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Femminicidio di Curno, chiuse le indagini: per il pm Ezzedine agì con premeditazione

Il sostituto procuratore Fabrizio Gaverini ha comunicato all'indagato, oggi in carcere, i cinque capi di accusa: il 2 febbraio scorso uccise a coltellate in un garage la moglie Marisa Sartori.

Omicidio, tentato omicidio, porto d’arma atta a offendere, maltrattamento e violenza sessuale: sono i cinque capi di accusa che il pm Fabrizio Gaverini, titolare dell’indagine sulla morte di Marisa Sartori, ha formulato all’atto della conclusione delle indagini preliminari nei confronti dell’unico indagato, reo confesso, Ezzedine Arjoun, autore del delitto della moglie la sera del 2 febbraio scorso.

E secondo il pubblico ministero il 36enne tunisino, oggi in carcere, agì con premeditazione e con l’aggravante dei futili motivi (l’intenzione della moglie di separarsi legalmente): l’uomo, secondo quanto ricostruito, avrebbe atteso per ore l’arrivo della coniuge e della sorella nei garage della palazzina di via IV novembre a Curno, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e in stato di ubriachezza molesta, dopo essersi anticipatamente procurato l’arma del delitto, un coltello da cucina con lama da 13 centimetri.

Otto le lesioni causate alla moglie, colpita violentemente e ripetutamente al torace, all’addome, al braccio destro e alla gamba sinistra, che l’hanno portata alla morte per anemia metaemorragica acuta fatale.

Nella colluttazione era rimasta gravemente ferita anche la sorella Deborha, colpita sotto al seno sinistro e all’addome.

Ezzedine Arjoun dovrà rispondere anche di maltrattamenti, per aver ripetutamente insultato e offeso la moglie durante la convivenza, fino a vere e proprie aggressioni fisiche e minacce anche nei confronti dei familiari.

Uno degli episodi, commesso il 13 ottobre 2018, gli è costata l’imputazione per violenza sessuale nei confronti della coniuge: dopo averle dato appuntamento al parco della Roncola di Treviolo, le aveva tolto le chiavi della moto e sotto la minaccia di un coltellino l’aveva costretta a subire un rapporto.

Il 2 febbraio, dopo l’omicidio e con le mani ancora insanguinate, Ezzedine Arjoun si era presentato spontaneamente alla vicina caserma dei carabinieri di Ponte San Pietro, confessando il delitto: sottoposto a perizia psichiatrica, è stato dichiarato capace di intendere e volere, ma ha sempre negato la premeditazione dell’omicidio, sostenendo di aver reagito a una frase di Deborha.

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