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“Joker” ovvero, il vero cattivo è la società in cui viviamo

Un film pesante e terribile, nel miglior senso possibile, potentissimo ed estremamente attuale

Titolo: Joker

Regia: Todd Phillips

Attori: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Marc Maron

Durata: 122 minuti

Giudizio: *****

Scelta inusuale creare un film ispirato a un personaggio DC Comics, che tuttavia si distacca completamente dall’universo del fumetto e porta avanti una parabola tutta sua. Rischiosa, forse. Eppure, almeno in questo caso, si tratta di una scelta decisamente vincente.

Un consiglio: cercate di astenervi dal fare confronti. Joker di Phillips non ha assolutamente niente a che fare con il Cavaliere Oscuro di Nolan, dunque è inutile perdere tempo a fare paragoni. Vivono su due mondi distantissimi, che non si incontreranno mai, e vanno dunque presi in considerazione per quello che sono: due film diversi.

Heath Ledger resta e resterà sempre il Joker iconico a cui siamo affezionati, tuttavia bisogna riconoscere a Joaquin Phoenix, che sostiene l’intero film con la forza potentissima della sua performance, il merito di aver sviluppato il personaggio in una direzione mai vista prima, spaventosamente attuale.

Arthur Fleck vive insieme all’anziana madre in un palazzone lurido e fatiscente di Gotham City, città abbandonata a se stessa, sommersa di spazzatura, invasa di ratti, in cui è in corso una vera e propria rivolta dei poveri nei confronti dei ricchi.

Arthur appartiene sicuramente ai poveri, ma non solo. Lui non è come gli altri. Lui soffre di un disturbo mentale che lo spinge a ridere in maniera casuale e sconsiderata, nelle situazioni più improbabili. E per quelli come lui, in una società arida e in rovina, non c’è spazio.

Dunque, per proteggersi dalla cattiveria e dallo scherno altrui, Arthur si crea nella testa un mondo tutto suo, fondato su un’unica certezza, inculcata in lui fin da bambino dalla madre: il suo scopo nella vita è far ridere le persone. Così, nell’attesa di sfondare come comico, si traveste da clown per qualche gig qua e là. Ma il trucco, la parrucca e il costume non fanno altro che condannarlo ulteriormente ad essere preso di mira.

Botte dopo botte, in Arthur va scemando, sempre di più, il desiderio di essere un umano decente. Quel senso di umanità che lo spingeva ad andare avanti nonostante tutto viene piano piano soffocato dalla delusione bruciante di una società che lo ha deluso, abbandonato e calpestato, ancora e ancora.

Un escalation terribile, che si consuma e lo consuma (letteralmente) nel corso del film, fino a portarlo a un livello di psicopatia da cui non gli sarà più possibile tornare indietro.

Lo vediamo morire, piano piano, fisicamente e spiritualmente, per diventare qualcosa d’altro, privo di quei sentimenti che ci rendono umani, come l’amore e la compassione.

Ma la domanda resta in sospeso: di chi è la colpa? Sua, o di una società che lo ha lasciato indietro, come fosse spazzatura, ignorando la sua richiesta di aiuto disperata? Allo spettatore l’arduo compito di trovare una risposta.

Insomma, un film pesante e terribile, nel miglior senso possibile. Potentissimo ed estremamente attuale, illustra una realtà che ci mette tanta paura ma che ora più che mai chiede, implora, di essere indagata.

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