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“Inizia la scuola, che la campanella suoni per il risveglio della nostra società”

Facciamo in modo che questa benedetta campanella torni ad essere un suono argentino e di buon augurio

Mercoledì 12 settembre inizia per migliaia di studenti e docenti la scuola. Abbiamo chiesto al professor Marco Cimmino una sua riflessione per questa giornata, una riflessione che diventa un appello. 

Questa mattina, suona la campanella nelle scuole bergamasche: la prima campanella di un nuovo anno scolastico. Ai tempi dei remigini e del libro “Cuore”, avremmo potuto spendere paginate sulla trepida aspettativa di studenti e genitori, sulla composta agitazione di insegnanti e presidi, sui trafelati bidelli e le attente governanti: oggi, questa è tutta roba da soffitta.

Oggi le aspettative sono alquanto depresse e una noia sconfortata rischia di sostituire agitazione e buoni propositi.
È lecito, dati i tempi, domandarsi per chi suoni, questa campana: e se sia uno svegliarino o un rintocco funebre, viste le condizioni comatose in cui versa il sistema educativo nazionale.
La prima, periclitante, sortita del nuovo titolare del MIUR, che si propone di imitare il sistema scolastico finlandese, non induce a ben sperare, giacché proprio la Finlandia ha recentemente abbandonato le fisime sperimentali, ammettendo che il vecchio sistema funzionava meglio: arriviamo sempre in ritardo, noialtri. In ritardo sul cognitivismo, in ritardo sul costruzionismo e su tutti i maledettissimi ismi della moderna pedagogia.

La verità è che, in Italia, della scuola non importa niente a nessuno: carmina non dant panem, evidentemente.

Il comparto educativo, vandalizzato da decenni di gigantesche stupidaggini, di sperimentazioni, di progetti insulsi, di soldi regalati ai fannulloni e negati a chi lavora seriamente, è un’isola di voli pindarici e di bubbole, in un mondo che avanza spietatamente: una nuvoletta rosa, in cui tutti devono per forza arrivare alla meta, dentro un cielo procelloso, lacerato dalla più spietata competizione.

Ogni nuovo ministro arriva, constata stupefatto la catastrofe, promette e se ne va. Questo, alla lunga, può essere un tantino demotivante.

Invece, tutto dovrebbe passare dalla scuola.
Dirò di più: tutto dovrebbe passare dalla felice simbiosi di scuola e famiglia.

L’educazione, come la preparazione alla vita civile, la formazione, come l’assunzione di una coscienza e di competenze europee, non possono che transitare attraverso il duopolio genitori-insegnanti: un transito formato sull’esempio, più che sulle statistiche, sul buon senso più che sulle sperimentazioni.

Viceversa, ogni anno che Dio manda in terra, la scuola retrocede di un metro, perde un pezzettino della sua umanità, della sua esemplarità, della sua felicità.

Sì, perché anche essere felici a scuola fa parte di un’educazione efficace: essere circondati dal bello e non dal grigiume sovietico della burocrazia, dal linguaggio stinto delle circolari, contribuisce a fare dei nostri ragazzi dei cittadini migliori.

Cerchiamo di far sì che quest’anno si possa invertire, anche solo di un millesimo, questa inerzia che ci porta al disastro educativo: mettiamocela tutta, studenti, genitori, insegnanti e perfino dirigenti, che, in questo circolo virtuoso sono quelli che dovrebbero fare le più significative sterzate, per rendere meno monotona, banale, priva di spessore, la vita della scuola.

Facciamo in modo che questa benedetta campanella torni ad essere un suono argentino e di buon augurio, e non un fastidioso cicalino che apra i portoni alla noia. Ridiamo ai nostri ragazzi una buona ragione per studiare e diventare uomini.

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