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Violenza sugli animali, allarme da non ignorare: precede reati su donne e minori

Le scienze sociali hanno evidenziato la stretta correlazione degli atti di violenza posti in essere sugli animali e sui soggetti deboli della società umana.

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La barbara uccisione della cagnolina Ruth presa a badilate e poi bruciata ancora viva avvenuta questa estate a Partinico in Sicilia riporta al centro del dibattito civico e politico la questione del sistema punitivo italiano nel caso di reati contro gli animali e del trattamento sanzionatorio da riservare a tale tipologia di criminali.

Ruth era una cagnolina randagia, una cagnolina adottata dai contadini del quartiere dove viveva senza dar fastidio a nessuno.

Dalla ricostruzione di persone informate sui fatti, sembra che autore del gesto sia un anziano contadino che, dopo aver chiamato la cagnolina presso la sua proprietà, l’avrebbe aggredita al collo con una zappa e le avrebbe legato le zampe per immobilizzarla e bruciarla.

Le associazioni animaliste unitamente al garante dei diritti degli animali si sono immediatamente mobilitate ed hanno organizzato una manifestazione pacifica per chiedere giustizia per la morte violenta del cane Ruth: apriva il corteo un striscione con la scritta “La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali”.

Ad oggi in Italia vige la normativa entrata in vigore con la legge nr 189 / 04 “Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonche’ di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate” – importante riforma, anche culturale, in quanto viene finalmente protetto il sentimento degli animali e non semplicemente la morale umana.

Ad opera della predetta legge, l’uccisione di animali viene sancita come reato di animalicidio punito come comportamento criminoso ai sensi dell’art. 544 bis c.p.: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni”.

Inizialmente la pena prevista era inferiore (da tre a diciotto mesi di reclusione), successivamente innalzata con la L. nr 201/2012.

Ma ciò non è stato sufficiente per prevenire il deprecabile accadimento di terribili vicende di dell’animalicidio che continuano ad affliggere la nostra civiltà.

Ancora oggi, in Italia l’animalicidio nonché il maltrattamento di animali vengono considerati reati di minore allarme sociale nonostante le scienze sociali abbiano evidenziato la stretta correlazione degli atti di violenza posti in essere sugli animali e sui soggetti deboli della società umana (minori-donne-anziani): chi commette atti di violenza sugli animali è maggiormente propenso a commettere atti di violenza sui minori, donne ed anziani, rispetto a chi non ha mai abusato degli animali.

Vi è infatti un legame fra la violenza sugli animali e la violenza domestica sui minori e sulle donne. Esaminando le statistiche è risultato come l’autore di violenza famigliare, in precedenza, avesse dato manifestazioni di crudeltà verso l’animale domestico; la maggior parte dei serial killer hanno commesso i primi atti di crudeltà nei confronti degli animali per poi estendere la violenza verso bambini o donne, considerati anch’essi meri oggetti.

Appare evidente come la violenza sugli animali sia un chiaro segnale di atteggiamento antisociale e deviante che non deve essere ignorato dal Legislatore che deve adottare tutte le misure necessarie per condannare tali atti.

Solo attraverso il riconoscimento sociale dei diritti degli animali si può superare l’indifferenza legislativa e istituzionale verso tutte le forme di violenza poste in essere a danno dei soggetti deboli.

*Cassazionista – iscritta al Foro di Bergamo, con studio in Via Gian Maria Scotti nr 6 a Bergamo.

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