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La lanterna magica di Guido: “El Camino”

Una rubrica settimanale in cui si recensiranno corto, medio e lungometraggi senza alcuna pretesa e rimorso.Nella puntata di oggi “El Camino”, l’atteso sequel di Breaking Bad

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Sì mi mancavano, ma rivederli non mi ha fatto piacere.

Per me, come per milioni di persone nel mondo, Breaking Bad di Vince Gilligan è stato ben più di un semplice appuntamento settimanale davanti al televisore. È stato infatti, e chi l’ha vista sa che non esagero, un amico capace di unire alchemicamente storie (il più delle volte) a lieto fine con momenti sconvolgenti, sudici e al limite del grottesco, con una carica emotiva tanto travolgente da lasciare nello spettatore un senso di malessere che lo seguirà per molti giorni, senza disdegnare poi attimi deliranti e nonsense, sequenze allegoriche dal forte retrogusto onirico con, in aggiunta, una spruzzatina di citazione tarantiniane. Insomma, un amico un po’ eccentrico.

Se a questo si aggiungono poi ambientazioni curate nei minimi dettagli, personaggi clamorosi e iconici di cui Gilliagan disegna per filo e per segno ogni lato della psiche e che lo spettatore impara a conoscere come fossero amici di lunga data, battute e dialoghi cult ormai entrate a far parte della cultura di massa (“i’m the one who knocks”, “let’s cook” solo per citarne due) è facile comprendere il motivo per cui BB sia una delle serie più note di tutti i tempi.

Vi dirò la verità però: non sentivo il bisogno di questo film.

È vero, il mondo di Breaking Bad mi mancava e di certo l’epilogo della serie, in cui vediamo Jesse fuggire in auto verso chissà dove a seguito del sacrificio di Walter per salvarlo, non segnava un definitivo punto d’arresto della storia, ma forse sarebbe stato meglio così. Lasciare in sospeso il destino di Pinkman permetteva infatti allo spettatore di fantasticare sulla direzione che il ragazzo avrebbe preso, su cosa avrebbe fatto nei suoi panni e, perché no, sulla remota possibilità che Jesse potesse tornare indietro per salvare Heisenberg. Ok magari quest’ultima era un po’ fuori dal mondo, ma io ci ho sperato fino alla fine.

Così però non è stato.

Gilligan ha infatti preferito (o più semplicemente “mamma Netflix” lo ha convinto a suon di bonifici) sciogliere ogni dubbio creando un lungometraggio bello, ma dai toni spenti e slavati che, fatta eccezione per qualche scena, poco ha a che fare col ritmo narrativo a cui Breaking Bad ci aveva abituato. Certo è stato bello passare due ore “on the road” con Jesse, rivedendo Badger e Skinny Pete che s’insultano come Statler e Waldorf dei Muppets, tornando a casa di Todd, sentendo di nuovo i saggi consigli del vecchio Mike e tanto altro che non svelo, ma ciò non basta.

Non basta strizzare l’occhio al fan di lunga data facendogli vedere 6 anni dopo i personaggi che tanto ha amato pensando che questo sia sufficiente per rendere il film epico tanto quanto lo è stata la serie originale. Probabilmente l’intento del regista era semplicemente quello di riposizionare Jesse nell’universo di Breaking Bad / Better Call Saul in attesa dell’ultima stagione di quest’ultima serie, lasciando presagire la possibilità di un futuro incontro tra Pinkman e il suo ex avvocato Jimmy, ma ciò poteva (e doveva) essere fatto in altri modi, senza scomodare la trama originale, già perfetta e completa così com’era.

In conclusione: il film non è brutto e Gilligan dimostra di non aver perso la mano, ma davvero ne avremmo fatto volentieri a meno.

Consigliato? Solo se si ha voglia di un tuffo di due ore nel passato, a quelli che cercano di rivivere le emozioni di BB suggerisco di fare un rewatch della 2ᵅ stagione che non fa mai male.

Battuta migliore: Sei davvero fortunato, lo sai? Non hai dovuto aspettare tutta la vita per fare qualcosa di speciale.

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