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Bergamo, si litiga per la pace del popolo curdo: la sinistra si spacca in piazza foto

Petardi di parole contro le vere bombe sganciate dalla Turchia sul popolo curdo in Siria, ma sufficienti per far perdere il senso della manifestazione e la grande partecipazione di centinaia di persone arrivate davanti a Palazzo Frizzoni.

Doveva essere un presidio di solidarietà al popolo curdo che vive ore drammatiche sotto i bombardamenti della Turchia, ma in Piazza Matteotti davanti al Comune di Bergamo nella sera di lunedì 14 ottobre è andata in scena la radiografia di una sinistra frammentata con posizione molto lontane.

Petardi di parole contro le vere bombe sganciate dalla Turchia sul popolo curdo in Siria, ma sufficienti per far perdere il senso della manifestazione e la grande partecipazione di centinaia di persone arrivate davanti a Palazzo Frizzoni.

Ad aprire la manifestazione è stata Marzia Marchesi, assessore all’educazione alla cittadinanza, Pace, Legalità e trasparenza e Pari opportunità.
“Il Coordinamento provinciale bergamasco degli EELL per la Pace e i Diritti Umani e la Rete della Pace di Bergamo hanno organizzato questo presidio per esprimere preoccupazione per la tragedia che si sta consumando in questi giorni verso il popolo curdo, per esprimere condanna ai bombardamenti dell’aviazione turca, per esprimere solidarietà alle vittime di questa ennesima violenza – ha affermato Marchesi -. Non nascondo che la componente emotiva ci ha spinto a scendere i piazza come reazione alle funeste notizie dateci dai mass media e dai social. Sicuramente non conosciamo approfonditamente la situazione geopolitica dell’area interessata al conflitto e sappiamo che la situazione è complicata e complessa, risultato di decenni di conflitti e di recenti interessi internazionali. Ma da 5 giorni la Turchia sta entrando con i carri armati nella Siria del nord, nel Kurdistan siriano, dove sono presenti le forze curde. I mortai sparano su ospedali, scuole, chiese e le vittime sono anche i civili. La guerra turca è chiara e evidente”.

“Davanti a questa guerra non possiamo rimanere spettatori, spesso commossi, talvolta indifferenti: anche se in buona fede lo ignoriamo, noi siamo complici – ha proseguito Marzia Marchesi -. L’Italia nel 2018 ha venduto 360 milioni di euro di armi alla Turchia, come citato dalla Rete italiana per il disarmo. 130 militari italiani, con missili terra aria, sono presenti da 3 anni sul confine turco-siriano. Oltre il 40% degli scambi esteri turchi viene fatto con paesi europei. I cittadini turchi che diffondono notizie contrarie all’operazione militare vengono indagati e la loro libertà minacciata. Tre milioni e 600 mila rifugiati vivono in Turchia e vi sono giunti negli ultimi anni accolti per un accordo con noi europei. Si possono fare tante cose per opporsi a questa situazione di violenza e di ingiustizia, come manifestare solidarietà al popolo curdo e ai turchi democratici indagati e vessati dal regime di Erdogan approfondire la nostra conoscenza della situazione di questi popoli e Paesi, informandoci e documentandoci
sensibilizzare chi ci sta accanto parlando, leggendo, scrivendo, organizzando incontri pubblici raccogliere fondi per il sostegno alla popolazione civile in fuga e per i Paesi vicini alle aree di conflitto, dove si acutizzerà drammaticamente la condizione dei rifugiati, che ora sono perfino trattati come “armi” per terrorizzare i Paesi occidentali
chiedere al nostro governo: di ritirare le forze armate italiane presenti in Turchia; di sospendere tutte le forniture militari alla Turchia, inclusi i pezzi di ricambio e di contribuire a costruire una posizione europea ferma e condivisa. La guerra va fermata con scelte concrete, certamente non fornendo armi a chi la combatte.
La pace va costruita con scelte concrete, partendo da noi stessi, promuovendo il dialogo con pazienza e tolleranza, praticando la non violenza, consapevoli delle nostre contraddizioni, delle nostre fatiche ad essere sempre costruttori di Pace. Vi ringrazio per la vostra presenza e lascio la parola ad alcuni rappresentanti della Rete della Pace e del Coordinamento per condividere con voi alcune riflessioni”.

Dopo l’intervento di Marzia Marchesi, specificava che “con questo presidio vogliamo esprimere solidarietà alle vittime. Chiediamo allo Stato Italiano di sospendere i futuri contratti di fornitura di armi. Vista la complessità dell’area e delle diverse posizioni, ciò che ci unisce questa sera è la condanna alla guerra e la solidarietà alle donne, bambini e uomini sotto i bombardamenti”.

Ha quindi preso la parola Stefano Di Meo di Levate che ha rimarcato la vicinanza agli sfollati, poi è stata la volta di Stefano Quaglia della Cascina Ponchia che a nome di undici realtà bergamasche (Pacì Paciana, MAITE – Bergamo Alta Social Club, Bergamo Migrante Antirazzista, Unione Inquilini Bergamo, Collettivo degli studenti Bergamo – Ferruccio Dell’Orto, RiseUp4Rojava, Bergamo Antifascista, Kascina Autogestita Popolare Angelica “Cocca” Casile, Spazio Jurka, Barrio Campagnola, Potere al Popolo – Bergamo) ha chiesto all’Italia e all’Europa: “Di ritirare immediatamente i 130 soldati italiani a difesa dello spazio aereo turco; il disarmo ora! Negli ultimi 4 anni l’Italia ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro. Chiediamo di rompere gli accordi dell’Unione Europea-Grecia-Turchia, farla finita con il sistema degli hotspot. La politica europea degli hotspot per migranti e della cintura di “paesi terzi sicuri” per la gestione profughi è stata ispirata dal decreto Minniti. No-Fly Zone per la Siria del Nord e chiedere in tutte le sedi internazionali che venga imposta un’area interdetta all’aviazione turca per bloccare i bombardamenti indiscriminati sui civili. infine, chiediamo lo stop agli investimenti ora. Le banche europee e la italiana Unicredit in testa hanno investito nelle 13 principali società carbonifere turche che hanno devastato interi territori aprendo aspri conflitti con le comunità rurali locali”.

Mentre Stefano Quaglia parlava, l’assessore Marchesi ha più volte tentato di strappargli il microfono sostenendo che l’oratore avesse utilizzato più tempo del consentito.
Ma Quaglia ha attaccato nuovamente chiedendo che venissero tolte le bandiere dell’Europa e di Israele dalla piazza perché con posizioni militari contrarie alla pace. Dal pubblico è salito più di qualche malumore. Anche perché dalla scaletta era stato cancellato l’intervento di Francesco Macario, segretario provinciale di Rifondazione Comunista.

“Quando mi sono presentato questa sera mi hanno detto che il mio intervento era stato tolto dalla scaletta – ha affermato Macario -. Oltre a me, avevano previsto di togliere la parola al rappresentate della comunità curda a Bergamo. Dopo i malumori emersi dalla piazza hanno permesso al curdo di parlare, ma non di non citare nessuna forza curda e nessuna milizia curda. Forse chi ha promosso questo presidio non sapeva chi aveva di fronte: quell’uomo è un curdo che è stato perseguitato, suo fratello è stato ucciso dai turchi. Ma non si comprende perché in una manifestazione come quella di questa sera sono stati posti questi veti. Parlano di pace e di colombe, poi ti zittiscono e ti tolgono il microfono”.

È seguito l’intervento di Candida Sonzogni della Cisl Bergamo, che a nome della Rete della pace, ha letto la lettera “A tutte le donne e ai popoli del mondo che amano la liberà”.

“Come donne di varie culture e fedi delle terre antiche della Mesopotamia vi mandiamo i più calorosi saluti. Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi.
Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni.
Stiamo assistendo a come quartieri e chiese cristiane vengono bombardate e a come i nostri fratelli e sorelle cristiani, i cui antenati erano sopravvissuti al genocidio del 1915, vengono adesso uccisi dall’esercito del nuovo impero Ottomano di Erdogan. Due anni fa, abbiamo assistito allo Stato turco che ha costruito un muro di confine lungo 620 chilometri, attraverso fondi Ue e Onu, per rafforzare la divisione del nostro Paese e per impedire a molti rifugiati di raggiungere l’Europa.
Adesso stiamo assistendo alla rimozione di parti del muro da parte di carri armati, di soldati dello Stato turco e jihadisti per invadere le nostre città ed i nostri villaggi. Stiamo assistendo ad attacchi militari. Stiamo assistendo a come quartieri, villaggi, scuole, ospedali, il patrimonio culturale dei curdi, degli yazidi, degli arabi, dei siriaci, degli armeni, dei ceceni, dei circassi e dei turcomanni e di altre culture che qui vivono comunitariamente, vengono presi di mira dagli attacchi aerei e dal fuoco dell’artiglieria. Stiamo assistendo a come migliaia di famiglie sono costrette a fuggire dalle loro case per cercare rifugio senza avere un luogo sicuro dove andare.
Oltre a questo, stiamo assistendo a nuovi attacchi di squadroni di assassini di Isis in città come Raqqa, che era stata liberata dal terrore del regime dello Stato Islamico due anni fa con una lotta comune della nostra gente. Ancora una volta stiamo assistendo ad attacchi congiunti dell’esercito turco e dei loro mercenari jihadisti contro Serêkani, Girêsipi e Kobane. Questi sono solo alcuni degli incidenti che abbiamo affrontato da quando Erdogan ha dichiarato guerra il 9 ottobre 2019.
Mentre stiamo assistendo al primo passo dell’attuazione dell’operazione di pulizia etnica genocida della Turchia, assistiamo anche all’eroica resistenza delle donne, degli uomini e dei giovani che alzano la loro voce e difendono la loro terra e la loro dignità. Per tre giorni i combattenti delle Forze siriane democratiche, insieme alle YPG e alle JPY hanno combattuto con successo in prima fila per impedire l’invasione della Turchia e dei massacri. Donne e uomini di tutte le età sono parte di tutti gli ambiti di questa resistenza per difendere l’umanità , le acquisizioni e i valori della rivoluzione delle donne in Rojava. Come donne siamo determinate a combattere fino a quando otterremo la vittoria della pace, della libertà e e della giustizia. Per ottenere il nostro obiettivo contiamo sulla solidarietà internazionale e la lotta comune di tutte le donne e gente che ama la libertà.
“Richieste delle donne
– Fine dell’invasione e dell’occupazione della Turchia nella Siria del nord;
– Istituzione di una No-Fly zone per la protezione della vita dela popolazione nella Siria del nord e dell’est;
– Prevenire ulteriori crimini di guerra e la pulizia etnica da parte delle forze armate turche;
– Garantire la condanna di tutti i criminali di guerra secondo il diritto internazionale;
– Fermare la vendita di armi in Turchia;
– Attuare sanzioni economiche e politiche contro la Turchia;
– Adottare provvedimenti immediati per una soluzione della crisi politica in Siria con la partecipazione e la rappresentanza di tutte le differenti comunità nazionali, culturali e religiose in Siria”.

Quindi è stato finalmente il turno del cittadino curdo, ma a questo punto i rappresentanti dell’amministrazione comunale hanno lasciato la piazza per l’apertura del Consiglio Comunale ed il presidio è proseguito con altri interventi.

Una manifestazione che non è stata gradita per come si è svolta da più parti. Questo è il commento del consigliere regionale Niccolò Carretta.

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