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Sgarbi su Romualdo Locatelli: "Grande artista, capace di opere originali e potenti" - BergamoNews

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Sgarbi su Romualdo Locatelli: “Grande artista, capace di opere originali e potenti”

Il critico d’arte ha illustrato la vicenda umana e professionale dell’artista all’Accademia Carrara di fronte alla splendida tela “Il dolore”, dipinta da Romualdo nel ’25 e normalmente conservata nei depositi cittadini.

Scomparso a 37 anni come i più grandi – Raffaello, Parmigianino, Watteau, Van Gogh, Toulouse-Lautrec, MajakovskijRomualdo Locatelli (Bergamo 1905 – Manila 1943) “è stato un grande artista, capace di opere meravigliose, originali e potenti”. Appassiona l’uditorio Vittorio Sgarbi presentando l’intensa parabola bioartistica del Locatelli che dell’insigne stirpe di pittori orobici ebbe la vita più breve, ma la più ricca di glorie guadagnate lontano dalla sua terra d’origine.

Il critico d’arte ha illustrato la vicenda umana e professionale dell’artista all’Accademia Carrara, lo scorso 25 settembre, di fronte alla splendida tela “Il dolore” (cm. 211 x 133, proprietà Comune di Bergamo – Gamec), dipinta da Romualdo nel ’25 e normalmente conservata nei depositi cittadini.

La monografia Skira fresca di stampa a cura di Vittorio Sgarbi con contributi critici e biografici di studiosi, curatori d’arte e conservatori museali, è un vero e proprio viaggio artistico sulle orme di una personalità di eccezionale e precoce talento. Pittore inquieto e appassionato, Romualdo non si fermò agli onori e ai riconoscimenti acquisiti tra gli anni Venti e Trenta nelle più importanti vetrine d’Italia – a Milano e a Roma – ma al successo preferì le ragioni profonde della vita e dell’arte che lo spingevano molto ma molto lontano.

Infatti il figlio maggiore di Luigi Locatelli (1883-1928), fratello dei pittori Raffaello e Stefano, dopo gli studi in Accademia Carrara con Ponziano Loverini, apre il suo studio nella Milano palpitante di Brera conquistandosi subito l’attenzione della critica, per poi spostarsi a Roma dove il principe Umberto di Savoia gli commissiona nel ’38 i ritratti dei figli Vittorio Emanuele e Maria Pia. Nonostante gli importanti contatti con l’alta società della capitale e con i mercanti d’arte di via Margutta, Romualdo, anticonformista per natura, sospinto da un intimo e irrefrenabile ardore per l’ignoto, nel dicembre del 1938 si imbarca da Napoli alla volta di Singapore.

Cominciano da qui i suoi rapporti con il mondo orientale, che lo vedranno vivere e viaggiare per i restanti anni della sua vita tra l’Indonesia e le Filippine, con qualche escursione a Shanghai e a Tokyo. Giava, Bali, Manila saranno i poli prediletti di una stagione fertile e felice per il pittore, che vi si trasferisce con la moglie Erminia innamorandosi perdutamente della luce, del cielo, della gente, della natura di quei luoghi incontaminati, lontani dai clamori della guerra che deflagrava in Europa e nel mondo. Romualdo ne parla come di “un paradiso” pieno di verde e di sole “lo stesso sole che vedo in quel sorriso sempre presente nei volti della gente di queste isole”.

Il giovane uomo sedotto dalla “natura regina” delle Indie Orientali è sempre, per vena compositiva, il ragazzetto cresciuto sui ponteggi delle chiese, respirando le polveri e i pigmenti nel laboratorio di famiglia, è tutto talento e istinto: “La cosa più preziosa – avrà a dire – è che sono nato tra i colori della bottega di mio padre e che mi sono sentito figlio della sua passione”.

Certo, l’artista è maturato a contatto con il clima composito e complesso di Brera e della scena romana, nei percorsi di ricerca in Sardegna, in Abruzzo, in Toscana, e soprattutto nei due viaggi in Africa (1927 e 1930) condotti con l’amico pittore Ernesto Quarti Marchiò. Le tele del ’27 “Il giovane arabo” e “Il ragazzo tunisino” sono prove toccanti “di una pittura antropologica che racconta con una limpidezza meravigliosa e vibrante un mondo pittoresco, una condizione umana primitiva legata alla natura,” sottolinea Sgarbi, che richiama al confronto con le immagini del fotografo tedesco Wilhem von Gloeden il quale negli stessi anni in Sicilia dipingeva i ragazzi di Taormina come figure del mito.

Ma la sua “felicità pittorica” si mantiene “straordinariamente libera”nella sua formazione e crescita, “con una singolare estraneità non solo al ‘Novecento’ della Sarfatti e al rapporto col potere, ma anche alle tendenze dell’epoca sua”, lontano come fu dalle ansie delle avanguardie, dai dubbi tormentosi sul destino della pittura. “In lui non si sente il peso del Novecento né il peso di un’arte tradizionale: Romualdo va per la sua strada senza condizionamenti né dal passato né dal presente, perché la sua arte vive di un anacronismo senza tempo. E anche quando dipinge un quadro formidabile come ‘Tirrenica’, del ’37, che potrebbe essere stato dipinto nel ‘600, la sua non è citazione dell’antico ma è la spontanea capacità di rigenerare la grande pittura di un’altra epoca”.

L’ultimo capitolo della sua vita, il paradiso indonesiano, è il mondo della felicità e dell’innocenza, e l’arte di Romualdo si esprime al massimo della sua efficacia in un “corpo a corpo in cui la natura entra nella pittura senza residui e senza tormenti ideologici, come pura contemplazione e rapporto vitale con i riti, le danze, i ritmi, le forme di quel mondo esotico”.

Da questo magnifico excursus biografico e critico, che finalmente trova degno riscontro in una importante pubblicazione fortemente voluta dall’Associazione Culturale Amici dei Locatelli Figlio d’Arte, emerge il ritratto di un pittore incredibilmente indipendente, virtuoso ma senza artificio, sedotto dall’altrove ma senza morbosità, amante del bello ma senza retorica.

L’essere scevro da ogni possibile etichetta non ne fa un epigono o un pittore provinciale. Sottolinea Sgarbi: “In lui non c’è mai qualcosa di riduttivo, c’è il senso della grande pittura, senza che vi sia dietro alcuna scuola, movimento, tendenza, senza essere a fianco di alcuna ideologia”.

La sua prematura e misteriosa scomparsa nei boschi di Manila il 24 febbraio del 1943 “riporta in una dimensione fuori dal tempo una figura la cui pittura fu fuori dal tempo– conclude Sgarbi -. Rimane davanti a noi la felicità di una pittura che è l’estensione imperitura della sua vitalità”.

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