bianco e nero nelle quali vediamo, in progressione, l’artista che lascia cadere dalle sue mani un vaso antico.

La cancellazione dei valori di un tempo e la semplicità con cui è possibile distruggere un’intera tradizione sono i temi che immediatamente si leggono in queste fotografie.

Allora ci troviamo davanti ad un’arte che si serve dei mezzi ad essa concessi per protestare, criticare la decadenza di un Paese, esprimere un’idea. Mezzo potentissimo ed immediato, senza bisogno di parole riesce a raccontarci dell’esperienza dell’artista e dei suoi pensieri a riguardo.

L’arte di Ai Wei Wei è quindi, principalmente, arte di protesta sociale: ovvero, l’obiettivo non è di creare qualcosa che soddisfi l’occhio dell’osservatore, ma di “scrivere” un manifesto che possa esprimere concetti che spingano a ragionare sulla società in cui viviamo oggi in tutta la sua complessità e nelle sue contraddizioni.

Ma una delle mostre più recenti e, se si possono istituire paragoni, più interessanti, è “Large”: l’artista ha organizzato questo evento sull’isola di Alcatraz e ha allestito la prigione trasformandola in un museo d’arte. L’obiettivo? Trasformare un luogo di prigionia in un luogo di dialogo per parlare dei concetti di libertà e giustizia che nonostante sembrino scontati rappresentano tutt’oggi una questione di importanza fondamentale e di precarietà in molte parti del mondo. Concetti che per l’artista risultano attuali e vicini in quanto strettamente collegati alla sua esperienza nel centro di rieducazione militare. Una delle opere esposte, “Yours Truly”, invitava a scrivere una cartolina che sarebbe poi stata spedita ai prigionieri politici sparsi in tutto il mondo. Un atto di solidarietà non scontato, un’infusione di speranza, cartoline riempite di scritte come “stay strong”, disegni di catene spezzate e affetto. Una protesta nei confronti di chi pensa di poter zittire le menti e i cuori delle genti, un grido contro i sistemi dittatoriali: “Noi non ci arrenderemo”.

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