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Pierluigi Pizzaballa racconta i suoi 80 anni: “Famoso per la figurina? Ormai mi fa piacere”

"L'introvabile" taglia il prestigioso traguardo: "Nella mia carriera ho affrontato Pelè, Rivera e Mazzola, ma quanto era forte il nostro Domenghini..."

Che strano, essere considerato introvabile per un calciatore che dopo l’esordio in Serie A, il 31 maggio 1959 a 19 anni, ha dovuto aspettare in panchina tre anni per tornare in campo, grazie (o per colpa, sarebbe meglio dire) dell’infortunio di Cometti, nella partita con la Juve. Così Pierluigi Pizzaballa torna a essere il numero uno dell’Atalanta, il 3 febbraio 1963 e quell’anno vince anche la Coppa Italia, unico e storico trofeo (per ora) nella bacheca nerazzurra.

Ma introvabile era in realtà la figurina Panini… Pizzaballa adesso se la ride: “È diventato un tormentone, quello della figurina di Pizzaballa che non si trovava. Ma ormai mi fa anche piacere, mi hanno invitato anche al Festival dello Sport a Trento, con tanti campioni. Mi conoscono per la figurina? Bene, poi però scoprono la mia storia”.

La storia di Pierluigi Pizzaballa, cresciuto come garzone di drogheria nel suo paese a Verdello, diventato calciatore/portiere e per 20 anni in Serie A, che sabato 14 settembre compie 80 anni e si diverte ancora sul campo allenando i ragazzi a Gorle. Introvabile, la figurina, come certificato anche dal suo parente Pierbattista Pizzaballa, il patriarca di Gerusalemme, che racconta: “Pierluigi è cugino di mio padre, anch’io da piccolo collezionavo figurine ma nemmeno io trovavo la sua”.

L'introvabile figurina Panini di Pizzaballa
Pierluigi Pizzaballa

Continua il Piazzaballa portiere: “Il calcio mi ha dato tanto e anch’io ho dato tanto al calcio. Ho vinto la Coppa Italia con la squadra della mia città, l’Atalanta, ho conquistato la promozione dalla B, ho vinto il Premio Combi come miglior portiere della Serie A nella stagione 1964-65. Sono tanti i momenti che ricordo di una carriera iniziata e conclusa qui con l’Atalanta”.

Se dovesse ripensare a una parata? “Mi viene in mente quella contro il Cagliari negli spareggi del 1977 a Genova, su un colpo di testa di Virdis. Vincemmo 2-1 e con quella parata probabilmente ci guadagnammo la Serie A. Ma poi tanti altri momenti, a Torino contro la Juve, anche contro la Spal. In quel periodo l’Atalanta doveva giocare per conquistare il punto, per cui anche noi portieri eravamo molto impegnati”.

E Pizzaballa fino a quarant’anni… Ma non c’è da stupirsi, perché era anche un altro calcio. “Sono arrivato in Nazionale”, spiega Pizzaballa, “in un periodo in cui c’erano Zoff, Albertosi, Vieri, Anzolin. Allora i portieri erano veri numeri uno, mentre oggi non c’è una qualità così alta, l’ultimo grande esempio per me resta Buffon, che ha dato garanzia e qualità alla Juve e alla Nazionale. Ma quello che ci ha rovinato, negli ultimi anni, sono i tanti portieri stranieri: mi sembrano tutt’altro che fenomeni, però hanno frenato la crescita dei nostri. Adesso si sceglie anche per la struttura fisica e…”.

Pizzaballa non era certo alto due metri. “Fossi stato venti centimetri in più e con più prestanza fisica, forse avrei perso in agilità, per cui… non so se ne valeva la pena. Un portiere deve avere sempre velocità di intuizione, saper stare bene in porta. Deve essere alto? Macché, un portiere deve parare”.

Gollini può andare bene? “Direi proprio di sì, ha le qualità e dà garanzie. Ma secondo me anche quello che è tornato, Sportiello, ci potrà dare delle soddisfazioni”.

Ma Gigi Pizzaballa com’è diventato portiere? “Giocavo con i miei fratelli a Verdello e essendo il più piccolo finivo sempre in porta. Finché quel ruolo te lo senti addosso. Ho avuto come maestro Ceresoli che all’Atalanta ha completato le mie qualità. Certo, quando per tre anni ho aspettato di tornare in campo, dopo l’esordio, mi sono chiesto più volte: chi me lo fa fare? Allora poi non c’erano i procuratori, quella Serie A sembrava un campionato di dilettanti rispetto a oggi. Allora c’era l’allenatore, il suo vice, il medico e finiva lì lo staff tecnico. Non c’erano sponsor, tantomeno i diritti tv, per cui tutto era legato all’impegno dei presidenti, di qualche dirigente. Oggi con Percassi e Gasperini è proprio un’altra Atalanta”.

E l’orgoglio dello stesso presidente, che scopre quanta considerazione ha ora l’Atalanta nel mondo, è anche nelle parole di Pizzaballa: “Non siamo più i… bortolini, quando andiamo in giro si parla di Atalanta non più come la provinciale che deve solo lottare per salvarsi, è stato fatto un passo importante, arrivare in Champions dopo tre anni. E anche nella finale di Coppa Italia persa a Roma i nostri tifosi hanno dato prova di grande maturità: si può vincere o perdere ma quello è stato un grande insegnamento. C’è un entusiasmo nuovo, questa Atalanta è un’altra storia. La squadra è cresciuta anno per anno ed è normale che i giocatori vogliano dimostrare di poter competere anche in Champions. Non è facile, però la squadra c’è”.

Pizzaballa ha affrontato tutti i ‘mostri sacri’ del calcio: “Pelè il più grande, in Italia Rivera, Mazzola. Ma anche il nostro Domenghini che con tre gol ci ha fatto vincere la Coppa Italia e con l’Inter e la Nazionale è stato protagonista, a volte ci si dimentica. Io sono stato alla Roma, al Verona, al Milan con cui ho giocato una finale di Coppa Uefa. Non ho fatto l’allenatore, che deve essere anche un po’ psicologo per capire i suoi giocatori. Un calciatore deve avere la mente libera da situazioni esterne altrimenti non può esprimersi al meglio”. Soprattutto un portiere, “deve trasmettere tranquillità alla squadra”.

Certo, conta molto la testa. “E io ho avuto una grande fortuna, quella di poter lavorare come calciatore, perché non avrei mai pensato di fare il professionista. Poi per dieci anni, dal 1980 al 90, ho fatto il dirigente all’Atalanta, occupandomi del settore giovanile: sono arrivati Fanna, Pacione, Tacchinardi e tanti altri. Più fortunato di così…e rifarei tutto. Lo scudetto? Bisogna sempre sapersi accontentare. E, soprattutto, ho una famiglia adorabile”.

Tanti auguri, Pizzaballa.

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