Proteste trasversali

“A loro”: la pedata delle piazze libanesi all’intera classe politica

L’annuncio da parte di un ministro che sarebbe stata introdotta una sorta di canone governativo per l’uso di WhatsApp è sembrata una provocazione insopportabile: la classica goccia che fa traboccare il vaso

L’immagine più virale rimane quella di una giovane donna che sfodera un colpo di kickboxing contro una guardia del corpo che stava sparando sui manifestanti.

Nel fine settimana sono comunque arrivate dal Libano immagini altrettanto potenti: manifestazioni oceaniche nelle principali piazze, spose ancora in abito da cerimonia nel bel mezzo dei cortei di protesta, blocchi stradali corredati di narghilè e piscine gonfiabili, concerti improvvisati di artisti e celebrità variamente assortite.

Ovunque sempre e solo le bandiere del paese con il cedro nel mezzo, senza simboli religiosi o di partito.

Poche centinaia di manifestanti nel pomeriggio di giovedì sono diventate oltre un milione e mezzo di persone nel giro di un paio di giorni.

L’effervescenza delle piazze libanesi segnala l’esasperazione di un paese vibrante e dinamico che deve soffrire ormai da vent’anni le conseguenze sciagurate del collasso delle istituzioni pubbliche. La fine della guerra civile nel lontano 1990 ha lasciato il campo a un sistema di partiti che nominalmente rappresentano le differenti confessioni religiose, spartendosi di fatto il potere e le risorse dello stato. I veti reciproci tra i partiti esistenti, prima quelli filosiriani contro quelli antisiriani (negli anni in cui la Siria manteneva le proprie forze armate e i propri servizi segreti in Libano, ufficialmente per impedire che scoppiassero nuovamente i combattimenti), poi tra i partiti filo-Assad e quelli anti-Assad, hanno causato una paralisi estenuante.

Il Libano si sgretola sotto il peso della corruzione e del debito pubblico, mentre le infrastrutture collassano e la mancanza di politiche sociali amplifica il divario eclatante tra i ricchi e i poveri.

Lo schianto del sistema di raccolta delle immondizie nell’estate del 2015, con una conseguente crisi ecologica di immani proporzioni, aveva già causato un’ampia ondata di proteste, sintetizzate nello slogan “Voi puzzate”, rivolto all’intera classe politica.

In queste ultime settimane, un nuovo fronte di crisi si era aperto con lo scoppio di decine di roghi, con buona probabilità dolosi, mentre veniva diffusa la notizia che gli elicotteri antiincendio non potevano decollare per mancanza di manutenzione.

Su tutto questo, l’impatto dei rifugiati siriani (oltre un milione su una popolazione complessiva di poco più di sei milioni), per giunta concentrati tra le aree periferiche più vulnerabili del paese, ha rappresentato il colpo di grazia.

In questa cornice, l’annuncio da parte di un ministro che sarebbe stata introdotta una sorta di canone governativo per l’uso di WhatsApp è sembrata prima una barzelletta, poi una trovata ridicola, e infine una provocazione insopportabile: la classica goccia che fa traboccare il vaso.

Il governo di unità nazionale, guidato dal primo ministro Saadeddine al-Hariri, ha ritirato la proposta e annunciato una serie di misure di emergenza (tra cui il taglio delle prebende di parlamentari e ministri), ma senza riuscire a convincere le piazze in rivolta.

Il carattere trasversale (senza cioè appartenenze confessionali o di partito) delle manifestazioni degli ultimi giorni è allo stesso tempo il loro più grande elemento di forza e il più grande elemento di debolezza. Le piazze indignate gridano il proprio sdegno nei confronti di una classe politica assai mediocre, che negli ultimi vent’anni ha avuto come obiettivo principale solo la conservazione delle proprie nicchie clientelari e dei propri meccanismi di protezione.

Resta da vedere se, in mancanza di una direzione chiara ed efficace, le piazze libanesi sapranno esprimere proposte e obiettivi che vadano al di là delle semplici dimissioni di alcuni ministri, lasciando in piedi il sistema esistente.

Resta pure da vedere come i partiti/milizie, abituati a controllare strettamente il proprio bacino di riferimento, gestiranno il proprio nervosismo di fronte a piazze sempre più restie a farsi imbrigliare da bandiere religiose e ideologiche, ponendo invece questioni più concrete e più urgenti di carattere economico.

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