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Prodi a Bergamo: "La democrazia liberale è a rischio, l'Ue sia arbitro fra Usa e Cina" - BergamoNews
Molte fedi

Prodi a Bergamo: “La democrazia liberale è a rischio, l’Ue sia arbitro fra Usa e Cina” fotogallery

L'ex presidente del consiglio ed ex presidente della commissione europea: "L'Italia rilanci una politica mediterranea europea"

“La democrazia liberale è a rischio: bisogna difenderla, domandarci i motivi e rilanciare l’Europa per affrontare questa situazione”. Così l’ex presidente del consiglio ed ex presidente della commissione europea Romano Prodi evidenzia il ruolo che l’Unione Europea potrebbe avere su scala internazionale se fosse più unita e quindi più forte.

Lo fa prendendo parte a un incontro di “Molte fedi sotto lo stesso cielo“, la rassegna culturale promossa dalle Acli provinciali di Bergamo, al centro congressi. Nell’occasione gli è stato consegnato il premio “Costruttori di ponti” e, su sua indicazione, il riconoscimento del valore di 5mila euro è stato devoluto a Medici per l’Africa Cuamm di Padova, una ong italiana che si spende per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane. L’introduzione della serata è stata affidata a don Giovanni Nicolini, assistente spirituale delle Acli nazionali e amico dell’ex premier, che ha ricordato gli anni trascorsi insieme a lui all’Università Cattolica di Milano e a Bologna, costellati di “molte comunanze culturali a cominciare da una certa laicità che ha permesso a entrambi di continuare a essere cristiani e scoprire una nuova umanità dove si trovavano anche disparità di opinioni, pensieri e indirizzo”.

don Giovanni Nicolini e Romano Prodi

Dopo aver ricevuto il premio, l’ex premier è intervenuto sul tema “Le sfide del XXI secolo. Oltre le paure, per un’idea di futuro”. Ha esordito specificando che “nel mondo si stanno verificando tanti cambiamenti non solo economici e strategici ma anche culturali: negli ultimi 4-5 anni si è diffuso un crescente desiderio di autorità e la democrazia liberale è a rischio. In questo contesto dobbiamo difenderla altrimenti sarebbe una tragedia, ma bisogna anche interrogarci sulle cause per capire cosa si può fare. La prima riflessione è che nei diversi Paesi è aumentato il livello di ingiustizia: c’è stato un generale progresso della ricchezza ma sono aumentate anche le disuguaglianze. A questo va aggiunta la globalizzazione con la concorrenza di paesi dotati di manodopera a basso costo, che agisce nella stessa direzione. Pian piano le differenze socioeconomiche hanno inciso ed è venuta a mancare la classe media, quella che ha difeso la democrazia liberale. Per mettere in sesto le disparità bisogna usare l’arma fiscale: in un’economia che tende a sbilanciarsi allo stato spetta una funzione di riequilibrio ma ogni volta in cui si parla di fisco o imposte si perdono le elezioni e posso dirlo anche per esperienza personale. Per citare un esempio, tutti sanno che la flat tax è contraria al principio fondamentale della progressività ma il richiamo anti-tasse è irresistibile: non si pensa alle conseguenze finali ma ci si ferma al messaggio”.

Altra caratteristica ravvisata da Prodi è la carenza di cooperazione tra gli stati: “Si è verificata una caduta del potere delle organizzazioni internazionali, soprattutto delle Nazioni Unite: quando sono in gioco le grandi potenze la loro capacità di decisione ormai è praticamente nulla”.

Sta cambiando l’ordine mondiale che, evidenzia Prodi, “è contraddistinto da due grandi potenze che si contendono il dominio come Sparta e Atene. Si tratta di Stati Uniti e Cina: quest’ultima ha fatto un balzo in avanti straordinario e continua ad avere uno sviluppo molto elevato. Considerando che conta il 20% della popolazione mondiale e il 6-7% delle terre coltivabili, a differenza degli Stati Uniti ha bisogno di effettuare una politica estera forte per assicurarsi il cibo, le materie prime e l’energia di cui necessita. Per questo ha attuato politiche espansive verso Africa e America Latina. Gli americani rimangono di gran lunga la prima potenza ma non hanno più la possibilità di tenere sotto controllo il mondo: ne scaturisce una fase di incertezza che si esprime in modo diverso col passare del tempo e continuerà a lungo. Prima c’è stata una sorta di convivenza tra Cina e Stati Uniti con le imprese americane che investivano massicciamente là perchè trovavano manodopera intelligente, capace di evolversi e a basso costo, mentre oggi la Cina è diventata soggetto attivo di politica economica, ha coscienza imperiale e la sua classe dirigente è consapevole. La contesa con gli Stati Uniti, che inizialmente era commerciale, ha investito anche tecnologia e innovazione trasformandosi in una sfida per il primato futuro e ne scaturiscono tensioni”.

“In questo quadro – prosegue Prodi – la Russia, pur avendo risorse grandiose, si trova in una situazione economica di notevole fragilità e gli attriti con gli Stati Uniti l’hanno portata tra le braccia della Cina: il mondo si sta dividendo ancora fra amici e nemici di queste due grandi potenze ed è pericoloso. L’Ue, che rimane una potenza, potrebbe esercitare il ruolo di mediatore ma non sta elaborando una politica europea. Gli effetti della Brexit sulla Gran Bretagna e il distacco di Trump verso il nostro continente hanno fatto riflettere gli europei che alle ultime elezioni hanno espresso la volontà di non voler rinunciare all’Europa ma bisogna riorganizzarla. Tra le proposte che mi aspetto possano emergere ci sono la creazione di un esercito comune ma anche un welfare europeo che dia ai Paesi le risorse per intervenire in tre settori chiave come salute, scuola e case popolari. Altri capitoli sono la ricerca e l’innovazione tecnologica, che possano rendere il nostro continente più competitivo considerando che le aziende che gestiscono le più grandi reti internazionali come Google, Amazon o Alibaba sono americane o cinesi”.

Altro nodo centrale è il Mediterraneo. Prodi sottolinea: “È necessario che l’Ue sposti l’attenzione verso la parte meridionale del continente e sviluppi una politica mediterranea, un argomento su cui l’Italia deve puntare. È l’unico modo anche per affrontare le migrazioni che rimarranno un tema complesso tenendo presente il crollo delle nascite in Europa e la pressione demografica africana. Un’altra proposta per dare una nuova veste ai rapporti con i Paesi del Mediterraneo è l’apertura delle università miste, cioè con sedi e parti del percorso formativo dislocate tra queste due realtà”.

Infine, concludendo l’incontro, l’ex premier osserva: “L’Unione europea ha tante potenzialità e prospettive ma dobbiamo interpretare la storia con un minimo di saggezza politica. Le sfide del secolo che stiamo vivendo sono tante e si possono affrontare solamente con maggior compattezza fra gli stati: credere di andare avanti da soli è anti-storico”.

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