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E Brexit che fa? Dorme? - BergamoNews
Piccola guida

E Brexit che fa? Dorme?

Un riassunto pratico e veloce per tutti coloro che, a ragione, hanno perso il filo logico dei processi politici che porteranno l’Inghilterra all’uscita dall’Unione Europea

Ok, probabilmente un banale elenco puntato non è il massimo per parlare di uno dei “terremoti” politici più devastanti del nuovo millennio ma diciamocelo: in 3 anni ci sono stati così tanti ribaltamenti di fronte, decisioni e controdecisioni, dichiarazioni e smentite, fiducie e sfiducie del Governo, accordi con l’UE trovati ma poi bocciati, tradimenti e colpi di scena da far impallidire la migliore soap opera in onda su Rete 4.

Se quindi anche voi, almeno una volta dal 2016, vi siete chiesti “ma con ‘sta Brexit come siamo messi?” ecco a voi una rapida guida per capirci qualcosa.

– 20 febbraio 2016: David Cameron, leader del partito conservatore e primo ministro inglese, annuncia un referendum con l’obiettivo di dimostrare la forte volontà del suo popolo di rimanere
parte dell’Unione Europea. SPOILER: qualcuno si farà male. Ma di brutto brutto brutto.

– 23 giugno 2016: I britannici sono chiamati alle urne. Sul foglio davanti a loro due semplici opzioni: “remain” e “leave”. Gli esperti danno già come certa la vittoria degli europeisti, del resto chi mai si  sognerebbe un’Europa senza la terra di San Giorgio?

– 24 giugno 2016: I dati sono inequivocabili: 48,11% per il “remain”, 51,89% per il “leave”. I separatisti vincono e la Gran Bretagna è fuori dall’UE. O per meglio dire deve iniziare i negoziati con
Bruxelles per decidere le modalità con cui andarsene. Qui le strade sono 2: o si trova un accordo (“deal” in inglese) di natura economico-politica che faccia felici tutti, che equivarrebbe ad uscire
dalla casa dell’amico con cui convivi da 60 anni accompagnando dolcemente la porta, o non si trova (“no deal”), vale a dire levare le tende in fretta e furia rompendo cose e menando colpi a destra e a manca. Lo stesso giorno David “mi tiro la zappa sui piedi” Cameron si dimette.

– 13 luglio 2016: Theresa May, nuova leader del partito conservatore, viene eletta primo ministro inglese.  È la seconda donna a ricoprire questo ruolo dopo Margaret Thatcher.

– 17 giugno 2017: Dopo mesi di trattative e molto malcontento la May trova un accordo con l’Unione Europea ma non ha i numeri per approvarlo in Parlamento, decide quindi di indire delle elezioni anticipate per ottenere quelle poche poltrone che le mancano per ottenere la maggioranza assoluta, ma qualcosa va storto. I conservatori, inaspettatamente, perdono seggi e l’ok all’accordo si allontana sempre di più. *surprise motherf * * ker* (Da qui fino a giugno 2019 vedremo un’indaffaratissima Theresa fare avanti e indietro da Bruxelles provando in ogni modo ad ottenere un “deal” con l’Europa. Il suo consenso cola a picco.)

– 7 giugno 2019: Theresa May, incapace di trovare una soluzione, annuncia le sue dimissioni con un commovente discorso alla nazione. Tutto da rifare quindi.

– 24 luglio 2019: I conservatori, orfani di due Prime Minister, sono chiamati a cercarne un terzo in soli 3 anni. La scelta, dopo le primarie, ricade sul ministro degli esteri Boris Johnson. Tenetevi forte, da qui la faccenda si fa complicata.

– Agosto 2019: Per tutto il mese il neo primo ministro dichiara di voler uscire dall’Unione entro e non oltre il 31 ottobre dello stesso anno con o senza accordo. “Do or die” (agire o morire) saranno le sue lapidarie parole.

Il problema però è sempre lo stesso, i numeri. Johnson infatti, come la May, non ha i numeri per prendere una decisione di questo tipo e più volte viene obbligato dal Parlamento ad andare dall’UE per chiedere altri mesi per portare a termine i negoziati.

– 29 agosto 2019: Per superare l’ostacolo Boris compie una mossa da vero maestro della democrazia: chiudere il Parlamento. Allungando la pausa estiva fino al 13 ottobre infatti il leader dei
conservatori è convinto di togliere ogni potere all’opposizione, lasciando loro così pochissimo tempo per serrare i ranghi e imporgli di chiedere altro tempo a Bruxelles. Nella storia inglese solo una volta era successo un episodio simile: nel 1642, quando Carlo I decise di sbarrare le porte delle Camere, scatenando così una guerra civile (1642-1649) e venendo decapitato dai parlamentari stessi dopo la loro vittoria.

– 3 settembre 2019: Colpo di scena: l’opposizione e 21 membri del partito conservatore, praticamente tradendo Johnson, votano per chiedere un nuovo rinvio della Brexit per gennaio 2020. Il Prime Minister sbrocca e, oltre ad insultare personalmente i parlamentari passati dall’altra parte della barricata annunciando loro che non saranno candidati alle prossime elezioni, afferma di
non essere intenzionato a rispettare la decisione della Camera. Delicatissimo.

– 20 ottobre 2019: Dopo più di un mese di litigi e tensioni all’interno del Regno Unito Johnson si rassegna e invia una lettera all’UE richiedendo ufficialmente il rinvio del “divorzio”, evitando però di apporre la propria firma in modo da far pensare che la missiva fosse ad opera del Parlamento e non sua. Tutto molto semplice quindi, se non fosse che in seguito il buon Boris abbia deciso di inviare una seconda lettera all’Unione, questa volta firmandola, chiedendo loro di non accettare il rinvio precedentemente richiesto. Tutto vero. Ve l’avevo detto che le cose si sarebbero fatte complesse.

– 22 ottobre 2019: Il Parlamento inglese, con 329 sì e 299 no, approva un accordo di massima d’uscita dal Vecchio Continente. La Brexit, almeno teoricamente, è realtà, anche se ci sono degli
ultimi aggiustamenti da fare. Fiutando la ghiotta occasione, Johnson richiede che la Camera approvi l’intero pacchetto in soli 3 giorni, così da rispettare la scadenza da lui più volte annunciata, che ricordiamo essere il 31 ottobre. Inutile dire che la proposta è stata rimandata al mittente.

– 29 ottobre 2019: Il Parlamento indice nuove elezioni per il 13 dicembre, decretando così il fallimento ufficiale della politica del “No Deal” del Primo Ministro e, più di tutto, facendo sfumare
la deadline di Halloween.

Allora? Com’è andata? Ve lo dicevo che sarebbe stato intenso.

Ad oggi le notizie si fermano qui, ma come avrete capito la strada da fare è ancora moltissima. La politica, è bene ricordarlo, non ha i ritmi di un film d’azione o di una serie e ha bisogno di tanto, spesso troppo, tempo per arrivare ad una decisione ufficiale, sia che si parli di leggi di poco conto o, a maggior ragione, di accordi per il “divorzio” con un intero continente. Per quanto Johnson possa ripeterlo, la Brexit non è una faccenda che si può sbrigare in tre giorni, ma anzi è un qualcosa di lungo e complesso che, come sembra trasparire da analisi ben più dettagliate del semplice “do or die”, richiederà ancora anni interi per essere attuata. Pare che ne avremo ancora per un po’.

“Last thing I remember, I was
Running for the door
I had to find the passage back to the place I was before
‘Relax’ said the night man,
‘We are programmed to receive.
You can check out any time you like,
But you can never leave!”
– Hotel California, Eagles

(L’immagine è di Jannes-Van-Den-Wouwer by Unsplash)

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