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Il suicidio assistito non è sempre punibile: storica sentenza della Consulta - BergamoNews
Caso dj fabo-cappato

Il suicidio assistito non è sempre punibile: storica sentenza della Consulta

La Corte subordina però la possibilità di ricorrere alla “morte a comando” “al rispetto delle modalità previste sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua” e non solo

Con una sentenza storica emessa mercoledì sera dalla  Corte Costituzionale cambia di fatto la legge italiana in materia di suicidio assistito, “non sempre punibile”.

È la decisione della Consulta sul caso di Marco Cappato, dell’associazione Luca Coscioni, che rischiava fino a dodici anni di carcere per aver accompagnato Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, il quarantenne milanese tetraplegico, in Svizzera a morire come chiedeva da anni.

“La Corte – si legge in un comunicato  – ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Diventa dunque possibile quanto già anticipato un anno fa nell’ordinanza 207, che aveva dato mandato al Parlamento di modificare l’attuale quadro normativo, che punisce sempre e comunque non solo chi istiga, ma anche chi collabora al suicidio di una persona. In qualunque stato quest’ultima si trovi.

La Consulta subordina però la possibilità di ricorrere alla “morte a comando” “al rispetto delle modalità previste sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua”, nonché “alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”.

Queste ultime condizioni, precisa, si sono rese necessarie “per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018”. Pur ormai con questi vincoli, la Corte continua ad auspicare “un indispensabile intervento del legislatore”.

Tra le prime reazioni alla sentenza c’è quella di Marco Cappato, il tesoriere dell’associazione radicale Luca Coscioni che aveva dato vita al procedimento: era stato lui, nel febbraio del 2017, ad accompagnare in una clinica svizzera che eroga il suicidio assistito Fabiano. “Ora siamo tutti più liberi”, è il suo commento a caldo.

Di segno opposto Alberto Gambino, prorettore dell’Università Europea di Roma e presidente di Scienza&Vita: “La Corte ha ceduto a una visione utilitaristica della vita umana, ribaltando l’articolo 2 della nostra Carta, che mette al centro la persona umana e non la sua mera volontà”.

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