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Traffico a parte Valtesse è un bel quartiere, “prodotto” del benessere

Rimane un quartiere vivibile, tranquillo (esclusa via Ruggeri, naturalmente) e civile, lasciandoci, tuttavia, il senso un po’ amaro di un mondo che non c’è più

Così, dopo aver goliardizzato sulla chiesa-trafileria, scatenando le ire degli addetti ai lavori e, pariteticamente, quelle degli sciovinisti di quartiere, vengo a dire, come promesso, anche il bene di Valtesse: prometto di non usare toni violenti o ideologici, tali da ferire l’ipersensibilità di qualche improvvisato collotorto, ma di tornare al mio abituale sobrio lirismo.

E non è difficile, perché, parrocchiale a parte, Valtesse è un bel quartiere e, se non l’avessero un po’ garrotato con l’innesto della circonvallazione su via Ruggeri, sarebbe addirittura bellissimo. Peccato, lo ripeto, per il traffico, che, in certi giorni e a certe ore, trasforma in tonnara quello che, quando ero giovane io, era il confine ideale della città: ci vediamo al cinema “Alba” si diceva, e si intendeva il crocevia ultimo di Bergamo, dove sorgeva, appunto, il noto cinematografo, oltre il quale iniziava la prateria, la foresta, la Ramera, insomma.

Allora, tra la via Valverde, che saliva tra meraviglioso paesaggio, verso la Castagneta, e la Richtung diretta alle valli, prosperava un tranquillo quartiere, a forma di allungata losanga, che cominciava con le casette del minuscolo quadrilatero di via Uccelli/Mallegori e terminava con il quartiere delle “case rosse” di via Biava. Due esperimenti urbani particolari, verrebbe da dire. Scuola e case delle vie Uccelli e Mallegori godono di un singolare sistema di riscaldamento comune, che fornisce a tutte le palazzine calore da una sola centrale termica creata quando il teleriscaldamento era un termine fantascientifico.

Valtesse

Invece, le case del quartiere cresciuto intorno a via Biava hanno tutt’altra storia: sorsero come funghi, a ritmi incalzanti, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, laddove, prima, erano campi di frumento e di melgotto, in una conca amenissima, lambita dai meandri della Morla. Erano anni di boom economico e di enorme espansione edilizia: in quell’euforia di malta e di mattoni, forse, non ci si rese ben conto di stare consumando porzioni smodate di territorio, e così il quartiere crebbe un tantino ipertrofico, un pochettino scarso a verde e a spazi liberi, nonostante l’iniziale sovrabbondanza di campagna e l’esuberante bellezza delle prime pendici dei colli, subito di là dall’acqua.

Insomma, se Monterosso nacque sotto l’egida di quell’architettura sociale che si era affermata nei secondi anni Sessanta, Valtesse fu un prodotto più irrazionale del benessere e della voglia di dare a tutti una casa decente. Pedro, adelante con juicio, raccomandava il Ferrer all’auriga: e la regola è tuttora sacrosanta. In tempi nemmeno lontanissimi, nella Morla si pescava e ci si tuffava, in corrispondenza dei vari “Gor”, ovvero delle buche che permettevano di non prendere crapate sul fondo: luoghi legati ai cognomi delle famiglie che abitavano, da tempo immemorabile, in quella conca, come Taiocchi o Vanalli; oppure al “Piantù” o ancora al Capù, sotto Sant’Agostino.

Oggi, l’antropizzazione ha dato e ha tolto: Valtesse possiede parchi e campi sportivi, ma ha perso quella dimensione di paesello fluviale che ebbe fino al secondo dopoguerra. Rimane un quartiere vivibile, tranquillo (esclusa via Ruggeri, naturalmente) e civile, lasciandoci, tuttavia, il senso un po’ amaro di un mondo che non c’è più e che, nella sua campestre semplicità, ci sembra, forse, più bello e poetico di quanto, in realtà, non fosse. Così va il mondo: ci sono i puledri che inseguono la vaporiera nitrendo e l’asin bigio che gramola il suo cardo rosso e turchino. E mi sa tanto che l’asino sia io. Alla prossima.

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