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Renzi o Toti? Per ora a Bergamo pesa soprattutto la spaccatura del centrodestra

Se Renzi non ha ancora fatto incetta di eletti ed amministratori orobici, Toti ha avuto quasi più successo qui in Bergamasca che nella sua Liguria

Il fermento nazionale tra scissioni e divisioni, sia nel centrodestra che nel centrosinistra, ha avuto e ha riflessi differenti nel nostro territorio.

Sul lato sinistro dello schieramento l’iniziativa renziana pare non abbia avuto, al momento, significative adesioni di amministratori e di eletti in terra orobica, a dire il vero pare abbia proprio registrato ben poche adesioni. La manovra, molto di palazzo, ha creato scetticismo anche nei più convinti sostenitori orobici dell’ex premier di Rignano e al momento nessuno ha fatto il passo. Il segretario provinciale del PD, nonché sindaco di Scanzorosciate, Davide Casati, storicamente vicino al Matteo toscano, ha al momento ben altri problemi di gestione economica del partito orobico e non sembra aver accolto con entusiasmo la scissione.

Ben diversa la situazione nel centrodestra, dove “Cambiamo” di Giovanni Toti ha avuto quasi più successo in terra orobica che nella sua Liguria. Hanno aderito ben due parlamentari su quattro, Alessandro Sorte e Stefano Benigni, a cui si è aggiunto il consigliere regionale, nonché presidente di Uniacque, Paolo Franco. Con loro una nutrita pattuglia di amministratori ha abbandonato gli azzurri per passare ai neo arancioni, lasciando alla commissaria Alessandra Gallone, rimasta fedele a Silvio Berlusconi, ben pochi elementi ed eletti per ricostruire un partito.

Diciamo che è su questo lato che si vedrà un autunno scoppiettante: da un lato i forzisti dovranno ripartire da zero, ricostruendo una rete territoriale ormai inesistente e lo dovranno fare sapendo che il principale competitor territoriale è e sarà “Cambiamo” di Toti, fondato da quei giovani virgulti che proprio dal partito del Cavaliere hanno avuto moltissimo e soprattutto una carriera fulminante. Nel 2009 Sorte era un neoconsigliere provinciale, assistente del deputato Gregorio Fontana, in meno di dieci anni è diventato consigliere regionale, assessore regionale, deputato e ora fondatore di una nuova forza politica. Stefano Benigni era il coordinatore dei giovani di Forza Italia, nominato dai vertici nazionali (ma non è lui che critica il verticismo?) ed ora deputato, dopo solo 5 anni di Consiglio comunale a Bergamo, sempre con l’aiuto di Gregorio Fontana.

Discorso diverso per Paolo Franco, cresciuto in Alleanza Nazionale e la cui crescita politica è stata indubbiamente molto più lenta, ma che ora che è giunto in alto ha ulteriori aspirazioni. Non a caso nel motivare la sua scelta di abbandonare gli azzurri critica il partito per non avergli riconosciuto un ruolo di primo piano nella giunta regionale lombarda.

Sul territorio i tre “totiani” hanno portato con loro due consiglieri provinciali, tre presidenti di comunità montane, 35 sindaci e 200 amministratori, una pattuglia folta i cui numeri sono abbastanza realistici. A Gallone e Fontana cosa è rimasto? Poco o niente.

La vera partita, arancioni e azzurri, se la giocheranno nei rapporti con la Lega e con il PD, poiché il prossimo anno vanno rinnovate importanti società, tra tutte Sacbo e Uniacque e si sa che ai forzisti, attuali ed ex, il tema delle nomine è sempre molto caro.

La Lega a livello locale, al di là della facciata, non se la passa benissimo: è un partito commissariato da oltre un anno e mezzo, senza previsione di congresso, diviso in correnti o quantomeno in gruppi, e dove è difficile comprendere quale sia l’interlocutore con cui parlare. A livello locale la Lega va in ordine sparso, manca una guida e questo ha agevolato l’accordo PD-Forza Italia o meglio l’accordo Casati-Franco-Scandella-Sorte-Sanga che ha retto per le comunità montane e sta reggendo anche per gli ambiti sociosanitari. La mancanza di un riferimento chiaro e le divisioni rendono debole la Lega che nelle urne è pur sempre il primo partito orobico con percentuali bulgare.

La nascita di Cambiamo e quella di Italia Viva potrebbe scompaginare gli equilibri e gli accordi finora in essere, ma potrebbe anche non cambiare nulla. Perché ormai sappiamo bene che a Roma e a Milano si fanno determinati discorsi e poi tra le valli orobiche, con la scusa che sono gli amministratori a decidere, se ne fanno altri.

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