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Vigile-dj, Laruccia nega le accuse e attacca: “A Cividate stavo antipatico a molti”

Mercoledì l'ex comandante cividatese ha raccontato la sua verità sui 9 capi di accusa: cinque truffe, tentata estorsione, peculato e lesioni aggravate

“Forse il mio atteggiamento troppo rigido ha suscitato antipatie a Cividate al Piano”. Punta il dito contro il paese nel quale ha prestato servizio per oltre dieci anni Massimiliano Laruccia, l’ex comandante della polizia locale cividatese a processo per nove capi di accusa: cinque truffe, tentata estorsione, peculato e lesioni aggravate.

Nel pomeriggio di mercoledì 30 ottobre il 46enne si è presentato in aula più determinato che mai, nel giorno della sua deposizione che ha preceduto l’udienza in cui il giudice Giovanni Petillo emetterà la sentenza. Con tono fermo, ha risposto a tutte le domande del pubblico ministero Carmen Santoro e degli avvocati delle parti civili, raccontando la sua verità sua tutti gli episodi contestati.

A partire dalla presunta aggressione all’ex collega Fabio Simeoli, seduto tra i banchi, ancora scosso. L’agente, ora in servizio a Bergamo, il 26 febbraio 2014 venne colpito con calci e pugni che gli provocarono un trauma cranico e la frattura del setto nasale. Secondo l’accusa fu proprio Laruccia a colpirlo, nel suo ufficio.

“Non è andata così – le parole dell’ex comandante, ora vigile a Laterza (Taranto) e iscritto al secondo anno di Giurisprudenza – . Quel giorno ero in permesso dopo un’aggressione subita sotto casa. Andai in ufficio perchè il segretario comunale mi aveva chiesto di spegnere le telecamere che avevamo installato all’interno del comando.

Dalla mia scrivania sentii Simeoli che in strada urlava a un soggetto di ridargli la sua roba. Mi sono affacciato e l’ho visto sanguinante e con una mano sul volto. Notai un soggetto alto, rasato e corpulento scappare. Simeoli mi disse di farmi gli affari miei e se ne andò. Comunque i rapporti con lui erano buoni, normali”.

Fecero molto clamore quando vennero alla luce grazie a un articolo di Bergamonews, le serate di Laruccia in versione disc jockey alla discoteca Quien Sabe di Carobbio degli Angeli mentre per un anno, dall’ottobre 2014, era in congedo familiare per accudire la madre a Taranto, gravemente malata. Dj Diego Maximo De la Vega, ispirato al personaggio di Zorro, questo il suo nome d’arte per il sabato sera, quando faceva ballare i giovani a suon di musica latino-americana. Per quelle nottate l’accusa ha quantificato una truffa ai danni del Comune di Cividate di 31.337 euro.

“Mi ero trasferito a Taranto per stare vicino a mia mamma, poi deceduta – ha detto l’imputato – . La lasciavo solo dal venerdì sera alla domenica mattina, quando tornavo in Bergamasca per vedere le mie due figlie che erano qui e a seguire una scuola di ballo”.

La Procura gli contesta anche di aver usato l’auto della locale per scopi privati, facendo il furbetto del cartellino, omettendo cioè di timbrare le uscite per risultare al lavoro, per una cifra di 509 euro in 15 giorni: “Mai successo nulla di simile, tutti gli spostamenti non erano registrati è vero, ma comunque comunicati telefonicamente all’amministrazione comunale”.

Laruccia è imputato anche per essersi intascato oltre mille euro da una donna che aveva multato per l’auto in divieto di sosta. “Le avevo imposto di fare l’assicurazione, quando non l’aveva mai avuta. Forse ora dice che le ho estorto denaro per una sorta di vendetta nei miei confronti”.

Infine c’è il capitolo del Bar Spritz Time di Romano di Lombardia. L’ex vigile cividatese l’aveva preso in affitto, ma la gestione non era andata a gonfie vele. Per restituirlo al proprietario, però, secondo l’accusa, avrebbe chiesto – senza ottenerli – 20mila euro (“Altrimenti faccio intervenire i miei amici”, gli avrebbe detto) ma poi si sarebbe tenuto (piazzandoli per 400 euro) tavoli, sedie, ombrelloni e la tv del locale, per una presunta appropriazione indebita per 2.638 euro: “Quell’attrezzatura l’avevo comprata io in realtà e proposi al titolare di pagarmela per lasciarla nel locale quando glielo riconsegnai. Questi sono gli unici soldi che gli ho chiesto. Ci furono alcuni screzi legato a questo, tutto qui”.

“Da quel che racconta sembra che a Cividate avessero organizzato un complotto contro di lei”, ha chiuso il giudice Petillo prima di lasciare l’aula.

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