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La leggendaria “carovana” di Bob Dylan rivive in un box di 14 dischi

"The Rolling Thunder Revue" del 1975: "Da avere - assicura Brother Giober -: la spesa è alta, ma per una volta tanto meritevole di un sacrificio". Ed eccovi anche la colonna sonora dell'autunno

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Artista: Bob Dylan
Titolo: Bob Dylan: The Rolling Thunder Revue – The 1975 live Recordings
Voto: ****

Se non vi fosse il rischio di passare per inguaribili nostalgici si potrebbe tranquillamente dire che la pubblicazione delle registrazioni di alcuni dei più importanti concerti che Bob Dylan fece nel 1975 sotto la sigla “Rolling Thunder Revue” testimoni la più importante uscita discografica del 2019. Questione di punti di vista, fatto sta che quelli della mia età che sono cresciuti a pane e chitarre elettriche aspettavano da anni un resoconto, il più ampio possibile, di quello che ai tempi fu celebrato come uno tour leggendario. Ed ora non par vero…

Siamo nel 1975, l’incidente motociclistico del 1966 che per lungo tempo è stata di ostacolo all’ascesa artistica di Dylan, all’indomani della svolta elettrica, fa parte del passato; il “poeta musicista” ha appena licenziato uno dei suoi capolavori assoluti, Blood on the Tracks, che può essere considerato come il manifesto della sua solitudine e, tutto sommato dell’isolamento, cui molte star sono condannate anche all’apice del successo. Blood on the Tracks è un concentrato di canzoni magnifiche, caratterizzate tutte da un arrangiamento scarno, che basano la loro bellezza sul perfetto impasto tra melodia e testo.

Durante la registrazione del nuovo disco, che sarà Desire, ecco l’idea di partire per un tour che privilegi, in luogo dei grandi centri, piccole città, in cui  arrivare senza alcun preavviso, fatto salvo un volantinaggio di pochi giorni precedenti, più adatto a qualche oscuro cantautore che non a una stella di prima grandezza. Ma non basta: Dylan ha nella testa una revue, una sorta di carrozzone di varia umanità, a cui ogni giorno alcuni artisti possano aggregarsi in totale libertà, la medesima con la quale la sera esibirsi sul palco. Così è che partecipano, di volta in volta, in modo più o meno assiduo, Roger McGuinn dei Byrds, Bob Neuwirth, Ramblin’ Jack ElliottJoni Mitchell, e soprattutto  Joan Baez, in una réunion, quest’ultima, che in molti avrebbero sperato non solo artistica.

dylan

La carovana comprendeva altresì poeti (Allen Ginsberg), scrittori (Larry Sloman), e una troupe (che filmò il flop “Renaldo e Clara”); gli spostamenti avvenivano in bus e caravan quasi a voler perpetrare ostinatamente lo spirito di fratellanza e di amicizia che aveva profondamente caratterizzato la fine degli anni ’60 ma che invece pareva perso nei primi anni ‘70.

Il tour rappresentò un unicum: dal punto di vista delle intenzioni era evidente la volontà di Dylan di far qualcosa di assolutamente imprevedibile, anche improvvisato e persino raffazzonato, fuori da ogni logica commerciale. Un qualcosa che al primo posto ponesse l’arte, nelle sue diverse sfaccettature, la voglia di comunicare, la volontà di condividere. Dal punto di vista strettamente musicale, Dylan non sarà più capace negli anni successivi di raggiungere le vette qualitative di questo tour, né la sua musica sarà più influenzata dal rock come in questa occasione.

Funzionò tutto alla perfezione fino alla fine del ’75: al Madison Square Garden, data finale, Dylan annunciò il ritorno nel ’76. Che mai avvenne fatto salvo uno special per la BBC e un disco tratto dal medesimo, “Hard Rain”, che vendette pochissimo e che certo non può essere annoverato tra le cose più riuscite di Dylan.

Il box è formato da 14 CD, che ripropongono la registrazione di 5 concerti interi, di prove e registrazioni rare e rappresenta compiutamente le atmosfere di quel  tour autunnale del ’75; la sua uscita è avvenuta in contemporanea con il film di Martin Scorsese prodotto da Netflix.

Si parte con i primi tre cd che sono la testimonianza sonora di alcune prove eseguite prima dei concerti e quindi da un punto di vista strettamente artistico non hanno grande significatività. Lo hanno invece perché catturano lo spirito e l’atmosfera di quegli eventi. In alcuni casi le registrazioni sono sghembe, in altre incomplete. Sono però almeno interessanti quando riguardano brani allora inediti e poi ricompresi nell’imminente capolavoro Desire del 1976, come Romance in Durango, con il suono del violino protagonista, una pur prescindibile Joey ed una più convincente
Isis; più interessanti la cover di People Get ready e, ovviamente di This Land is your Land. Il massimo della riuscita è rappresentato dal medley di una sofferta This Wheel’s on Fire, un’intrigante (e quasi reggaeggiante) Hurricane e una sempre coinvolgente All Along the Watchtower e da una bella e intensa Tears of Rage, brano che era presente sul capolavoro di The Band, Music from Big Pink.

I 5 concerti registrati hanno all’incirca la medesima struttura: l’inizio è affidato a Dylan con la band, poi è la volta dei duetti con Joan Baez e, quindi, il finale, affidato ad un’interpretazione corale di tutti gli artisti invitati che con Dylan inneggiano “Knockin’ on heavens door” e “This Land is your Land” di Guthrie. Peccato manchino le performance degli ospiti, ma credo che ciò sia dovuto anche ad una questione di diritti.

Le scalette si assomigliano un po’ tutte e poche sono le variazioni tra una performance e l’altra: Mr Tambourine Man appare solo nel concerto di Boston così come I Don’t Believe You, mentre Tonight I’ll Be Staying Here with You , It’s all Over Now, Baby Blue e Love Minus Zero /No Limit appaiono nel concerto di Montreal.

Infine l’ultimo disco, il 14esimo è quello dedicato alle performance rare: probabilmente la pubblicazione è un poco forzata poiché trattasi di registrazioni poco riuscite e di brani non memorabili e francamente dispiace la versione di The tracks of my tears, un classico della Motown che non è minimamente degna dell’originale. Ma trattasi di inezia nel contesto generale.

Sono invece numerose le performance che meritano menzione in ognuno dei concerti: l’arrembante Hurricane che anticipava le sonorità del disco a venire così come la rockeggiante It Ain’t Me baby, tanto diversa dall’originale quanto riuscita in questa versione più moderna, la sognante Knockin’ on Heavens door, e la classica Blowin’ in the Wind su tutte. Ma in genere ogni canzone è riproposta nel rispetto dell’originale senza quel vezzo dello stravolgere che renderà molti dei concerti successivi di Dylan quanto meno inspiegabili.

In definitiva una grandissima testimonianza, della stessa importanza di The Last Waltz, della colonna sonora di Woodstock, di Tommy e di tutti quei dischi che hanno rappresentante a continuano a rappresentare lo spirito di un’epoca.

Da avere: la spesa è alta, ma per una volta tanto meritevole di un sacrificio.

Due parole sul documentario: ovviamente le immagini aiutano a comprendere ancor meglio le intenzioni, lo spirito del tempo. Le immagini dei concerti si alternano a interviste tra cui allo stesso Dylan, che cerca di spiegare i motivi che hanno ispirato l’iniziativa. Tra le varie immagini e testimonianze mi piace in particolare segnalare la performance di Patti Smith che vive di un crescendo del tutto coinvolgente.

Miles Davis – Rubberband

**1/2 questo disco potrebbe anche essere catalogato tra le migliori uscite del 2019 se non fosse che esce a nome di Miles Davis e del fatto che la sensazione che rispetto ai nastri originari qui abbiano abbondato con le sovraincisioni postume tanto che delle intenzioni sia rimasto veramente poco. Al netto di questo è impossibile non amare il brano iniziale che dà il titolo all’album e che rappresenta un esempio luminosissimo di quella che potrebbe essere la fusion oggi, piuttosto che non agitarsi ascoltando il funk di Give it Up, brano in grado di resuscitare lo spirito di James Brown. Vi è anche qualche caduta di gusto, come So Emotional (che in verità emoziona ben poco) che sconfina nell’easy listening o le sovrincisioni della voce di Davis presa chissà dove.

miles davis

Peter Gabriel – Flotsam and Jetsam

*1/2: un’operazione che indispone e nella quale si fa fatica a rintracciare il genio di un artista che amo da sempre. Trattasi di una raccolta nella quale molti brani vengono riproposti in versioni alternative. Stare alla larga… inutile e dannoso alla salute e ai nervi.

The Blasters – Dark Night: Live in Philly

***1/2: per carità, nulla di nuovo sotto il sole, ma ascoltare i Blasters nella loro dimensione più convincente, quella live, fa sempre bene. Live in Philly è divertente, il che potrebbe essere già sufficiente ma in più è suonato benissimo e contiene tutte i classici del gruppo come Marie Marie, Border radio, Trouble Bound, American Music. Forse è musica che non ha più un suo pubblico che si è perso nel succedersi delle generazioni, ma è un peccato perché qui si trova l’essenza del vero rock’n’roll.

Janiva Magness: Change in the Weather: Janiva Sings John Fogerty

****: non azzardo molto se affermo che quasi tutti i musicisti, professionisti o no che abbiano fatto parte di un gruppo rock, hanno prima o poi suonato un brano dei Credence Clearwater Revival, di cui John Fogerty era il leader. Lo fa anche questa cantante blues, senza però rischiare l’operazione Juke Box o Karaoke che dir si voglia. Primo perché il repertorio pescato pur annoverano hits come Have You ever seen the rain e Bad Moon Rising rifugge dalla tentazione di saccheggiare solo i maggiori successi fissando l’attenzione anche su brani meno conosciuti, secondo perché le versioni mantengono quel sottile equilibrio che sta tra l’originalità della riproposizione e l’attenzione a non volere strabiliare per forza. Il pezzo forte della raccolta? Senz’altro A Hundred and ten in the shade, un capolavoro.

Autunno in musica:

Alberto Fortis: Settembre
Earth Wind and Fire: September
Neil Diamond: September Morn
Area: Luglio, Agosto, Settembre (nero)
The Chieftains: The Foggy Dew
Enya : The first of Autumn
Neil Young: Harvest Moon
Ella Fitzgerald: Early Autumn
Chet Baker: Autumn Leaves
Carmen Consoli: Ottobre

 

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