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Antropologia forense: un campo d’indagine nuovo e interessante

Gli allievi del triennio del centro Salesiani "Don Bosco" di Treviglio alla scoperta di come le serie tv trasformino i lunghi e complessi processi di indagine scientifica in brevi e “spettacolari” scene

È davvero difficile, talvolta, verificare quanto un’attività proposta dalla televisione rispecchi fedelmente e dettagliatamente la realtà, che invece non sempre siamo in grado di vedere stando comodamente seduti sul nostro divano. E’ così che il dottor Pasquale Poppa, tecnico del laboratorio di Antropologia e Odontologia forense della Statale di Milano, ha mostrato agli allievi del triennio del centro Salesiani “Don Bosco” di Treviglio, attraverso alcuni esempi concreti, come nel campo dell’antropologia forense le serie televisive trasformino i lunghi e complessi processi di indagine scientifica in brevi e “spettacolari” scene, dedicate naturalmente più ad intrattenere che ad istruire.

Decisamente il campo dell’antropologia forense è vasto e complesso, e comprende molte variabili, mettendo insieme discipline come l’anatomia, la paleontologia o l’odontoiatria, che lavorando di concerto cercano di fornire le risposte più complete e accurate. Implica un profondo studio dell’uomo, che ormai non riguarda solo lo studio dei “morti” (identificando corpi senza vita, spesso per questioni giudiziarie), ma gioca un ruolo decisamente importante, soprattutto attualmente, nel campo dei “vivi”, costituendo un mezzo efficace per l’identificazione di individui che, per qualsiasi motivo, sono sprovvisti dei documenti identificativi necessari nel Paese in cui devono risiedere (come nel caso dei migranti, dei quali è fondamentale conoscere l’età anche per motivi legali).

Ed è così che il lavoro dell’antropologo richiede davvero una profonda e completa conoscenza, come ci ha mostrato il dottor Poppa. Tuttavia, come si è tentato di comunicare attraverso la conferenza, questa importante funzione conoscitiva dell’antropologia forense non deve essere vista come un’indagine intimidatoria, ma anzi, come un motivo per appassionarsi maggiormente a un campo che permette di applicare contemporaneamente differenti competenze, fornendo anche una cultura generale più approfondita a chiunque voglia intraprendere questa strada.

Senza dimenticare inoltre un importante e decisamente utile progetto che il laboratorio di antropologia Labanof porta avanti da sempre, che punta a costruire una banca dati online che comprenda tutti i ritrovamenti di corpi non identificati, rendendo disponibile agli “interessati” (quanti sono alla ricerca di persone scomparse per esempio) l’accesso alle informazioni a livello perlomeno provinciale / regionale, colmando una lacuna del sistema nazionale che dovrebbe essere già superata da anni.

In conclusione rimane un lavoro di cui non si parla molto quello a cui devono andare costantemente incontro gli antropologi, che si occupano di molti più campi di quanti crediamo: dalle autopsie sui cadaveri fino ad utilizzare le più moderne tecnologie di ricostruzione facciale tridimensionale, particolarmente utili in alcuni casi per il riconoscimento da parte dei parenti del deceduto. E’ proprio per questo che tale professione andrebbe valorizzata molto di più di quanto lo sia attualmente, poiché, pur trattandosi di un compito che entra in contatto con situazioni delicate (e per questo non adatto a tutti) e che non lavora sotto i riflettori dei media, ha una funzione rilevante per la società moderna e offre una vasta gamma di settori in cui impiegarsi in futuro.

Gabriele Chignoli, 5° Scientifico Scienze Applicate

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