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Valverde, nome azzeccatissimo: la più fedele immagine della Bergamo che fu foto

Oggi rione del più vasto agglomerato suburbano di Valtesse: e mai nome fu più appropriato perché verde, anzi, verdissima è la valle.

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Sognare una città invisibile: una città che sopravvive, nascosta sotto la cappa di asfalto e cemento che ne ha dilatato e martoriato l’immagine. Sognare di rogge silenziose e molendini, di pavimenti in ciottoli di fiume e case di pietra e coppi.

Certo, è lecito e, a Bergamo, è quasi inevitabile.

Ma aggrapparsi al tempo che fu, anche se operazione bellissima e altamente lenitiva, alla fine lascia un po’ il tempo che trova: cercare il sogno, tra le pieghe del reale, invece, concede ristoro agli occhi e allo spirito, senza condurci nelle spirali del volo di Pindaro e dell’inevitabile capitombolo che ne consegue.

Quindi cerchiamo il sogno reale, il perfetto ossimoro urbano.

Scendete con me da Città Alta, anzi dal “Colle Aperto”, che, in tempi remoti, era un vero e proprio valico, tra la pianura fluviale e Valtesse: attraversate la porta di San Lorenzo e spalancate sguardo, cuore e polmoni alla Bergamo che fu, che è e, speriamo, che sarà. Vi apparirà un’amenissima valletta, che scende verso il basso con un’ampia esse sinuosa: sul suo fondo, vecchie case, raggruppate quasi a proteggersi dall’implacabile tramontana.

A destra, un nobilissimo accesso, tra il sentiero silvestre e il parco boschereccio, che conduce a misteriose verzure, celate da una cancellata.

A sinistra, il colle, con la prora protesa verso la conca, dietro cui s’intuisce il serpentino percorso di via Beltrami. Quanta increduta meraviglia è nascosta in quel chilometro di città!

Il castello di Valverde, intanto: antichissimo d’origini, rimaneggiato mille volte, fino ai fasti settecenteschi e alla signorile destinazione dell’oggi: quello è il mistero, per nulla misterioso, che è protetto dal cancello in ferro battuto. Poi il borgo di San Lorenzo: il più miscroscopico e agreste dei borghi cittadini. Poche case e una chiesetta, sulla strozza della via, prima di tornare nel traffico di via Baioni.

Valverde si chiama quel quartiere, oggi rione del più vasto agglomerato suburbano di Valtesse: e mai nome fu più appropriato.

Perché verde, anzi, verdissima è la valle: se, giunti alla più infelice delle infelici rotonde orobiche, svolterete a sinistra, nella via che prende nome dal quartiere, vi ritroverete a cavallo di due mondi: a mano manca del Morla, le solite case e le solite cose, a mano diritta la collina, ascendente verso San Vigilio, fino alla salita finale e alle magnifiche dimore, quasi in via Castagneta.

Si direbbe il confine tra due mondi.

Se, invece, svolterete a destra, imboccherete il primo tratto della pista ciclabile che, partendo, a un dipresso, dal campo “Utili”, percorre il bellissimo periplo della città, sbucando a Longuelo, dopo una lunga ed ombrosa bissaboba, dalla Ramera a Sombreno, dalla Madonna del Bosco ad Astino.

Come dice il mio amico Oliviero Godi, quella ciclabile è una perla troppo poco conosciuta e magnificata. Sottoscrivo: pochissime città hanno un itinerario silvestre di pari bellezza, che andrebbe fatto conoscere urbi et orbi.

Ma, tornando a Valverde, piccolo quartiere costretto tra le Mura di San Lorenzo, il fiume e la trafficata arteria di via Baioni, esso è, probabilmente, la più fedele immagine di com’erano i dintorni della città, nei tempi passati: un paesello adunato intorno alla sua chiesa, con prati e coltivi.

Lontano da commerci e traffici, borgo anomalo, Valverde non ha sofferto dell’ipertrofia che ha afflitto altri borghi bergamaschi: è rimasto com’era.

Così, oggi, noi possiamo goderne la bellezza e la semplicità: un minuscolo frammento di un sogno altrimenti perduto.

Di qui, dunque, cominciamo il nostro viaggio in quell’universo a parte che è Valtesse: un quartiere che ne contiene diversi, talmente distinto dal resto di Bergamo da essere stato un comune per conto suo, fino al 1927. E talmente diverso, al suo interno da essere diviso in due sub-quartieri, San Colombano e Sant’Antonio, dal 2018. Valverde ne fa parte, da allora: ma a noi piace immaginarlo com’è sempre stato. Un piccolo, solitario, frammento del tempo che fu.

Alla prossima.

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