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Buste paga a Bergamo: stabili le ore straordinarie, ma crescono le assenze dal lavoro

Confindustria Bergamo ha presentato "La mappa degli stipendi a Bergamo nell'era 4.0” con i risultati delle indagini condotte nei mesi scorsi presso le imprese associate sui tempi di lavoro e le assenze, le politiche di compensation e i profili retributivi professionali

Nel 2018, in provincia di Bergamo, sono cresciute le ore di assenza dal lavoro: 122 ore, in media, contro le 113 del 2017. Praticamente una giornata di lavoro persa nel confronto fra i due anni.

buste paga confindustria

Nello specifico, rispetto al valore medio indicato, si registrano differenze tra maschi e femmine, 106 ore di assenza contro 183; relativamente alla qualifica si segnalano 44 ore di assenza per i quadri, 89 per gli impiegati e 155 gli operai. Tenendo conto le dimensioni aziendali si registrano 80 ore di assenza nelle piccole imprese, 87 nelle medie e 129 nelle grandi imprese. Sono nell’ambito del settore metalmeccanico le ore di assenza complessive ammontano a 135, con un picco di 311 ore/anno per le operaie femmine.

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Questi dati sono contenuti nel report “La mappa degli stipendi a Bergamo nell’era 4.0”che raccoglie i risultati delle indagini condotte nei mesi scorsi presso le imprese associate sui tempi di lavoro e le assenze, le politiche di compensation e i profili retributivi professionali, presentato nella Sala Giunta di Confindustria Bergamo, all’interno di un workshop in materia di retribuzioni e sistemi di performance management.

In tema di cassa integrazione guadagni, secondo l’indagine, nel 2018 l’11% delle imprese bergamasche vi ha fatto ricorso, il 5% in quelle con contratto metalmeccanico. La stessa indagine, l’anno scorso, aveva rilevato per il 2017 valori rispettivamente dell’11% e del 13%. Le imprese metalmeccaniche hanno significativamente ridotto l’utilizzo della cig, mentre il comparto dei servizi risulta in controtendenza. La diffusione media dell’11% nel 2018 fa sintesi tra il 7%delle piccole imprese, il 12% delle medie, e il 14% delle grandi.

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Nel 2018 l’89% delle imprese bergamasche coinvolte dall’indagine ha fatto ricorso al lavoro straordinario (il 92% nel caso del comparto metalmeccanico). L’incidenza media nasconde differenze significative tra piccole imprese (72%) medie imprese (92%) e grandi imprese (98%). Gli addetti hanno svolto mediamente 57 ore di straordinario (50 fra gli impiegati e 62 fra gli operai), con una sensibile differenza fra maschi e femmine, trasversale alle diverse qualifiche. In termini percentuali sulle ore lavorabili, l’utilizzo dello straordinario vale nel 2018 il 3,5% (3,9% per i maschi e 2,0% per le femmine). L’indagine del 2018, riferita al valore del 2017, aveva fatto registrare valori di diffusione pressoché uguali (88% delle imprese) ma un maggior numero di ore (69 contro le 57 del 2018).

Nel presentare il report Giovanna Ricuperati, vice presidente di Confindustria Bergamo, ha sottolineato il periodo in chiaroscuro che sta attraversando la politica e il momento congiunturale preoccupante, anche alla luce del rallentamento dell’export orobico. “Per la prima volta dopo sei anni le esportazioni bergamasche hanno registrato una contrazione. L’indagine è un strumento importante per le aziende che continuano a misurarsi sui temi dell’innovazione, dell’internazionalizzazione e delle risorse umane e vogliono tenere alta l’attenzione sugli aspetti competitivi”.

Oltre a Bergamo, il report stilato da Confindustria Bergamo con altre nove associazioni categoriali, tra cui Assolombarda, con la partnership metodologica di OD&M Consulting, presenta i dati di altre dodici province su un campione di quasi duemila aziende per un totale di 275 mila addetti. Complessivamente le politiche delle imprese hanno determinato un incremento delle retribuzioni mediamente pari al 2,0%, un valore che oscilla fra il 2,3%-2,4% riservato a dirigenti, quadri e impiegati, e l’1,7% per gli operai. Insieme al gruppo degli operai, registrano un incremento sotto la media quegli impiegati che si occupano di vendite (1,8%), con valori disallineati non solo rispetto agli altri impiegati (2,3%) ma anche rispetto ai quadri occupati nella stessa funzione (2,4%).

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Quasi la metà delle aziende che hanno partecipato alla rilevazione ha applicato un contratto collettivo aziendale di contenuto economico, che prevede l’erogazione di un premio di risultato. La diffusione di tali intese è maggiore nel territorio emiliano (57,7%), oltre che, in ordine, nelle province di Vicenza (57%), Varese (53,9%), Bergamo (49,6%) e Milano (49,1%). Poco distanti da tali valori, comunque, le altre province, con la sola eccezione di Cuneo (24,8%), dove la sottoscrizione di intese è stata più contenuta rispetto al dato generale. Limitando l’analisi ai soli contratti aziendali vigenti al momento della rilevazione, permane il primato emiliano (51,3%), seguito dalle province di Bergamo (47,0%), Varese (45,2%) e Vicenza (44,9%). La media generale, invece, si attesta su circa quattro aziende su dieci (39,5%).

I dati raccolti con l’indagine hanno permesso anche di analizzare i parametri più utilizzati dalle imprese nelle quali è presente un premio di risultato di fonte contrattuale. A Bergamo prevalgono quelli legati alla reddittività di impresa, quale il MOL/Valore Aggiunto da bilancio; nel milanese i parametri legati al fatturato o al valore aggiunto per dipendente; nel torinese sono più diffusi indici legati all’efficientamento dell’organizzazione e alla qualità (ad esempio, riduzione degli scarti e miglioramento della soddisfazione del cliente), con l’evidente prevalenza di indicatori mirati alla riduzione dell’assenteismo. Una forte frequenza di indicatori correlati ai tassi di assenteismo si rintraccia anche in provincia di Varese. Ulteriormente, a Brescia prevale l’attenzione alla produzione (volume di produzione per dipendente), similmente a Verona, dove un’attenzione particolare viene riservata anche a parametri correlati all’assenteismo. In provincia di Vicenza sono più diffusi gli indicatori legati alla redditività (MOL/valore aggiunto) o alla produttività (fatturato e valore aggiunto per dipendente). Nel cuneese, infine, tra gli indicatori più ricorrenti troviamo la riduzione del numero di infortuni sul lavoro.

“Alle indagini – ha sottolineato Massimo Longhi, responsabile del centro studi di Bergamo hanno preso parte complessivamente 157 aziende bergamasche con oltre 25.000 dipendenti che ci ha permesso di stilare un repertorio di dettagli retributivi per 53 posizioni-chiave, selezionate tra le più diffuse nel territorio di Bergamo. Questi numeri offrono uno spaccato del nostro territorio e le aziende possono disporre di informazioni dettagliate su salari e stipendi dei ruoli chiave per il funzionamento dell’impresa, comprese le figure tipiche dei processi di Industria 4.0”.

Il rapporto può essere acquistato per intero (Sommario del volume) (clicca qui), ovvero solo per le schede di interesse, presso Servizi Confindustria Bergamo Srl (link per l’acquisto).

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