Logo

Temi del giorno:

“Lo specchio della città”: siamo ancora capaci di guardare il viso degli altri?

Gli splendidi ritratti esposti, diciotto in totale, dagli anni Trenta dell’Ottocento agli anni Dieci del Novecento, sono una rassegna emozionante di soggetti che coi loro sguardi, le acconciature, le vesti, le posture, ci interrogano sulle facoltà residue del nostro occhio di vedere e di interpretare il mondo.

Nell’epoca dei selfie e delle foto compulsive siamo ancora capaci di guardare il viso degli altri?

La mostra “Lo specchio della città”, allestita a Palazzo Creberg a Bergamo lancia la sfida, ed è una sfida ad alto livello. Gli splendidi ritratti esposti, diciotto in totale, dagli anni Trenta dell’Ottocento agli anni Dieci del Novecento, sono una rassegna emozionante di soggetti che coi loro sguardi, le acconciature, le vesti, le posture, ci interrogano sulle facoltà residue del nostro occhio di vedere e di interpretare il mondo.

La vaporosa ragazzina con l’ombrellino rosso di Romeo Bonomelli (1895) , la malinconica ed elegante Bice Presti Tasca ritratta nel bagliore dei suoi vent’anni da Giacomo Trécourt (1845), l’intenso e pensoso giurista Giuseppe Luzac colto con toccante realismo da Giuseppe Rillosi (1851), l’imprenditore tessile Pietro Ghidini che ammicca all’osservatore nel capolavoro di Giovanni Carnovali detto il Piccio (1848), sono solo alcune delle straordinarie testimonianze di un’epoca in cui i pittori sapevano dipingere e il pubblico sapeva guardare.

specchio della città

Viene da dire “finalmente la pittura!”. Non è una mostra che cavalca un nome di grido né che punta su un’opera-icona. Eppure è una mostra che illumina sulla maestria dell’arte pittorica quando a sostenerla oltre al talento c’era una Scuola. Ed è una mostra che impone una riflessione, ovvia ma spesso elusa, sul paradossale anacronismo per cui la gente oggi si interessa poco alla pittura e meno ancora ai ritratti proprio nell’era in cui più ci imbeviamo di immagini e di rappresentazioni del sé.

In scena, alle pareti, una leva di artisti cresciuta nel solco di una precisa realtà culturale: la lunga lezione di un realismo lombardo ed orobico erede di Moroni, Ceresa, Fra Galgario, votato al confronto schietto con la realtà, e la scuola dell’Accademia Carrara, che a partire da inizio Ottocento costituì un vero e proprio vivaio di talenti in valida alternativa alla più rinomata Accademia milanese di Brera.

Azzeccato il titolo, “Lo specchio della città”, perché una città non sono le mura – come già insegnavano gli antichi Spartani – ma sono i suoi abitanti. Il che, parafrasato, significa che a costruire un luogo, come la sua memoria, sono le persone. E qui in mostra sfilano donne, uomini, fanciulle che sono appartenute alla piccola e alla grande storia di Bergamo, aristocratici, professionisti, intellettuali, imprenditori, artisti che hanno interpretato la conservazione ma più spesso il cambiamento di valori e stili di vita nel corso del cosiddetto “lungo Ottocento”. Il ritratto di Giovanni Ambiveri, vibrante e raffinatissimo nel gioco sofisticato dei toni scuri, dipinto da Giorgio Oprandi nel 1916, chiude l’epoca e la rassegna sullo sfondo della Grande Guerra (Oprandi partirà per il fronte dell’Adamello nel luglio 1916) raccontandoci della classe dirigente bergamasca e delle sue implicazioni con il potere.

Articolata in quattro sezioni – la città degli artisti, la città delle professioni, la città dell’aristocrazia, la città al femminile – l’esposizione squaderna alcuni tesori custoditi nei depositi della Pinacoteca Carrara ripercorrendo “le vicende della storia del ritratto a Bergamo tra l’età neoclassica e le prime avvisaglie della modernità”, precisa Paolo Plebani, conservatore Fondazione Accademia Carrara e co-curatore della mostra con Angelo Piazzoli, segretario generale Fondazione Creberg. “Fare la storia del ritratto vuol dire fare storia dei ritrattisti ma anche di chi è ritratto: si tratta di un punto di vista inedito sulla storia cittadina, che rivela le tante anime del territorio”.

specchio della città

Ma l’evento porta con sé anche altri interessi: il rapporto ineludibile tra la pittura all’epoca del suo monopolio sull’immagine e la neonata fotografia che muoveva i suoi inarrestabili e sovversivi passi; la riflessione sul “creare immagini” non nel senso di produrre “cose da vedere” ma “mezzi per vedere” (lo sguardo interpretativo va ben oltre la documentazione fisiognomica); l’intreccio indissolubile tra le vite dei maestri (Diotti, Tallone) e degli allievi (Coghetti, Piccio, Rillosi, Scaramuzza, Trecourt, Bonomelli), la complicità dei compagni di studi (interessante in tal senso il ritratto dipinto da Trécourt dell’amico Giovanni Scaramuzza, pittore di grande talento precocemente scomparso a 26 anni), la fitta rete di relazioni tra committenti e artisti (esemplari sono i ritratti dei coniugi Presti, uno ad opera di Coghetti, uno ad opera di Trécourt al quale si deve anche il ritratto della piccola figlia Lena, di delicato gusto sentimentale).

La visita alla mostra offre anche l’occasione per assistere in diretta in Sala Consiglio al restauro (ad opera di Delfina Fagnani) del “Miracolo dei SS. Paolo e Barnaba a Listri” di Simone Peterzano, quasi un’anteprima sulla figura e l’opera di Peterzano – allievo di Tiziano e maestro di Caravaggio – in vista della mostra che Accademia Carrara gli dedicherà dal febbraio 2020. Sempre nell’ambito del programma “Grandi Restauri” della Fondazione Creberg al piano terra sono visibili quattro opere di Palma il Giovane di proprietà di parrocchie bergamasche e dell’Accademia Carrara.

Il pregevole catalogo della mostra, a disposizione gratuita del pubblico, ospita tra gli altri gli interventi critici e analitici di Paolo Plebani, con schede storico-artistiche dettagliate su ogni singolo quadro in esposizione.

La mostra è visitabile da lunedì a venerdì negli orari di apertura della filiale (Credito Bergamasco-Banco Bpm, Largo Porta Nuova), con visite guidate gratuite il sabato pomeriggio e la domenica mattina e pomeriggio.